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Analisi

Israele, Stati Uniti e il controllo dell’escalation nel sistema globale: Chi guida davvero la guerra?

Andrea Lancioli Andrea Lancioli · · 10 min di lettura

La guerra in corso tra Israele, Stati Uniti e Iran – già definita da alcuni osservatori “Terza Guerra del Golfo” – viene spesso letta come un’escalation regionale prodotta dall’iniziativa israeliana, a cui Washington avrebbe risposto con un coinvolgimento progressivo e in parte non pianificato. Questa lettura, pur cogliendo un elemento reale, rischia di essere riduttiva.

Israele persegue un obiettivo strategico chiaro e coerente: la neutralizzazione strutturale della minaccia iraniana, intesa non come risposta contingente ma come esigenza esistenziale di lungo periodo. La sua postura è caratterizzata da urgenza, propensione all’azione e disponibilità all’escalation. In questo senso, Tel Aviv definisce il ritmo operativo del conflitto.

Gli Stati Uniti, al contrario, operano secondo una logica più ampia e sistemica. Il loro obiettivo non è la distruzione dell’Iran né un cambio di regime imposto dall’esterno, ma la gestione dell’escalation entro limiti compatibili con la stabilità del sistema internazionale. Washington non subisce l’iniziativa israeliana: sceglie di rimanere coinvolta per evitare che un’azione autonoma di Tel Aviv produca effetti incontrollabili sul piano regionale e globale.

Ne deriva una dinamica peculiare, che si potrebbe definire convergenza asimmetrica: Israele spinge verso l’escalation, gli Stati Uniti ne controllano l’estensione. Non si tratta di guida e subordinazione, ma di due logiche distinte che si sovrappongono parzialmente, producendo un conflitto che nessuno dei due attori avrebbe condotto esattamente in questo modo se avesse agito da solo.

L’ingresso attivo degli Stati Uniti nel conflitto, nonostante i rischi evidenti, risponde a una serie di obiettivi strategici non immediatamente visibili dalla cronaca delle operazioni militari.

Il primo è la necessità di ristabilire la credibilità della deterrenza globale. Dopo anni segnati da ambiguità strategica e ritirate controverse – dall’Afghanistan all’Ucraina, fino alle tensioni commerciali con gli alleati europei – Washington deve dimostrare che le proprie linee rosse mantengono valore operativo. Il teatro iraniano offre un contesto ad alta visibilità per inviare un segnale che travalica Teheran: parla anche a Pechino, a Mosca, a Pyongyang.

Il secondo obiettivo è paradossale ma reale: il coinvolgimento americano risponde a una logica di controllo dell’escalation. Senza la presenza degli Stati Uniti, Israele avrebbe probabilmente agito in modo più esteso e meno calibrato, aumentando il rischio di una guerra regionale incontrollata. Washington entra nel conflitto anche per limitarlo, imponendo a Tel Aviv vincoli operativi e definendo i contorni di ciò che è accettabile.

Vi è infine un elemento strutturale: il mantenimento della credibilità nei confronti degli alleati. Un mancato supporto a Israele avrebbe prodotto effetti a catena sull’intero sistema di alleanze americano, dalla NATO alle partnership nell’Indo-Pacifico. In un momento in cui la solidità dell’impegno americano è già oggetto di scrutinio, una defezione avrebbe indebolito la deterrenza estesa in modo difficilmente recuperabile.

Se il conflitto si manifesta sul piano militare, il suo baricentro strategico si colloca nello Stretto di Hormuz. Questo passaggio marittimo – attraverso cui transita una quota rilevante delle esportazioni energetiche globali – rappresenta uno dei principali choke point dell’economia mondiale. La sua destabilizzazione non è solo una minaccia per i Paesi del Golfo o per gli importatori diretti di petrolio iraniano: è una leva in grado di colpire le catene di approvvigionamento, i mercati finanziari e la coesione delle alleanze occidentali.

L’Iran, consapevole della propria inferiorità convenzionale rispetto alla coalizione avversaria, ha attivato una strategia indiretta: non scontrarsi frontalmente con la superiorità militare americana, ma colpire il sistema globale attraverso la leva energetica. Non è necessaria una chiusura totale dello Stretto per ottenere effetti strategici significativi: è sufficiente aumentarne il livello di rischio percepito per generare effetti immediati sui mercati, per mettere sotto pressione gli alleati degli Stati Uniti e per alimentare la frammentazione del fronte occidentale.

In questo senso, Hormuz diventa il punto in cui la guerra limitata rischia di trasformarsi in crisi sistemica. È il luogo in cui la logica operativa del conflitto – colpi mirati, deterrenza calibrata, escalation controllata – si scontra con la realtà di un sistema globale interconnesso, in cui ogni azione locale produce effetti che si propagano ben oltre il teatro di origine. È la stessa tensione analizzata nell’articolo su Venezuela, Iran e Groenlandia: un approccio modulabile e multidominio che fatica a contenere le proprie conseguenze in un mondo in cui le interdipendenze sono strutturali.

La dimensione più sottovalutata del conflitto è quella interna agli Stati Uniti. Come già osservato nel caso venezuelano, la politica estera americana non è più uno spazio relativamente separato dal confronto domestico: è diventata una sua proiezione diretta, elettoralizzata, polarizzata e comunicativamente iper-accelerata.

La posizione dell’amministrazione Trump si inserisce in un contesto caratterizzato da pressione elettorale, stanchezza strategica e aspettative di risultati rapidi e leggibili. L’azione militare deve rispondere a una duplice esigenza: apparire efficace e risolutiva agli occhi dell’opinione pubblica interna; ed evitare al tempo stesso di trasformarsi in un conflitto lungo, costoso e impopolare. Il rischio di effetto boomerang è concreto: uno stallo operativo, un aumento prolungato dei prezzi energetici o un allargamento inatteso del conflitto potrebbero rapidamente erodere il consenso interno, come già accaduto in contesti analoghi.

Ne deriva una tensione strutturale che governa la postura americana: la guerra deve essere abbastanza breve da essere sostenibile sul piano domestico, ma abbastanza incisiva da essere percepita come una vittoria strategica – o almeno come una non-sconfitta politicamente difendibile. Questo vincolo – che non è tattico ma politico – condiziona in modo determinante le scelte operative e il perimetro entro cui l’escalation può svilupparsi. Il dominio cognitivo, ossia la capacità di governare la narrazione interna ed esterna, assume così una centralità superiore rispetto al passato: non si tratta soltanto di influenzare l’avversario o gli alleati, ma di mantenere coesione in una società profondamente divisa.

La posizione della NATO riflette le ambiguità del momento senza tuttavia segnalare una crisi organica dell’Alleanza. Le divergenze tra gli alleati europei – più preoccupati dalla stabilità dei mercati energetici e dalle conseguenze di un allargamento del conflitto – e la postura americana mostrano una tensione reale ma non inedita. Ciò che appare è piuttosto una ridefinizione funzionale: la NATO si conferma efficace nello spazio europeo – dove la deterrenza nei confronti della Russia resta il suo nucleo operativo irrinunciabile – ma mostra limiti strutturali nella gestione di crisi extra-area complesse.

Questo non è un difetto contingente, ma una caratteristica costitutiva. L’Alleanza è stata concepita per garantire sicurezza collettiva in Europa e nell’Atlantico del Nord; la proiezione verso il Medio Oriente o l’Indo-Pacifico richiede forme di coordinamento che l’architettura NATO non garantisce automaticamente. In questo senso, le tensioni sul teatro iraniano non indeboliscono la NATO come strumento di deterrenza europea: evidenziano, piuttosto, i limiti di un modello pensato per un contesto strategico diverso da quello attuale.

La sfida per l’Europa, come già analizzato nel contributo su L’Europa nella nuova Guerra Fredda, rimane quella di decidere se restare un attore normativo senza leva strategica, o costruire gradualmente gli strumenti per una maggiore autonomia operativa. Il conflitto in corso acuisce questa pressione senza ancora risolverla.

Russia e Cina non partecipano direttamente al conflitto, ma ne sono profondamente coinvolte sul piano strategico. Entrambe adottano un atteggiamento di strategic patience: osservano, misurano, attendono, lasciano che siano gli Stati Uniti a consumare risorse politiche e operative.

Mosca adotta una postura opportunistica. La crisi energetica generata dall’instabilità di Hormuz rafforza la sua posizione come esportatore alternativo di idrocarburi e allenta la pressione delle sanzioni occidentali. Al tempo stesso, la Russia osserva con attenzione il grado di impegno militare americano nel teatro mediorientale: ogni risorsa dispiegata in Medio Oriente è una risorsa non disponibile per sostenere l’Ucraina o rafforzare il fianco orientale della NATO. Il conflitto in corso funge così da indicatore indiretto della capacità americana di gestire simultaneamente più teatri ad alta intensità.

La Cina, fortemente dipendente dalle rotte energetiche del Golfo, guarda con preoccupazione strutturale all’instabilità dello Stretto di Hormuz. Una perturbazione prolungata delle forniture energetiche avrebbe effetti diretti sulla sua crescita economica e sulla coesione interna. Pechino mantiene pertanto una posizione prudente e ambivalente: non può permettersi di sostenere apertamente Teheran senza mettere a rischio i propri interessi energetici, né può allinearsi con Washington senza compromettere il suo rapporto con il mondo arabo e il fronte anti-egemonico che coltiva.

Per entrambe le potenze, il conflitto rappresenta soprattutto un indicatore sistemico: non tanto di ciò che accade nel teatro mediorientale, quanto della capacità residua degli Stati Uniti di gestire crisi complesse senza perdere il controllo strategico. È su questo piano – più che su quello operativo – che si misura il vero impatto del conflitto sul sistema internazionale.

Il tratto distintivo di questa crisi è la tensione irrisolta tra la logica della guerra limitata e la realtà di un sistema globale interdipendente. Gli Stati Uniti stanno applicando un modello operativo coerente con le lezioni degli ultimi due decenni: uso selettivo della forza, assenza di occupazione terrestre, integrazione multidominio, centralità del controllo dell’escalation. È lo stesso approccio modulabile analizzato nel caso venezuelano e in quello groenlandese: meno invasivo, più adattivo, strutturalmente flessibile.

Tuttavia, questo modello si scontra con una realtà più ampia: ogni conflitto locale genera oggi effetti globali, spesso difficili da contenere entro i confini del teatro di origine. La pressione su Hormuz non colpisce solo l’Iran: colpisce le catene di approvvigionamento globali, i mercati finanziari, la tenuta politica degli alleati europei e asiatici, la coesione interna degli stessi Stati Uniti. La guerra, in un sistema interdipendente, non è mai solo militare: è economica, cognitiva, politica e sistemica al tempo stesso.

Questa è forse la lezione più profonda che il conflitto in corso impone di rileggere. Se il paradigma clausewitziano identifica nella guerra la prosecuzione della politica con altri mezzi, la realtà contemporanea aggiunge una complessità ulteriore: la guerra non è più la prosecuzione di una sola politica, ma la gestione simultanea di politica interna, competizione internazionale e dinamiche sistemiche globali. In questo spazio – tra guerra limitata e conseguenze potenzialmente illimitate – si gioca oggi la vera partita strategica.

Gli Stati Uniti non stanno combattendo solo contro l’Iran, né semplicemente al fianco di Israele. Stanno cercando di dimostrare di poter controllare una crisi complessa senza esserne travolti: di poter applicare forza in modo selettivo, di poter gestire l’escalation senza innescare una guerra regionale incontrollata, di poter mantenere la credibilità della deterrenza senza impegnarsi in un conflitto prolungato e politicamente insostenibile.

Il punto cruciale è che, in un sistema interdipendente, il controllo non dipende più solo dalla superiorità militare, ma dalla capacità di gestire effetti che trascendono il campo di battaglia. La convergenza asimmetrica con Israele, la leva di Hormuz, la dimensione domestica del consenso, la lettura attenta di Mosca e Pechino: tutti questi elementi convergono in un’unica dinamica che la storia militare classica faticherebbe a classificare, ma che Clausewitz saprebbe comunque riconoscere.

La guerra rimane la prosecuzione della politica. Ma la politica, nel XXI secolo, è diventata qualcosa di più complesso e interconnesso di quanto i teorici del confronto bipolare avessero immaginato. Ed è esattamente in questo spazio – tra la guerra che si vorrebbe limitata e le conseguenze che non lo sono – che si definisce oggi la forma del potere americano nel sistema globale.

(l’autore è ufficiale e docente di Storia Militare)

Bibliografia

  • Clausewitz, C. von (2024), Della guerra, ed. integrale, a cura di Mini F., IBEX.
  • Schelling, T. C. (1966), Arms and Influence, Yale University Press.
  • Freedman, L. (2013), Strategy: A History, Oxford University Press.
  • Brands, H. (2018), American Grand Strategy in the Age of Trump, Brookings Institution Press.
  • Colby, E. A. (2021), The Strategy of Denial: American Defense in an Age of Great Power Conflict, Yale University Press.
  • Mazarr, M. J. (2015), Mastering the Grey Zone: Understanding a Changing Era of Conflict, US Army University Press.
  • Haass, R. (2020), The World: A Brief Introduction, Penguin Press.
  • Kagan, R. (2018), The Jungle Grows Back: America and Our Imperiled World, Alfred A. Knopf.
  • Brands, H. & Beckley, M. (2022), Danger Zone: The Coming Conflict with China, WW Norton & Co. Inc..

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