L’Operazione Epic Fury non è un evento isolato. È l’ultimo tassello di una strategia il cui vero bersaglio si trova a Pechino, non a Teheran. E noi europei paghiamo il conto senza nemmeno essere stati invitati a tavola.
Il sequestro di Maduro il 3 gennaio, lo strangolamento della flotta-ombra venezuelana, e adesso i bombardamenti sull’Iran: chi ancora pensa a episodi scollegati non sta guardando la mappa giusta. Washington sta smantellando, uno dopo l’altro, i rubinetti di petrolio scontato che alimentano la macchina industriale cinese.
I numeri raccontano tutto. La Cina acquista oltre l’80% del greggio iraniano esportato via mare, circa 1,38 milioni di barili al giorno, comprato con sconti di 8-10 dollari al barile rispetto ai benchmark globali. Quel petrolio tiene in vita le raffinerie indipendenti cinesi, le “teapots” della provincia di Shandong, che a loro volta forniscono energia a basso costo ai settori su cui Pechino ha costruito la sua sfida tecnologica: intelligenza artificiale, batterie, manifattura avanzata. Stessa logica per il Venezuela. Tagliare entrambe le fonti significa alzare strutturalmente i costi della filiera industriale cinese. Non è politica mediorientale. È guerra economica con altri mezzi.
La chiusura dello Stretto di Hormuz, annunciata dai Pasdaran come ritorsione, ha trasformato un’operazione militare regionale in una crisi planetaria.
Attraverso quei 33 chilometri transitano 20 milioni di barili al giorno, il 20% del consumo globale. Tre quarti di quel flusso viaggia verso Cina, India, Giappone e Corea del Sud. Bob McNally, ex consigliere energetico della Casa Bianca, ha definito una chiusura prolungata di Hormuz “una recessione globale garantita”, con il Brent oltre i 100 dollari.
Ma ecco il paradosso che dovrebbe togliere il sonno a Bruxelles: la Cina dispone di riserve strategiche consistenti per ammortizzare il colpo nel breve periodo. L’Europa, già provata dalla crisi energetica post-Ucraina, no. E se Pechino sarà costretta a competere sul mercato spot del GNL, saranno i prezzi europei del gas a schizzare.
Le reazioni al 28 febbraio sono una radiografia impietosa. Trump ha chiamato i leader arabi e il segretario NATO Rutte dopo l’inizio dei bombardamenti.
La Germania è stata informata la mattina stessa. Macron ha dichiarato che la Francia non era stata “né avvisata né coinvolta”. Starmer, Macron e Merz hanno precisato in un comunicato congiunto di non aver partecipato ai raid, un distinguo che misura con esattezza la distanza tra Washington e le capitali europee.
L’Italia è stata avvisata a bombe già cadute. Salvini lo ha confermato senza giri di parole: “Siamo stati avvertiti ad attacco cominciato.” Il ministro della Difesa Crosetto era a Dubai con la famiglia, bloccato dalla chiusura degli spazi aerei, mentre la rappresaglia iraniana colpiva la base in Kuwait con 300 nostri soldati dentro. Palazzo Chigi ha smentito ogni sorpresa, ma quel ministro della Difesa intrappolato in un aeroporto emiratino vale più di qualsiasi nota ufficiale.
Persino al Congresso americano, repubblicani e democratici hanno protestato per le notifiche tardive, definendo l’operazione un “atto di guerra non autorizzato”.
Mosca ha condannato l’attacco come “aggressione armata premeditata e immotivata.” Putin ha espresso condoglianze per Khamenei con parole durissime.
Pechino ha definito “inaccettabile” colpire un Paese durante negoziati in corso e uccidere il leader di uno Stato sovrano. Wang Yi ne ha parlato con Lavrov evocando la violazione delle norme fondamentali delle relazioni internazionali. Sánchez dalla Spagna ha respinto l’azione unilaterale.
L’Unione Europea ha chiesto “massima moderazione.” Ma moderazione verso chi? Gli alleati europei non hanno leva né su Washington né su Teheran. Pagano il petrolio più caro, subiscono l’instabilità, e vengono informati a fatto compiuto.
L’aspetto più inquietante è che l’attacco rischia di accelerare esattamente ciò che la strategia americana dovrebbe impedire: la saldatura definitiva dell’asse Mosca-Pechino-Teheran in un blocco anti-occidentale coeso e radicalizzato dalla percezione di un’aggressione comune.
La lezione è amara. Questa non è un’anomalia trumpiana, è una dottrina: comprimere la Cina usando il Medio Oriente come campo di battaglia economica, con l’Europa nel ruolo di danno collaterale accettabile. Se Bruxelles e le capitali europee non troveranno rapidamente una voce comune e una capacità di deterrenza autonoma, energetica, militare, diplomatica, la prossima crisi non li troverà marginalizzati. Li troverà irrilevanti. E la terza guerra mondiale non sarà più uno scenario da convegni, ma una possibilità concreta alle porte di casa nostra.
