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Mondo militare
Analisi

Dalla geografia allo spazio di battaglia

Hormuz e la trasformazione del terreno nella guerra contemporanea

Andrea Lancioli Andrea Lancioli · · 12 min di lettura

L’evoluzione della tecnologia militare contemporanea ha periodicamente alimentato l’illusione di una progressiva smaterializzazione del conflitto. Tra la fine del XX secolo e l’inizio del nuovo millennio, l’estasi tecnocentrica legata alla Revolution in Military Affairs (RMA)1 ipotizzava che la combinazione di dominio informativo, sensori aperti sul campo e munizionamento guidato di precisione avrebbero diradato la “nebbia della guerra”, riducendo la geografia a una variabile secondaria, un mero spazio passivo d’attraversamento per vettori a lunga gittata.

I recenti sviluppi operativi nello Stretto di Hormuz smentiscono radicalmente questa impostazione, mettendo in luce come la geografia non sia stata superata dalla tecnologia; al contrario, come sosteneva lo stratega Colin S. Gray di fronte al riduzionismo tecnologico, la dimensione spaziale rimane la costante fondamentale della strategia, pur venendo continuamente ridefinita dal progresso tecnico2.

L’analisi del dispositivo militare iraniano collocato sulle isole dello Stretto rivela infatti che il terreno non rappresenta più soltanto uno “sfondo” statico su cui si muovono le forze, né un mero vincolo topografico. Il dato geografico è via via diventato una vera e propria piattaforma di integrazione capace di intersecare, condensare e amplificare capacità che appartengono a domini differenti: terrestre, marittimo, aereo, elettromagnetico e informativo.

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Per comprendere la persistenza e il valore della geografia nella guerra contemporanea è necessario superare la concezione deterministica del terreno, analizzando come la dimensione spaziale delle operazioni si sia trasformata nel corso dell’ultimo secolo, seguendo una precisa genealogia teorica e dottrinale, a partire dal campo di battaglia (battlefield), tipico della guerra moderna fino alla prima metà del XX secolo, viene concepito come uno spazio prevalentemente fisico, bidimensionale, delimitabile e osservabile (orografia, quote, fiumi, linee di vista e di tiro, vie di comunicazione fisiche). Al passo successivo si collocano teatro operativo e spazio di manovra, due concetti maturati con l’avvento della meccanizzazione e della terza dimensione (l’aviazione), in cui la profondità geografica e la coordinazione spazio-temporale delle forze diventano il fattore determinante della manovra operativa. Infine lo spazio di battaglia multidimensionale (battlespace), è la formulazione più recente, all’interno della quale lo spazio fisico non viene sostituito ma integrato da strati immateriali e tecnologici.

Un’isola situata all’imboccatura di uno stretto strategico all’inizio del XX secolo esprimeva un valore militare legato quasi esclusivamente alla sua superficie e alla sua posizione fisica come piattaforma per artiglierie costiere, punto di osservazione visivo o un ancoraggio protetto per la flotta. Nel contesto attuale, la superficie emersa della medesima isola resta quantitativamente invariata, ma la sua densità strategica si moltiplica, e da semplice fortificazione diventa un nodo sistemico in cui convergono sensori radar, stazioni di guerra elettronica (jamming e spoofing GPS/AIS)3, siti di lancio per missili antinave, hangar per vettori senza pilota (UAV e USV)4, nodi di comando e controllo (C2) e complessi sotterranei di resilienza e sopravvivenza5.

In questa transizione si colloca il passaggio dottrinale dall’operatività Joint (interforze) alle odierne Multi-Domain Operations (MDO)6: se la dottrina interforze novecentesca cercava il coordinamento tra forze armate che operavano in ambienti separati, la prospettiva multidominio presuppone la convergenza simultanea e continua di capacità cinetiche e immateriali. Come dimostra il caso iraniano, la spazialità contemporanea non annulla l’essenza stessa dell’isola o della costa, ma le trasforma in “punti d’ancoraggio” fisici da cui espandere effetti coordinati tra i domini terrestre, marittimo, aereo, cibernetico ed elettromagnetico.

La capacità dell’Iran di condurre operazioni di interdizione o di Anti-Access/Area-Denial (A2/AD)7 nello Stretto di Hormuz non nasce da un’improvvisazione congiunturale, ma è il risultato di una strategia di militarizzazione e strutturazione dello spazio condotta su un arco temporale di oltre cinquant’anni. L’occupazione iraniana delle isole di Abu Musa, Grande Tunb e Piccola Tunb nel 1971 ha rappresentato il punto di partenza per la poter assumere una postura difensiva e di proiezione nell’area dello stretto. In questo senso la geografia ha offerto l’opportunità strategica che l’organizzazione, l’ingegneria infrastrutturale e la dottrina l’hanno trasformata in una capacità militare permanente.

La letteratura analitica di settore (tra cui i recenti studi del Department of Defence Studies del King’s College di Londra a firma di Bruno Ferreira Chaves Cortez) identifica chiaramente la struttura sistemica di questo dispositivo insulare, suddiviso in due principali catene operative.

La prima sentinella insulare (First Insular Sentinel), è composta dalle isole di Qeshm e Larak, posizionate proprio all’ingresso dello Stretto, a circa 50 km dalla penisola del Musandam (Oman). L’isola di Larak, nonostante la mancanza di una pista d’atterraggio convenzionale, ospita infrastrutture portuali capaci di accogliere motovedette veloci d’attacco (come le unità classe Peykaap II armate di missili). La presenza di sistemi di guerra elettronica mobile (come i complessi per il disturbo satellitare e delle comunicazioni) consente all’IRGC di alterare la situazione tattica marittima, degradando i segnali AIS e GPS delle navi in transito. Larak è stata inoltre impiegata come punto di riferimento geografico per la designazione di rotte marittime obbligate nell’area. Con i suoi 780 km² e lo stretto di Khuran che la separa dal territorio continentale, Qeshm funge da naturale prolungamento della costa iraniana. L’isola combina piste di volo, basi navali e installazioni missilistiche costiere (tra cui lanciatori di razzi e missili antinave come i sistemi Fajr).

La seconda sentinella insulare (Second Insular Sentinel), situata più a ovest, all’interno del Golfo Persico, comprende Abu Musa, Grande Tunb e Piccola Tunb. Le prime due costituiscono postazioni avanzate pesantemente militarizzate, la loro caratteristica fondamentale è la presenza di estesi complessi sotterranei e bunker interrati, concepiti come controparte insulare delle cosiddette “città missilistiche” continentali. Questi tunnel proteggono missili da crociera antinave, munizioni circuitanti, droni marittimi (USV) e mine. Piccola Tunb agisce invece come posto di osservazione avanzato e nodo di preallarme, dotato di una guarnigione permanente, posizioni di artiglieria e difese costiere fortificate.

L’analisi delle installazioni sulle isole evidenzia come il terreno contemporaneo sia diventato un punto di intersezione tra vettori fisici e domini immateriali:

  1. dominio terrestre (piste di rullaggio, porti protetti, posizioni fortificate di spiaggia e capisaldi difensivi);
  2. dominio marittimo (capacità di posamento mine, impiego di barchini veloci e droni di superficie per la saturazione degli spazi manovrati);
  3. dominio elettromagnetico (sensori radar di scoperta navale e aerea, sistemi di guerra elettronica, sistemi di tracciamento e dispositivi di jamming/spoofing volti a creare un’opacità informativa nel traffico commerciale e militare);
  4. dominio sotterraneo (l’impiego massiccio della fortificazione sotterranea riduce la vulnerabilità agli attacchi aerei e missilistici di precisione dell’avversario; la roccia e il terreno offrono la sopravvivenza fisica necessaria affinché i nodi di sensori e le componenti d’attacco possano continuare a funzionare anche in contesti di aperta ostilità).

L’isola cessa in questo modo di essere una semplice “posizione” geografica, diventando invece un sistema di sistemi in cui la tecnologia non ha reso obsoleto lo spazio insulare, ma gli ha fornito i mezzi per irradiare potenza militare su tutti i domini circostanti.

Nell’esame delle capacità militari collocate su questi nodi insulari occorre mantenere una precisa distinzione metodologica tra dato topografico, evidenza infrastrutturale e inferenza dottrinale. L’uso dell’intelligence da fonti aperte (OSINT)8 e delle immagini satellitari ad alta risoluzione permette di identificare con certezza la presenza di elementi strutturali (piste, moli, torri di comunicazione, imbocchi di tunnel interrati). Tuttavia, l’attribuzione di specifiche capacità operative – come la presenza di determinati sistemi EW o l’esatta natura dei vettori custoditi nei complessi sotterranei – deve basarsi su una rigorosa cautela analitica.

È proprio la combinazione di infrastrutture visibili e capacità celate nel sottosuolo a generare quell’ambiguità strategica che costituisce l’efficacia della deterrenza asimmetrica iraniana nello Stretto.

Il caso studio dello Stretto di Hormuz ci offre così una lezione teorica che supera i confini del Medio Oriente e della stretta attualità. La condotta della guerra contemporanea non sta marciando verso una completa smaterializzazione virtuale. Più aumenta la capacità delle forze armate di colpire a grande distanza con estrema precisione, più diventa vitale il possesso e il controllo di nodi fisici capaci di garantire tre requisiti fondamentali, ovvero osservazione, sopravvivenza e accesso.

Richiamando le riflessioni di Milan Vego sulla teoria operativa navale, la presenza di strettoie marittime e geografie insulari complesse continua a condizionare la libertà di manovra strategica, indipendentemente dalla raffinatezza dei sistemi d’arma impiegati. L’esperienza di Hormuz suggerisce che il controllo dello spazio contemporaneo richiede una sintesi: non la sostituzione del terreno con il dato digitale, ma la capacità di fondere la persistenza della geografia con la flessibilità del multidominio.

La geografia non è morta e il terreno non è più soltanto terreno. Nell’era del conflitto multidominio, la geografia si è evoluta in una nuova spazialità strategica integrata, dove l’elemento fisico costituisce il perno indispensabile su cui poggiano e si coordinano le dimensioni immateriali della potenza militare.

1 Revolution in Military Affairs (RMA). Con Revolution in Military Affairs (RMA) – concetto affermatosi nel dibattito strategico tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta del XX secolo – si definisce una radicale trasformazione del modo di condurre la guerra, guidata dall’innovazione tecnologica. Imperniata sul concetto di system-of-systems, la RMA teorizzata dai circoli tecnocentrici americani postulava che la combinazione di sensori avanzati, superiorità informativa e munizionamento guidato di precisione (PGM) potesse azzerare la “nebbia della guerra” e rendere obsoleta la dimensione fisica e territoriale del conflitto.

2 Colin S. Gray (1943-2020). Tra i massimi teorici della strategia contemporanea e influente geostratego britannico-americano, Colin Gray è stato il principale oppositore del riduzionismo tecnologico della RMA. Nelle sue opere (tra cui Modern Strategy e The Continued Primacy of Geography), Gray ha sostenuto con forza che la geografia rappresenta la “costante permanente” della strategia: la tecnologia modifica il modo in cui la guerra viene combattuta e lo spazio viene attraversato, ma non elimina la necessità politica e militare di controllare nodi fisici e posizioni terrestri.

3 Jamming e Spoofing (Guerra Elettronica o Electronic War – EW). Il jamming consiste nel disturbo attivo delle frequenze radio o satellitari per impedire la ricezione dei segnali (come il GPS). Lo spoofing, forma più sofisticata, trasmette segnali falsificati che ingannano i ricevitori di bordo, inducendo i sistemi di navigazione o i dispositivi di tracciamento commerciale (AIS) a visualizzare coordinate errate. Il GPS (Global Positioning System) fa riferimento al sistema di posizionamento e navigazione satellitare globale (di proprietà e gestito dal Dipartimento della Difesa degli Stati uniti) che fornisce informazioni geospaziali di tempo e posizione a qualsiasi ricevitore compatibile ovunque sulla Terra o vicino ad essa. L’acronimo AIS indica l’Automatic Identification System, un sistema di tracciamento automatico utilizzato sulle navi e dai servizi di traffico marittimo. L’AIS trasmette via VHF dati di navigazione in tempo reale – tra cui identità della nave, posizione, rotta, velocità –, consentendo il monitoraggio e la gestione del traffico e la consapevolezza situazionale marittima.

4 Unmanned Aerial Vehicles (UAV) e Unmanned Surface Vehicles (USV). Termini ed acronimi indicanti rispettivamente i veicoli senza pilota aerei (Unmanned Aerial Vehicles – UAV, comunemente noti come droni) e di superficie (Unmanned surface Vehicles – USV, imbarcazioni a guida autonoma o remota). Nella dottrina asimmetrica moderna, l’impiego combinato di UAV e USV consente di condurre ricognizione continua, sorveglianza e attacchi a saturazione a costi operativi ridotti, rappresentando una minaccia asimmetrica particolarmente insidiosa per le forze navali convenzionali che operano in spazi ristretti.

5 Underground Facilities (UGF / Città missilistiche). Le Underground Facilities (UGF) sono infrastruttura scavate in profondità nella roccia o nel sottosuolo. Nel quadro strategico iraniano, queste strutture (spesso definite “città missilistiche”) garantiscono la sopravvivenza dei vettori strategici, dei centri di comando e dei depositi logistici di fronte a massicci attacchi aerei o missilistici convenzionali condotti con munizionamento di precisione.

6 Multi-Domain Operations (MDO). Le Multi-Domain Operations rappresentano l’evoluzione della dottrina militare contemporanea (sviluppata in ambito NATO e statunitense). Superando la semplice cooperazione interforze (Joint – esercito, marina e aeronautica che operano coordinati ma in ambienti separati), la prospettiva multidominio richiede la sincronizzazione simultanea di effetti cinetici e immateriali attraverso cinque domini: terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico/elettromagnetico.

7 A2/Ad (Anti-Access/Area-Denial). L’acronimo A2/AD indica l’insieme di strategie, tattiche e sistemi d’arma (missile antinave, difesa aerea, mine, guerra elettronica) progettati per impedire a una forza avversaria di rischierarsi in un teatro operativo (Anti-Access) o di operare liberamente al suo interno (Area-Denial). Nel caso iraniano, le isole di Hormuz fungono da bastioni avanzati per rendere proibitivo il transito navale non autorizzato.

8 Open-Source Intelligence (OSINT). L’OSINT indica l’attività di raccolta, elaborazione e analisi di informazioni estratte da fonti pubbliche e liberamente accessibili. Nel contesto dell’analisi militare e geostrategica contemporanea, l’impiego di immagini satellitari commerciali ad altissima risoluzione, combinato con la geolocalizzazione e i dati di tracciamento pubblico (come i segnali AIS marittimi), consente a ricercatori e analisti di monitorare in tempo reale le trasformazioni infrastrutturali, i rischieramenti e le attività sulle installazioni militari, pur richiedendo sempre una rigorosa cautela interpretativa.

Fonti e riferimenti essenziali (non esaustivi, utili come base di orientamento per il lettore)

  • Gray, C. S. (1999), Modern Strategy. Oxford University Press.
  • Gray, C. S. (1996), The Continued Primacy of Geography, da Orbis, 40(2).
  • Vego, M. (2009), Operational Warfare at Sea: Theory and Practice, Routledge.
  • Owens, W. A. (2000), Lifting the Fog of War, Johns Hopkins University Press.
  • US Army Training and Doctrine Command (TRADOC) (2018), The U.S. Army in Multi-Domain Operations 2028 (TRADOC Pamphlet 525-3-1).
  • Chaves Cortez, B. F. (2026), How Islands Shape Maritime Control in the Strait of Hormuz: The Islands Behind Iran’s Hormuz Strategy. Oxford Geopolitica/King’s College London, Department of Defence Studies, Substack.
  • Tangredi, S. J. (2013), Anti-Access Warfare: Countering A2/AD Strategies, Naval Institute Press.
  • Haghshenass, F. (2008) Iran’s Asymmetric Naval Warfare, Washington Institute for Near East Policy (Policy Focus #87).
  • Congressional Research Service (CRS) (2026). U.S. conflict with Iran: Background and Key Issues, CRS Report R48887. congress.gov.

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