Nel linguaggio politico si sentono spesso formule che contengono un “sempre” – cioè in ogni circostanza – o un “comunque”, vale a dire indipendentemente dai fatti. Sono parole assolute che finiscono per sostituire un’attenta analisi con l’appartenenza. Talvolta, come rafforzativo, si usano entrambi i termini nella stessa frase: «Io sto sempre e comunque con la polizia», espressione utilizzata spesso dal leader Salvini. Una formula che, per definizione, esclude il dubbio, la verifica dei fatti e la distinzione tra il singolo agente e l’istituzione.
Sebbene le indagini sui fatti di Rogoredo siano ancora in corso, è proprio in occasioni simili che tornano dichiarazioni perentorie nei talk show e sui social. Colpisce non solo la rapidità delle prese di posizione (e le ritirate), ma il meccanismo che attiva una semplificazione che trasforma un fatto complesso in uno scontro binario tra “giusto” e “sbagliato”. Si costruisce un’arena pubblica in cui i protagonisti vengono ridotti a due contendenti contrapposti, mentre il pubblico – attraverso commenti e reazioni – assegna un pollice in su o un pollice verso. Serve, o fa comodo, una tifoseria e la necessità di schierarsi.
«Io sto sempre e comunque con la polizia» è una formula rassicurante, ma rischia di diventare un automatismo ideologico che non rende un buon servizio all’istituzione stessa, fondata su regole, responsabilità e controllo della legalità. È giusto indignarsi quando il comparto della pubblica sicurezza viene aggredito o vessato – come i recenti fatti di Torino – ma proprio perché l’uniforme rappresenta una certezza per i cittadini deve restare al riparo da comportamenti opinabili o atteggiamenti arroganti che, quelli sì, non piacciono a nessuno.
Sostenere “sempre e comunque” significa anche ignorare ciò che talvolta incide sulla percezione del cittadino: una denuncia che viene rimbalzata, un atteggiamento sbrigativo allo sportello, una multa o un’auto di servizio che attraversa un semaforo rosso senza un’urgenza evidente. Episodi che non definiscono un corpo intero, ma che esistono e non vanno negati per timore o evitare l’accusa di essere contro qualcuno.
Allo stesso tempo è altrettanto sbagliato lanciare accuse preconcette contro le forze dell’ordine, che nelle attività operative seguono protocolli rigidi, norme precise e responsabilità che dall’esterno non sempre si comprendono.
Lo Stato di diritto resta l’obiettivo principale e significa rispetto delle regole per tutti, operatori compresi. I magistrati non sono nemici di qualcuno, ma applicano il codice penale e svolgono una funzione di garanzia prevista dalla Costituzione.
Il modo migliore per onorare le forze dell’ordine non è moltiplicare i proclami, ma garantire loro risorse economiche adeguate, percorsi di carriera chiari, formazione e motivazione. La credibilità di un’istituzione si costruisce così, non con slogan. E, se proprio la politica vuole “stare con qualcuno”, allora vale per tutti, per l’operaio, il barman, il medico e il farmacista. Anche loro servono la collettività ogni giorno, eppure non sono oggetto di facili esclamazioni identitarie.
Il cittadino non è chiamato a tifare, ma è chiamato a pretendere equilibrio, legalità e responsabilità. La fiducia nelle istituzioni non nasce dagli slogan, ma dal rispetto delle regole che tengono in piedi uno Stato di diritto, anche quando il dibattito politico invade ambiti simbolici come il Festival di Sanremo. Non a caso, proprio oggi, con la celebrazione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario alla presenza del presidente della Repubblica e delle più alte cariche dello Stato,si è ricordato quanto l’equilibrio tra poteri e il corretto funzionamento della giustizia siano pilastri essenziali della democrazia, e le istituzioni si onorano con serietà, risorse adeguate e rispetto dei ruoli.
A margine di queste riflessioni, un operatore di Questura non più in servizio mi scrive: «Esattamente così, anche io penso la stessa cosa. Purtroppo alla base è una questione di cultura e soprattutto di etica che negli ultimi anni è andata a perdersi e sulla quale molte forze politiche vanno a caccia del consenso creando paura e cercando il nemico del giorno. Spiace soprattutto che le FF.OO. si facciano influenzare a questo modo. Per fortuna esistono migliaia di operatori corretti e ligi al dovere, ma se non cambia la narrazione e la speculazione politica andrà sempre peggio.»
