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Intervista a Olexandr Merezhko: “Per fermare la guerra servono garanzie concrete”

Valentina Chabert Valentina Chabert · · 10 min di lettura

L’incontro tra Stati Uniti e Ucraina a Gedda, in Arabia Saudita, ha segnato l’inizio di possibili passi avanti nei negoziati per la pace con la Federazione Russa. Il presidente degli Stati Uniti Trump e la sua controparte ucraina Zelenskij hanno infatti concordato una serie di condizioni per un cessate il fuoco di trenta giorni, passando la palla alla Federazione Russa in merito alle successive azioni da intraprendere per un’eventuale interruzione delle ostilità. Nonostante ciò, numerose questioni rimangono ancora irrisolte: che tipo di garanzie di sicurezza saranno fornite all’Ucraina? Le relazioni con Washington possono essere considerate nuovamente ripristinate? E che dire del futuro dell’Ucraina dopo la guerra in termini di ricostruzione?

Abbiamo discusso di queste questioni con Oleksandr Merezhko, presidente della commissione per la politica estera e le relazioni interparlamentari del Parlamento ucraino, deputato della Verkhovna Rada per il partito Servant of the People dalle elezioni del 2019 e deputato dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa dal 2020 al 2024.

Questa settimana, gli Stati Uniti e l’Ucraina hanno raggiunto un accordo a Gedda per un cessate il fuoco temporaneo che – se accettato anche da Putin – durerà teoricamente 30 giorni. Crede che sia un buon punto di partenza per i negoziati? La Russia accetterà e rispetterà il cessate il fuoco a suo avviso?

Per noi è un buon punto di partenza. L’aspetto positivo di questi colloqui, a mio parere, è la ripresa degli aiuti militari e della condivisione di informazioni di intelligence con l’Ucraina. Per quanto riguarda le nostre capacità di difesa, gli aiuti militari forniti dall’Occidente ci aiutano a difenderci e a salvarci la vita. Questo è l’aspetto più rilevante.

Un ulteriore aspetto positivo che vedo riguarda il miglioramento delle relazioni con l’attuale amministrazione statunitense. Il vantaggio politico che deriva da questo risultato è il fatto che Putin si trova ora in una situazione molto difficile: a seguito di questi colloqui, l’Ucraina ha dimostrato la sua volontà di raggiungere la pace e la sua disponibilità ad accettare senza condizioni la proposta statunitense. Ora la palla è nel campo della Russia, e sono sicuro che non sappia cosa fare. Putin è un imbroglione, un bugiardo patologico, ma rifiutare la proposta significherebbe dover affrontare conseguenze molto gravi. Trump lo punirà sicuramente, e non solo lui, ma il mondo intero. Il Sud del mondo, per esempio: quei Paesi stanno toccando con mano chi vuole la pace e chi no.

Dunque, la proposta rappresenta uno sviluppo incoraggiante, ma sono molto scettico sul fatto che Putin possa rispettare il cessate il fuoco. Tutte le esperienze precedenti hanno dimostrato che Putin non rispetta mai le tregue. In passato sono stato vice capo della delegazione ucraina nel gruppo di contatto trilaterale e ricordo molto chiaramente che abbiamo avuto migliaia di cessate il fuoco in passato ai sensi dell’accordo di Minsk. Ogni volta Putin li ha violati. Forse Trump ha bisogno di fare la sua esperienza diretta e personale, per rendersi conto che Putin non è una persona di cui ci si può fidare e a cui non si può credere. Violerà ciò che ritiene sia nel suo interesse, che si tratti di un accordo o di un cessate il fuoco. Non appena Trump se ne renderà conto, sono sicuro che sarà più pragmatico e realista con Putin, il che significa che sarà più coercitivo nel costringerlo alla pace. Questo è ciò che chiamiamo “politica di pace attraverso la forza” e penso che in questo momento la situazione sia molto ottimistica. Ma ancora una volta, per quanto riguarda il cessate il fuoco abbiamo bisogno di più forza e pressione contro la Russia e Putin, e naturalmente continuiamo ad aver bisogno di garanzie di sicurezza per l’Ucraina.

La domanda chiave per noi è cosa può scoraggiare Putin, cosa può agire nella sua mente da deterrente? Secondo noi è l’appartenenza alla NATO.

Di quali garanzie di sicurezza stiamo concretamente parlando? E qual è, a suo avviso, la reale prospettiva di un ingresso dell’Ucraina nella NATO?

Anzitutto, anche se ci viene spesso ripetuto che ora è irrealistico e che Trump è contrario, non dovremmo rimuovere l’ingresso dell’Ucraina nella NATO dalla partita. Dovremmo continuare a bussare alla porta della NATO perché abbiamo capito che se vogliamo sopravvivere la migliore garanzia per la nostra sicurezza è l’adesione all’Alleanza Atlantica. Non possiamo permetterci di rinunciare a questa prossibilità.

È interessante notare che a Trump stesso durante una delle sue interviste è stato chiesto quale fosse il consiglio più prezioso che darebbe alle altre persone. Ha risposto “non arrendersi mai”. Quindi, significa che non dovremmo rinunciare all’adesione alla NATO, ma allo stesso tempo dovremmo anche considerare altre opzioni.

In ogni caso, dovremmo essere realisti e ricordare la domanda che ho posto prima e che riguarda cosa dissuade davvero Putin dall’attaccarci nuovamente dopo il cessate il fuoco. C’erano alcune idee da parte dei nostri alleati europei, che hanno parlato di una “coalition of the willings” con il presidente francese Macron alla guida. Non ne sono sicuro perché, fino ad ora, non mi sembra una soluzione abbastanza efficace rispetto all’adesione alla NATO. Ma possiamo lavorare in questa direzione.

Tra le proposte provenienti dall’Europa, come valuta l’eventualità di avere peacekeeper europei in Ucraina?

Credo che qualsiasi discorso sulla presenza di truppe occidentali o europee in Ucraina sia positivo. Di per sé, rende Putin molto nervoso e dimostra che l’Europa è dalla parte dell’Ucraina e che non siamo soli. D’altro canto, rimane una questione aperta: cosa intendiamo per “peacekeeper”? Esistono diversi modelli, come quello dell’ ONU sulle operazioni di peacekeeping. È stato utilizzato solo quando le parti in conflitto hanno concordato un cessate il fuoco duraturo e stabile che non mettesse a repentaglio la vita dei peacekeeper. Questo è uno scenario, ma richiede molto tempo e non sono sicuro che sia abbastanza realistico.

Un ulteriore modello è l’imposizione della pace, il cosiddetto “peace enforcement”, il che significa che in caso di violazione del cessate il fuoco ci sarà una forte reazione da parte dei peacekeeper. Di nuovo, ciò che è importante qui è calcolare cosa passa nella mente di Putin, se attaccherà o meno i peacekeeper dell’Europa. È molto perfido e cinico, e niente può impedirgli di commettere provocazioni. Ecco perché dovremmo riflettere molto attentamente, per trovare soluzioni stabili e durature.

Per avere delle classiche operazioni di peacekeeping è necessario l’accordo di entrambe le parti. In questo caso, non credo che otterremo questo sostegno da Putin, ecco perché forse dovremmo pensare a qualcos’altro. Questa idea è benvenuta, ma bisogna considerarla attentamente per farla funzionare.

Vede la possibilità di un ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea nel prossimo futuro?

Non ho dubbi che l’Ucraina diventerà un membro dell’Unione Europea, ma vedo questa questione dal punto di vista della nostra sicurezza e le spiegherò perché. Innanzitutto, abbiamo l’esempio della Finlandia. Per molto tempo non è stata un membro della NATO ma solo un membro dell’UE, e Putin non ha mai osato attaccare il Paese proprio per questo. Essere un membro dell’Unione Europea era una garanzia di sicurezza di per sé. Putin sapeva che non appena avesse attaccato la Finlandia, un certo numero di altri Stati – 27* – avrebbe fornito ogni tipo di aiuto militare. Ecco perché se fossi un leader occidentale o dell’UE ammetterei l’Ucraina nell’UE il prima possibile, anche domani, considerando la questione come politica e di sicurezza. Putin ufficialmente non ha nulla contro l’UE, è contro la NATO.

Se fossi un leader dell’UE, inizierei immediatamente anche le discussioni su una politica di sicurezza e difesa comune, forse anche andando verso la creazione di un esercito europeo. Per me, si tratta di una questione di sicurezza soprattutto in questo momento.

Oltre alle questioni di sicurezza, quali sono le sfide future dell’Ucraina?

Al momento, siamo principalmente preoccupati di come sopravvivere. Ci sono ovviamente molte sfide, in particolare dal punto di vista economico. La nostra economia è stata distrutta dagli attacchi russi, in particolare le infrastrutture critiche. Ci vorranno anni e risorse finanziarie per ricostruire e ripristinare la nostra economia. Non abbiamo solo bisogno di ricostruire il nostro tessuto economico, ma anche di una trasformazione per rendere il nostro paese avanzato. Per usare questa situazione di conflitto anche come un’opportunità per cambiare la nostra struttura economica e renderla una sorta di modello Singapore o qualcosa di simile.

Un’altra sfida importante per me è la necessità di considerare che milioni di ucraini hanno lasciato il Paese come rifugiati e ora vivono in altre parti del mondo. A quali condizioni dovrebbero tornare? Dovremmo creare un’Ucraina che sembri attraente per loro. Quando torna e vede delle rovine, quale prospettiva rimane?

Un ulteriore problema è quello di non perdere le giovani generazioni. Vi è il rischio di perderle perché molti giovani che non sono soggetti alla leva – dai 17 ai 24 anni – ora sono all’estero. Dobbiamo attrarle per non perderle.

Immagini di essere un giovane durante la guerra. Alcuni di loro hanno abbandonato il Paese per paura o hanno lasciato i territori occupati. Ma ci sono anche persone che vivevano in parti più o meno sicure dell’Ucraina e hanno usato la guerra come un’opportunità per andare all’estero, per ricevere un’istruzione occidentale e per trovare lavoro in Occidente con l’intenzione di rimanerci. La questione è come attrarle di nuovo qui: cosa possiamo offrire? Dobbiamo prima di tutto prenderci cura delle persone che sono rimaste qui in questo periodo difficile, non perderle.

Un’ulteriore sfida è quella di mantenere la democrazia liberale. È una questione di psicologia di massa e di istituzioni: dobbiamo mantenere un sistema di controllo ed equilibrio e i diritti costituzionali. Secondo me, il modello corretto è quello americano.

Parlando della ricostruzione dell’Ucraina, cosa si sta facendo concretamente? I piani sono già in fase di attuazione?

Al momento, abbiamo una sorta di “sistema di patronato”, in cui determinati Paesi sono responsabili della ricostruzione di una determinata città dell’Ucraina. L’Estonia, ad esempio, è responsabile della ricostruzione dell’oblast di Zhytomyr nell’Ucraina occidentale; il Regno Unito è responsabile di Kiev e delle aree limitrofe. È una buona idea quando un Paese specifico diviene responsabile dello sviluppo economico di un’area precisa, poiché i Paesi stranieri sono in competizione tra loro e tendono a volte a mettersi in mostra.

Come ottimo esempio, alcuni anni fa siamo andati con una delegazione della Danimarca a Mykolaïv e abbiamo visto che la Danimarca è stata attivamente coinvolta in progetti di piccole e medie dimensioni. Si trattava di purificazione dell’acqua, ospedali, scuolabus e così via. Questo è ciò che intendiamo per ricostruzione dell’Ucraina e abbiamo risorse per portarlo a termine: 300 miliardi di dollari di beni congelati negli Stati Uniti potrebbero essere un buon inizio. Ora stiamo spendendo soldi in armamenti per sopravvivere, ma abbiamo una gerarchia di priorità: prima di tutto, sopravvivere; in secondo luogo, liberare i nostri territori e sminarli; quindi, ricostruire economicamente il nostro Paese partendo dalle infrastrutture critiche (ad esempio il sistema elettrico).

Per rendere l’Ucraina un Paese attraente in cui vivere, credo che abbiamo anche bisogno di “illuminazione”: università di prima classe in stile occidentale, per esempio – e ho sviluppato un mio approccio in merito. Le principali università dell’UE e degli USA potrebbero istituire succursali di queste università in Ucraina, ad esempio a condizione che un giovane entri all’università gratuitamente, ma dopo la laurea rimanga qui per 7 anni. In questo modo, creeremo un sistema di università di prima classe e condizioni che siano attraenti per le persone che vogliono rimanere in Ucraina.

* Quando il Regno Unito faceva parte dell’Unione Europea, l’UE era composta da 28 Stati membri. Dopo la Brexit, avvenuta formalmente il 31 gennaio 2020, l’Unione è tornata a 27.

Foto: X

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