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Editoriale

Trump, i dazi e l’occasione europea: quando l’alleato ti spinge a diventare adulto

Andrea Cucco · · 3 min di lettura

Mentre Donald Trump trasforma i dazi in uno strumento di propaganda permanente, sta sabotando con sorprendente efficacia il legame più importante per la difesa occidentale: quello tra Stati Uniti, Europa e NATO. Un capolavoro di autolesionismo strategico che né Cina né Russia avrebbero potuto ottenere a costi così bassi.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. L’asse transatlantico si incrina. La fiducia si consuma. E mentre Washington gioca al mercante globale, Pechino e Mosca ringraziano in silenzio.

Nel frattempo, l’economia europea arretra. Lentamente, inesorabilmente. I giganti asiatici crescono, accumulano, conquistano quote. Tuttavia è un modello destinato a essere travolto dalla guerra. La storia mostra che modelli di crescita iper-competitivi, privi di sbocchi politici e di regole condivise, tendono a risolversi nel conflitto.

L’Europa, paradossalmente, è oggi l’unica grande area del mondo che potrebbe affrontare questa fase con un altro paradigma. Non perché sia più forte. Ma perché è diversa.

Se si sommano i bilanci europei, i numeri parlano chiaro. Difesa, ricerca, sanità, infrastrutture, welfare. L’Europa dispone di risorse complessive enormi. Il problema non è la scarsità, ma la frammentazione. Ventisette sistemi che duplicano, sprecano, competono tra loro come se il vicino fosse il vero avversario. Ventisette orticelli difesi con ostinazione, anche quando non producono più né sicurezza né prosperità.

Accettare le economie di scala significherebbe perdere un po’ di sovranità apparente per guadagnarne molta di reale. Ma questo passaggio terrorizza classi politiche cresciute nel culto del “piccolo potere”, delle mediazioni infinite, delle riunioni di condominio tra travet più interessati alla sopravvivenza personale che al bene dei rispettivi Paesi e soprattutto NON alle responsabilità. Non è un problema di persone, è un Sistema che premia l’inerzia e punisce la decisione.

Quale Europa?

Parlo di un’Europa politica, capace di decidere e assumere responsabilità comuni, difficili o meno che siano. Un’Europa unita, con un esecutivo unico, un centro decisionale riconoscibile, un responsabile comune. Uno. Non un comitato. Non una caricatura istituzionale.

Soprattutto un’Europa aperta, non per ingenuità, ma per identità. Aperta perché, a differenza della concorrenza, non nasce per dominare, ma per integrare. L’Unione Europea non si è costruita sull’annessione, sulla coercizione, sulla forza militare. Si è costruita sull’idea – fragile ma rivoluzionaria – che valori condivisi possano unire più della paura.

Questa è la sua vera arma strategica. Non i carri armati. Non i dazi. Non le minacce.

La capacità di attrarre, di includere, di creare regole comuni accettate perché percepite come legittime. È ciò che Cina e Russia non possono replicare. Possono imporre. Possono comprare. Possono intimidire. Ma non possono unire senza costringere.

La provvidenza, se esiste, sta gridando “Sveglia!”. Le occasioni storiche non bussano due volte, e l’Europa è già in ritardo ad aprire.

Gli Stati Uniti hanno fin troppi problemi interni. La NATO scricchiola. Il mondo entra in una fase di conflitto strutturale. E l’Europa, che avrebbe tutto per diventare un polo autonomo, resta immobile.

Forse perché non è l’Europa che potrebbe e dovrebbe essere.
Forse perché è diventata una congrega che porta un nome, ma non lo onora.
Forse perché la sua forza più grande – unire senza sopraffare – richiede coraggio politico.

E il coraggio, oggi, è la risorsa più scarsa del continente.

foto: The White House

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