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Editoriale

Il 5% per la difesa è insostenibile come la pace che finge la guerra

Andrea Cucco · · 4 min di lettura

Nel dibattito politico e strategico che ha accompagnato l’adozione del nuovo obiettivo NATO del 5% del PIL in spesa per la difesa entro il 2035, si è dato per scontato che questa soglia rappresenti una sorta di “nuova normalità”. Ma è davvero così? E soprattutto… chi lo rispetterà davvero?

Partiamo da un dato: gli Stati Uniti, perno della NATO, non investono oggi il 5% del loro PIL nella difesa. Secondo i dati del Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), nel 2024 la spesa militare americana si è attestata attorno al 3,4%, in crescita, ma ben lontana dal tetto simbolico di cui ora si chiede l’adozione formale ai partner europei. E questo nonostante Washington sia, a tutti gli effetti, coinvolta in una guerra a bassa intensità su più teatri: sostegno diretto all’Ucraina, preparazione al confronto militare con la Cina, e posture offensive nei confronti dell’Iran.

Se la più potente macchina militare del mondo non tocca il 5% nemmeno in una fase di confronto globale crescente, perché dovrebbero farlo gli altri?

La storia insegna che una simile quota di PIL è sostenibile solo in tempo di guerra, o in preparazione a essa. Durante la Guerra Fredda, Paesi come il Regno Unito e la Francia toccarono valori simili, proporre oggi quel livello in assenza di una minaccia reale (non “percepita”) diretta e politicamente dichiarata, significa forzare la realtà o non ammettere programmi bellici altrui in corso.

Il 2% era già un obiettivo ostico per molti membri dell’Alleanza. Il caso italiano è emblematico: il già scarso 1,3-1,4% di poco tempo addietro comprendeva le spese per l’Arma dei Carabinieri e altre voci che, in assenza, avrebbero svelato un misero 0,8% per la Difesa.

Sulla carta, il governo ha oggi accolto “responsabilmeente” l’obiettivo NATO. Nei fatti, l’Italia si attesterà – se mai lo farà – sul 5% attraverso espedienti contabili: verranno probabilmente inclusi investimenti dual-use, spese per la protezione civile, fondi per la cybersicurezza gestiti da altri ministeri, contributi internazionali a missioni civili… Rimilitarizzeremo la Polizia? Insomma sarà vera Difesa o solo un modo elegante di “dare i numeri”?

Il rischio è che si consolidi una nuova forma di ipocrisia strategica: dichiarare il 5%, spenderne realmente il 2,5%, e contare il resto tra voci estranee all’effettiva capacità militare. D’altra parte chi può scagliare la prima pietra? Avevamo promesso il 2% “entro il 2024” per oltre 10 anni e per 5 governi!

Va infine chiarito che il target del 5% non è vincolante in senso giuridico. Non è un trattato, non è un obbligo con sanzioni. È un impegno politico, come lo era il 2% del 2014 (…). Certo, in un contesto segnato dalla rielezione di Donald Trump e da un’Europa incapace di reagire ed unirsi politicamente, la pressione su chi “non paga” e non paghera sarà crescente e poco barattabile con la precedente “carne da cannone”.

Ecco il punto. Chiamare “normalità” una spesa da tempo di guerra in assenza di un mandato strategico chiaro significa abituare l’opinione pubblica a una militarizzazione senza giustificazione esplicita.

La guerra, per quanto orrenda, non è sempre evitabile. È l’ultima ratio di chi ha fallito nella diplomazia, ma anche lo strumento di chi si rifiuta di arrendersi a un’aggressione, a un sopruso, a una minaccia esistenziale. Chi la rifiuta in ogni caso e a ogni costo, finisce per disarmare non solo sé stesso, ma anche i propri valori.

Le democrazie vere, proprio perché più lente, più complesse, più trasparenti, devono dimostrare più coraggio dei regimi nel decidere quando negoziare, quando cedere e – se necessario – quando combattere. Altrimenti, mentendo a sé stesse, militarizzando senza una strategia, e paralizzandosi per paura di sembrare deboli, finiscono per imitarli.

La pace è un bene prezioso. Ma se serve fingere una guerra per ottenerla, forse è la pace stessa a essere diventata insostenibile.

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