Alì Khamenei è morto. E con lui diversi suoi stretti collaboratori. Numerosi leader politici, militari e scienziati iraniani sono stati uccisi nei recenti attacchi congiunti tra Stati Uniti e Israele e in precedenti campagne militari del 2025. Apprendere delle singole dipartite di tali autorevoli personalità può suscitare un certo effetto, ma prenderle in considerazione tutte insieme fa decisamente impressione.
L’attacco del 28 febbraio 2026 ha colpito il cuore del potere a Teheran, portando alla morte dell’ayatollah Ali Khamenei, la Guida Suprema dell’Iran, ucciso in un attacco aereo sul complesso Beit Rahbari, in cui risiedeva a Teheran. Nei raid sono caduti anche Ali Shamkhani, segretario del consiglio di Difesa e consigliere senior della Guida Suprema, considerato un potenziale candidato per assumere il potere in caso di assassinio di Khamenei; Aziz Nasirzadeh, ministro della Difesa iraniano; Sayyid Abdolrahim Mousavi, capo di stato maggiore della Difesa; Mohammad Pakpour, comandante delle Forze di Terra del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), più noti come pasdaran; Saleh Asadi, capo della direzione dell’Intelligence comando centrale Khatam al-Anbiya1; Mohammad Shirazi, capo dell’ufficio militare della Guida Suprema; Hossein Jabal Amelian; presidente dell’Organizzazione per l’Innovazione e la Ricerca della Difesa (SPND).
A queste figure illustri vanno aggiunti gli elementi di spicco dei vertici militari eliminati nel giugno 2025 con l’operazione “Rising Lion”: Hossein Salami comandante in capo dell’IRGC; Mohammad Bagheri, all’epoca capo di stato maggiore della Difesa; Amir Ali Hajizadeh: comandante delle Forze Aerospaziali dell’IRGC, responsabile del programma missilistico; Mohammad Kazemi, capo dell’organizzazione di Intelligence dell’IRGC; Gholam Ali Rashid, comandante del comando centrale Khatam al-Anbiya. Durante le ondate di attacchi del 2025 mirate a colpire il programma nucleare, sono rimasti uccisi Fereydoon Abbasi, ex capo dell’Organizzazione per l’Energia Atomica dell’Iran e Mohammad Mehdi Tehranchi, fisico teorico e figura chiave nel settore ricerca e sviluppo tecnologico.
Questo lungo elenco di prestigiosi esponenti del gotha politico-militare iraniano ha una forte valenza indicativa e induce a una serie di riflessioni.
La prima deriva dalla considerazione del ridotto arco temporale in cui la loro eliminazione è stata portata a compimento, oltre alla precisione con cui è stata effettuata. Per ottenere dei risultati di tale portata è necessario disporre di un’intelligence strategica con un livello di accuratezza elevatissimo. Parliamo di un targeting in cui la remuneratività degli obiettivi tra qeuelli di elevato valore intrinseco individuati, richiede tempo e risorse considerevoli per la pianificazione degli attacchi e tempi ristrettissimi per la loro esecuzione. Per queste ragioni, è lecito pensare che i servizi statunitensi e quelli israeliani dispongano di fonti umane di altissimo profilo inserite nel tessuto dirigenziale iraniano o, quantomeno, di elementi collocati in posizioni-chiave che consentano di accedere ai dati necessari per organizzare tali operazioni. Il che fa intravedere uno spiraglio sulla possibilità di individuare dei successori nella compagine governativa di Teheran che si pongano in una posizione di rottura definitiva con il regime teocratico, qualora deposto.
Il “se” interocutorio è d’obbligo, perché al momento è stata recisa la testa dell’Idra che, com’è noto, ricresce addirittura moltiplicandosi. Fino a quando non sarà scelto un nuovo leader supremo, a guidare l’Iran sarà il consiglio ad interim con il presidente Massoud Pezeshkian, il capo della magistratura Gholamhossein Ejei e un giurista dei Pasdaran.
Tra i potenziali candidati alla successione di Khamenei figurano il figlio Mojtaba Khamenei, i suoi stretti collaboratori Ali Larijani, Sadiq Larijani, Mohammad Mirbagheri e Mohsen Araki, nonché Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica Ruhollah Khomeini. Tuttavia si può cominciare a stringere il cerchio delle candidature, escludendo Mojtaba Khamenei che, come ho detto in un mio precedente articolo2, è personaggio sgradito a gran parte della popolazione iraniana. Il più accreditato risulta essere Ali Larijani, segretario del consiglio supremo per la sicurezza nazionale.
L’Idra, dunque, è in procinto di rigenerarsi e, pertanto, tutti costoro, devono sapere – e certamente sanno – che camminano con un bersaglio disegnato sulla schiena.
Ad ogni buon conto, è impensabile che la situazione si protragga in eterno attraverso reiterate decapitazioni ed è auspicabile che la fase di instabilità apertasi con la scomparsa della maggior parte dei decisori politici e militari del paese trovi una conclusione, possibilmente tra gli esponenti della dissidenza iraniana.
Nell’articolo di cui ho fatto menzione, citavo l’attivista per i diritti umani in esilio Pegah Moshir Pour, che in un suo saggio descrive bene come l’elemento di rottura con il regime degli ayatollah risieda nel recupero delle radici culturali riferibili all’entità chiamata Faravahar lo spirito autentico che orienterebbe il popolo iraniano a ben operare3. Lo zoroastrismo, dunque, diventa il riferimento per catalizzare un’identità nazionale che cancelli l’oscurantismo del periodo khomeinista.
L’eliminazione di Khamenei e dei suoi più stretti collaboratori può portare una ventata di riforme nel travagliato panorama politico del Paese e in questa direzione spingono le psy-ops condotte da Tel Aviv. In passato si è trattato della creazione di siti web in lingua farsi, allo scopo di alimentare il sentimento anti-regime e promuovere l’immagine dello Stato d’Israele in una prospettiva di fratellanza tra i due popoli4 ; ora, attraverso Telegram, si invita la popolazione iraniana a collaborare con Israele, a fornire informazioni tramite fotografie e video, con la promessa di un ritorno al glorioso passato della Persia.
Mantenere libero lo Stretto di Hormuz
Effettuare un blocco navale nello Stretto di Hormuz è considerata una mossa estrema di rappresaglia geopolitica, che l’Iran utilizzerebbe come deterrente negoziale in risposta a sanzioni o attacchi militari. Si tratta del punto di passaggio più critico al mondo per il petrolio (circa il 20-25% della fornitura mondiale vi transita giornalmente) e, di conseguenza, impedirne l’accesso e il transito avrebbe l’obiettivo di colpire direttamente l’economia globale.
Vediamo quali possono essere a livello strategico le ripercussioni di un eventuale blocco.
Innanzitutto, si profilerebbe una forma di leva economica globale, il cui obiettivo primario sarebbe innescare uno shock nei mercati energetici. Una chiusura, anche solo di pochi giorni, potrebbe far balzare il prezzo del petrolio fino a $120-$150 al barile, alimentando l’inflazione mondiale.
Avremmo, poi delle conseguenze relative alla deterrenza e delle forme di pressione diplomatica: minacciando il blocco, l’Iran cerca di costringere le potenze occidentali a desistere da ulteriori attacchi o sanzioni, dimostrando di poter causare danni economici insostenibili per l’Occidente.
Sul piano militare, emerge l’asimmetria bellica determinata dall’evidente inferiorità di Teheran rispetto ai suoi avversari. Non potendo competere frontalmente con le flotte convenzionali di USA o Israele, l’Iran utilizza tattiche asimmetriche (mine navali, droni, barchini veloci) per rendere lo stretto impraticabile alle petroliere commerciali.
Per adottare una simile soluzione le forze iraniane non si affiderebbero a un’unica “barriera” di navi di grandi dimensioni, ma utilizzerebbero una flotta diversificata per esercitare il controllo dello Stretto, che diventerebbero ulteriori high value targets per la coalizione israelo-statunitense. Sostanzialmente, si tratterebbe della seguente tipologia di naviglio:
– Pattugliatori e barchini veloci (Fast Attack Craft). L’IRGC impiega numerosi barchini veloci armati di missili antinave, razzi e siluri per intercettare e allontanare i mercantili. Questi mezzi sono ideali per operare nelle acque ristrette dello stretto e possono essere usati anche per missioni suicide o per la posa rapida di mine.
– Fregate e corvette. La Marina militare delle Forze Armate iraniane (Artesh) e l’IRGC hanno schierato unità maggiori come le fregate classe Jamaran (Moje) e le corvette classe Naghdi. Recentemente sono stati segnalati catamarani avanzati della classe Shahid Soleimani, equipaggiati con sistemi di difesa aerea Seyed-3 per proteggere la flotta durante le operazioni nello stretto.
– Sottomarini. Per la posa di mine e il monitoraggio occulto, l’Iran impiega sottomarini di classe Kilo (di fabbricazione russa) e una numerosa flotta di sottomarini tascabili di classe Ghadir, difficili da rilevare nei fondali bassi del Golfo.
– Droni e missili costieri. Il blocco è supportato da batterie missilistiche antinave posizionate lungo la costa e sulle isole di Nazeat, oltre all’uso di droni d’attacco Shahed per colpire eventuali navi che dovessero ignorare gli avvertimenti.
Allo stato attuale delle operazioni diverse navi hanno riferito di aver ricevuto messaggi via radio VHF dalla nave iraniana Bahram 1 e da altre unità dell’IRGC, che intimano l’alt e dichiarano lo stretto chiuso a ogni tipo di navigazione. Grandi operatori come Maersk e CMA CGM hanno già sospeso i servizi nell’area, invertendo la rotta di numerose petroliere e navi portacontainer. In risposta, gli Stati Uniti hanno dispiegato i gruppi d’attacco delle portaerei USS Gerald R. Ford e USS Abraham Lincoln allo scopo di mantenere aperte le rotte.
Va detto che una tale scelta operativa comporta notevoli rischi e controindicazioni per il regime iraniano. Un blocco totale, infatti, si risolverebbe in un suicidio economico per l’Iran, per diverse ragioni.
In primo luogo, l’Iran dipende dallo Stretto per le proprie esportazioni di greggio. Un blocco impedirebbe a Teheran di generare entrate vitali per la propria economia.
Il secondo fattore da tenere in considerazione è relativo alle reazioni immediate sul piano militare. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno ripetutamente dichiarato che non tollereranno interferenze con la libertà di navigazione. Un blocco provocherebbe quasi certamente un intervento navale internazionale guidato dalla V Flotta degli Stati Uniti per riaprire il passaggio con la forza.
Un terzo aspetto, non meno importante, riguarda l’incrinazione dei rapporti con la Cina. Pechino è il principale acquirente di petrolio iraniano (circa il 90% delle sue esportazioni). Un blocco danneggerebbe gravemente la sicurezza energetica cinese, alienando l’alleato diplomatico più importante di Teheran.
Annullare la capacità combat dell’avversario alimentata dalla Cina
Abbiamo detto delle relazioni privilegiate vigenti tra Teheran e Pechino in virtù dell’interesse cinese per il petrolio iraniano. L’oro nero è la moneta con cui gli ayatollah pagano le forniture del Dragone. In base a recenti rapporti di intelligence e analisi geopolitiche (aggiornati al 1° marzo 2026), la Cina ha intensificato le forniture militari all’Iran, in particolare dopo il conflitto di 12 giorni tra Israele e Iran del giugno 2025. Per aggirare gli embarghi, queste vengono sovente effettuate attraverso voli cargo discreti (Boeing 747 che spengono i transponder) o spedizioni marittime tracciate dall’intelligence occidentale. Le consegne confermate o in fase avanzata di negoziazione includono:
– Sistemi difensivi e d’attacco di ultima generazione
- Droni d’attacco e munizioni circuitanti. Pechino ha recentemente consegnato droni d’attacco “offensivi” e loitering munitions per ricostituire le capacità d’attacco iraniane. Fornire droni d’attacco potrebbe anche essere un modo per Pechino di garantire un certo supporto offensivo all’Iran, mentre valuta la vendita di missili più sofisticati.
- Sistemi di difesa aerea. Sono state consegnate batterie di missili terra-aria HQ-16 e HQ-17AE, sistemi di difesa a corto e medio raggio, per proteggere le infrastrutture critiche e i siti nucleari dai raid aerei.
- Missili Anti-Nave CM-302. L’Iran è prossimo a finalizzare l’acquisto di questi missili supersonici (definiti carrier killer), capaci di minacciare portaerei e cacciatorpediniere con una gittata di circa 290 km. Queste armi potrebbero colpire navi statunitensi nel Mar Arabico o più vicino alla costa iraniana, nel Golfo dell’Oman e nel Golfo Persico. Questi missili superano la velocità di Mach 3 e sono difficili da intercettare.
- Componenti per missili balistici. Sono stati tracciati carichi di perclorato di sodio, un ossidante fondamentale per il propellente dei missili balistici, sufficienti per alimentare circa 260 vettori di medio raggio.
Risulta in discussione anche la fornitura di missili balistici DF-17, Sebbene i missili balistici iraniani abbiano gittata simile, il DF-17 ha una migliore manovrabilità, utile per eludere i sistemi di difesa aerea.
– Sistemi non di ultima generazione e Supporto Tecnologico
- Velivoli. In passato, la Cina ha fornito caccia F-7M (Airguard), versione derivata dal Mig-21.
- Missili da crociera. Negli anni Ottanta e Novanta sono stati consegnati missili HY-2 Silkworm.
- Tecnologia Dual-Use. La Cina continua a fornire componenti elettronici e materiali strategici che l’Iran integra nei propri droni (come la serie Shahed) e nei programmi missilistici nazionali (serie Shahab).
La decisione della Cina di fornire droni-kamikaze alla Repubblica Islamica suggerisce che Pechino potrebbe colmare una lacuna che la Russia non è in grado di colmare a causa delle proprie esigenze legate al conflitto con l’Ucraina. L’Iran è stato all’avanguardia nell’impiego di droni-kamikaze economici per sfidare i sofisticati sistemi di difesa aerea occidentali. La Russia ha acquistato migliaia di droni Shahed dall’Iran nei primi anni della guerra in Ucraina, ma recentemente ha iniziato a produrre una propria versione nazionale basata su tecnologia, addestramento e progettazione iraniani. Con i raid aerei quotidiani contro l’Ucraina, la Russia sta incontrando delle difficoltà a cedere pezzi di ricambio al suo storico alleato, ora a sua volta invischiato in una situazione problematica. L’Iran, da tempo soggetto a pesanti sanzioni e provato dalla perdita di una parte consistente della propria capacità di produzione bellica in conseguenza degli attacchi israeliani, fa un largo affidamento al sostegno ottenibile dalla Cina. La Cina, infatti, fornisce circa l’80% dei componenti per droni del mondo ed è un fornitore sia di Russia che di Ucraina, quindi potrebbe rifornire rapidamente l’Iran di droni-kamikaze già assemblati.
Distruggere queste tipologie di armamento o interrompere le linee di approvvigionamento diventa prioritario per gli Stati Uniti e Israele, per addivenire ad una rapida risoluzione del conflitto innescato. È un fatto che sul piano militare l’Iran non ha alcuna possibilità di prevalere e, anche con le forniture straniere, nel medio-lungo periodo non ha la possibilità di resistere o reagire con efficacia contro i suoi avversari. La reazione a cui abbiamo assistito contro le basi americane sparse in Medio Oriente e contro le città israeliane, sebbene in apparenza ben coordinata, in realtà è piuttosto scomposta e istintiva, frutto non di una ponderata pianificazione, quanto piuttosto di una rabbia da sfogare su obiettivi alla portata dei sistemi d’arma disponibili.
Nondimeno, l’invito ad una forma di jihad sciita è un urlo disperato rivolto a quella parte della comunità islamica che tuttavia, con gli attacchi portati sui territori dell’Oman, del Bahrain, della Giordania degli Emirati Arabi, del Kuwait e del Qatar, recano un’offesa all’altra grande comunità islamica, quella sunnita. Cautela, dunque.
Un’ultima riflessione voglio farla in merito al rafforzamento dei legami in materia intelligence e sicurezza tra Iran e Cina dopo la guerra dei 12 giorni. In un rapporto pubblicato dalla rivista Modern Diplomacy, la Cina ha intensificato la cooperazione in materia di intelligence con l’Iran sin dall’inizio del conflitto per contrastare l’influenza del Mossad e per individuare le lacune nella sicurezza5. Vi sono anche segnalazioni secondo cui la Cina avrebbe assistito l’Iran nella sua tecnologia di sorveglianza a distanza, fornendogli satelliti per la sorveglianza e consentendo l’accesso alle più recenti tecnologie delle aziende cinesi. In un futuro non lontano, l’Iran prevede di utilizzare il sistema di navigazione satellitare cinese BeiDou come alternativa ai sistemi di navigazione satellitare occidentali, nel tentativo di ridurre la propria dipendenza tecnologica6.
Se i risultati sono quelli che abbiamo visto, forse Teheran dovrebbe rivedere qualcosa sia nella propria organizzazione, sia nell’attuazione delle procedure.
1 Si tratta del Comando Operativo Interforze iraniano, posto sotto il comando diretto dello Stato maggiore . Ha il compito di pianificare e coordinare le operazioni militari congiunte all’interno delle forze iraniane.
2 N. Cristadoro, Pietroburgo, Teheran. Luoghi della sconfitta dello stato di diritto o simboli del desiderio di rinascita dei popoli?, Difesa online, 31/05/2025. https://www.difesaonline.it/2025/05/31/istanbul-pietroburgo-teheran-luoghi-della-sconfitta-dello-stato-di-diritto-o-simboli-del-desiderio-di-rinascita-dei-popoli/.
3 P.M. Pour, Teheran. Il fascino millenario e l’inquietudine contemporanea, Paesi Edizioni, Roma, 2025.
4 https://www.ajc.org/Farsi.
5 N. Helmy, How China Aims to Block Mossad Operations in Iran, Modern Diplomacy, 26/01/2026. https://moderndiplomacy.eu/2026/01/28/how-china-aims-to-block-mossad-operations-in-iran/.
6 Ibid.
