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Corea del Sud: il difficile futuro di Yoon Suk-yeol

Gino Lanzara · · 3 min di lettura
MBDA Stratus

Come non fosse bastata la tempesta siriana, con tutte le incognite del caso, anche l’estremo oriente ha battuto un colpo comunque destinato a riverberarsi in echi duraturi. Il presidente Yoon Suk-yeol, ex procuratore generale, cogliendo di sorpresa sia gli ambiti politici interni che il consesso internazionale, ha ritenuto opportuno proclamare la legge marziale, un provvedimento che, nella storia coreana, rievoca ricordi drammatici.

Mentre era scontato pensare che il nord avesse infranto frontiere, dopo le molteplici e muscolari prese di posizione succedutesi negli anni, il provvedimento adottato si indirizzava si verso una generica tutela volta a sradicare le spregevoli forze anti-statali filo-nordcoreane, sia a stigmatizzare la politica paralizzante dell’opposizione, ritenuta collusa con Pyongyang. In realtà il riferimento al Nord sembra decisamente più funzionale a giustificare provvedimenti ispirati da una crescente debolezza politica interna.

L’annuncio della legge marziale, poi ritirata, ha comunque provocato ripercussioni di carattere sui mercati finanziario e valutari, cui non sono estranee le tensioni causate dagli esiti delle ultime elezioni politiche, un vero e proprio esame di mezzo termine per il presidente, mai così in calo di popolarità ed osteggiato anche dal suo stesso partito, bene attento a prendere le distanze da un intervento facilmente riconducibile ai prodromi di un colpo di stato capace di spiazzare il dominus amaricano.

Le motivazioni addotte, riconducibili alle richieste di un impeachment ormai inevitabile, vedono in scena ruoli e capacità di azione della magistratura nonché il ridimensionamento del budget programmato dall’Assemblea nazionale. Se è vero che nella sua storia la Corea ha dovuto assistere a ripetuti colpi di stato, è però altrettanto vero come questa volta le cause essenzialmente endogene abbiano indotto ad una sostanziale convergenza di maggioranza ed opposizione nel condannarle prendendone le distanze per porre le basi del secondo impeachment della storia coreana.

Il principale sindacato confederale, intanto, ha dichiarato uno sciopero generale a tempo indeterminato fino a quando il presidente non si dimetterà o sarà rimosso; non a caso, capo dello staff presidenziale e molti suoi collaboratori avrebbero già presentato le dimissioni, senza contare il crollo della compagine governativa.

Probabilmente le cause principali sono da rinvenirsi in una sostanziale incompatibilità di Yoon, che nel 2022 ha vinto la competizione elettorale con un margine molto esiguo, per dimostrare poi una scarsa flessibilità politica tale da giustificare un bassissimo tasso di gradimento sociale, accompagnato dalle difficoltà di una situazione economica delicata; un quadro aggravato da scandali e sovraesposizioni imbarazzanti a livello familiare.

L’oggettiva impossibilità di condurre un’azione di governo, ha probabilmente ispirato nel peggiore dei modi il presidente, ora alle prese con una situazione di gran lunga più complessa. Inevitabile supporre che Yoon Suk-yeol si trovi di fronte alla fine della sua carriera politica già dal prossimo 7 dicembre, quando cioè l’Assemblea si riunirà per deliberare e votare, peraltro con la partecipazione della compagine conservatrice.

Al netto delle considerazioni politologiche, l’impressione che più facilmente emerge restituisce l’immagine di un politico postosi da solo in una situazione da assedio indotto, dagli scandali e dai crescenti impedimenti istituzionali, a ricorrere a misure incontrollabili e destinate a ritorcersi contro.

Foto: DEMA

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