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Editoriale
Opinione

L’America nella mente: violenza mediatica, modelli cognitivi e il nuovo disordine mondiale

Claudio Verzola Claudio Verzola · · 14 min di lettura

Chi osserva le cronache internazionali di questi primi giorni del 2026 non può sfuggire a una sensazione di vertigine. Il 3 gennaio, forze speciali statunitensi hanno condotto un’operazione militare in territorio venezuelano per catturare il presidente Nicolás Maduro, violando ogni principio consolidato di sovranità nazionale. Poche settimane prima, Washington aveva sanzionato giudici e avvocati della Corte Penale Internazionale, bloccato i pagamenti alle Nazioni Unite, e minacciato apertamente Groenlandia, Panama, Colombia e Messico. L’architettura giuridica internazionale costruita dopo il 1945 scricchiola sotto i colpi di chi l’aveva edificata.

Ma sarebbe miope leggere questi eventi come semplici scelte di politica estera. Per comprendere come siamo arrivati a questo punto, occorre guardare più in profondità: ai processi culturali e cognitivi che hanno preparato il terreno per decenni, plasmando le menti di milioni di persone su entrambe le sponde dell’Atlantico.

La ricerca scientifica ha documentato con crescente precisione gli effetti dell’esposizione prolungata alla violenza mediatica. Non si tratta di allarmismo moralista, ma di evidenze empiriche consolidate. Gli studi longitudinali condotti negli ultimi trent’anni mostrano correlazioni significative tra consumo di contenuti violenti nell’infanzia e comportamenti aggressivi nell’età adulta.

Il meccanismo è stato codificato nel cosiddetto General Aggression Model: l’esposizione ripetuta alla violenza mediatica produce effetti a lungo termine attraverso l’acquisizione di “script aggressivi”, schemi mentali automatici che vengono attivati in situazioni di conflitto. Si verifica inoltre un processo di desensibilizzazione: la violenza cessa di provocare disagio emotivo, viene normalizzata, percepita come strumento legittimo per risolvere i problemi.

Uno studio tedesco su oltre 3.600 adolescenti ha rilevato che la frequente esposizione a film violenti durante l’infanzia e a videogiochi violenti all’inizio dell’adolescenza costituisce il più forte predittore di comportamenti delinquenziali a 14 anni, più forte persino delle condizioni familiari o della povertà. Il dato più inquietante emerso dalla ricerca è la “gratuità” della violenza: sempre più spesso non è finalizzata a ottenere qualcosa, ma è fine a sé stessa, cercata per il piacere dell’atto aggressivo o per la sua risonanza sui social media.

Ma c’è un aspetto che la letteratura scientifica coglie solo parzialmente: il contenuto ideologico di questi modelli violenti. Hollywood non ha esportato violenza generica. Ha esportato una specifica grammatica narrativa: il protagonista solitario che, di fronte all’inefficienza o alla corruzione delle istituzioni, prende in mano la situazione e si fa giustizia da sé. Da Dirty Harry (Ispettore Callaghan) a Death Wish (Il giustiziere della notte), da Rambo alle innumerevoli variazioni sul tema, il messaggio sottotraccia è sempre lo stesso: le regole sono per i deboli, la vera giustizia passa attraverso l’azione individuale, preferibilmente armata.

Questa narrativa ha accompagnato generazioni di spettatori in tutto il mondo occidentale. Non ha insegnato solo che la violenza funziona; ha insegnato che le istituzioni sono inaffidabili, che la legge è un ostacolo, che l’uomo forte che agisce al di fuori delle regole è l’eroe.

Per quasi mezzo secolo, gli Stati Uniti hanno esercitato la loro influenza globale attraverso quello che Joseph Nye ha chiamato “soft power”: la capacità di ottenere ciò che si vuole attraverso l’attrazione piuttosto che la coercizione. La cultura americana, cinema, musica, moda, stili di vita, rappresentava un modello desiderabile. I valori proclamati, democrazia, diritti umani, stato di diritto, costituivano un orizzonte normativo al quale altri paesi aspiravano.

Questo soft power poggiava su un presupposto implicito: che gli Stati Uniti credessero nei valori che proclamavano, che li rispettassero almeno in patria anche quando li violavano all’estero. Era un’ipocrisia, certo, ma un’ipocrisia produttiva: l’omaggio che il vizio rende alla virtù.

Ciò che è accaduto negli ultimi anni rappresenta qualcosa di qualitativamente diverso. Non si tratta più di violare occasionalmente le regole proclamate; si tratta di rigettarle esplicitamente, di teorizzare apertamente il primato della forza sul diritto. I principi cardine del trumpismo, nazionalismo aggressivo, disprezzo per le istituzioni multilaterali, culto della leadership forte, opposizione ai “pesi e contrappesi” costituzionali, non sono aberrazioni temporanee. Sono l’espressione politica di modelli cognitivi sedimentati per decenni.

In un certo senso, l’America sta finalmente praticando ciò che i suoi prodotti culturali hanno predicato per generazioni. Il protagonista solitario che si fa giustizia da sé è diventato la superpotenza che agisce unilateralmente. L’insofferenza per le regole, glorificata in migliaia di film, è diventata politica estera. La violenza come soluzione, celebrata in innumerevoli videogiochi, è diventata dottrina militare.

È in questo quadro che vanno letti i dati sulla violenza giovanile in Italia. Secondo la Criminalpol, gli omicidi commessi da minorenni sono più che raddoppiati in un anno: dal 4% del 2023 all’11,8% del 2024, passando da 14 a 35 casi. Le denunce a carico di minori dal 2019 al 2024 sono aumentate del 30%. A metà 2025, nei centri di detenzione minorile si contavano 586 giovani detenuti, l’8% in più dell’anno precedente.

Il rapporto Eurispes 2025 registra che il 52,5% degli italiani percepisce un aumento di “baby gang e teppismo” nella propria zona, la percentuale più alta tra tutti i fenomeni criminali indagati. Le questure segnalano la presenza di bande giovanili in 73 province italiane. Ma il dato più significativo riguarda la natura di questa violenza: sempre più spesso è gratuita, priva di movente economico, cercata per essere filmata e condivisa sui social network.

Come nota il professor Ernesto Savona, direttore di Transcrime: “Abbiamo notato bande che si organizzano e si picchiano soltanto per farsi riprendere e far circolare i filmati sui social network. In questo senso la violenza paga, anche letteralmente”. È la logica dell’engagement algoritmico applicata alla delinquenza: il contenuto violento genera visualizzazioni, le visualizzazioni generano notorietà, la notorietà conferma lo status nel gruppo.

Sarebbe semplicistico attribuire questo fenomeno alla sola influenza dei media americani. Le cause sono molteplici: disgregazione familiare, povertà educativa, esclusione sociale, impatto psicologico della pandemia. Ma il modello culturale di riferimento, la glorificazione della violenza come spettacolo, l’insofferenza per le regole, il disprezzo per la debolezza, è inequivocabilmente quello veicolato dalla cultura di massa d’oltreoceano.

C’è un elemento che colpisce particolarmente: la trasversalità sociale del fenomeno. Le bande giovanili non sono più confinate alle periferie degradate. Si formano anche nei quartieri benestanti, nelle città del ricco Nord-Est. A Treviso, che detiene il record nazionale di reati commessi da minorenni, come a Milano, nella zona dei Navigli, la violenza ha cessato di essere l’ultima risorsa dei disperati per diventare una forma di intrattenimento per annoiati.

Il passaggio dai media tradizionali ai social network ha rappresentato un salto qualitativo nella diffusione di questi modelli. Non si tratta solo di maggiore accessibilità. Gli algoritmi delle piattaforme privilegiano sistematicamente i contenuti emotivamente carichi, polarizzanti, conflittuali. Fake news e provocazioni deliberate si diffondono più velocemente dei contenuti fattuali. L’architettura stessa di questi sistemi favorisce l’estremizzazione.

I giovani, che trascorrono in media nove ore al giorno sui media digitali, sono particolarmente esposti. Come nota uno studio tedesco: “I giovani in particolare possono essere fortemente influenzati da strategie di manipolazione e disinformazione. Possono sviluppare visioni del mondo problematiche che contrastano con i valori democratici fondamentali”.

Il dato più preoccupante riguarda l’età: non più solo quindicenni, ma anche dodicenni coinvolti in atti violenti e nella produzione di contenuti aggressivi per i social. L’abbassamento della soglia d’età suggerisce che i meccanismi di socializzazione alla violenza stanno diventando più efficienti, non meno.

A questo punto è possibile tracciare un quadro d’insieme. Per decenni, l’industria culturale americana ha esportato modelli cognitivi che normalizzano la violenza, delegittimano le istituzioni, glorificano l’azione individuale al di fuori delle regole. Questi modelli sono stati interiorizzati da generazioni di spettatori in tutto l’Occidente, sedimentandosi in schemi mentali automatici.

I social media hanno accelerato e radicalizzato questi processi, creando ecosistemi informativi che premiano l’estremismo e puniscono la moderazione. I movimenti populisti di destra hanno capitalizzato queste predisposizioni cognitive, offrendo narrative che risuonano con gli script acquisiti: la nazione come vittima, le élite come nemico, la forza come soluzione.

Infine, questi modelli cognitivi hanno trovato espressione nella politica estera americana, trasformando l’unilateralismo da eccezione a norma, la violazione del diritto internazionale da imbarazzo da nascondere a vanto da esibire.

Il paradosso è che gli Stati Uniti stanno subendo le conseguenze dei modelli che hanno esportato. La “guerra culturale” interna, la polarizzazione estrema, l’erosione delle istituzioni democratiche sono manifestazioni domestiche degli stessi processi che hanno destabilizzato l’ordine internazionale. Quando il liberalismo che sosteneva il soft power americano viene marginalizzato in patria, è inevitabile che crolli anche all’estero.

Per l’Italia, questo scenario pone sfide esistenziali. Il nostro paese ha costruito la sua traiettoria postbellica su due pilastri: l’ancoraggio atlantico per la sicurezza, l’integrazione europea per lo sviluppo economico. Entrambi i pilastri sono oggi in discussione.

L’Alleanza atlantica, nella sua forma tradizionale, presupponeva una comunanza di valori oltre che di interessi. Presupponeva che gli Stati Uniti, pur esercitando una leadership talvolta prepotente, condividessero un orizzonte normativo con gli alleati europei. Questa premessa non è più valida. L’America di Trump non chiede agli alleati di condividere valori; chiede obbedienza in cambio di protezione. È la logica del patronato, non dell’alleanza.

L’integrazione europea, d’altra parte, è sotto pressione dalle forze centrifughe alimentate dagli stessi movimenti populisti che dominano la scena americana. L’euroscetticismo italiano, pur attenuato dalla necessità pratica, non è scomparso.

La violenza giovanile, in questo contesto, non è un’emergenza separata da gestire con più polizia o più carceri. È il sintomo di una crisi più profonda: la crisi di una società che ha perso riferimenti valoriali condivisi, che ha delegato l’educazione delle nuove generazioni agli algoritmi, che ha interiorizzato modelli culturali tossici senza sviluppare anticorpi adeguati.

Questo articolo non ha soluzioni facili da proporre. La complessità dei fenomeni descritti sfida qualsiasi ricetta semplice. Ma alcune direzioni sembrano ineludibili.

La prima riguarda l’autonomia strategica europea. Se l’alleato americano non è più affidabile, non per volontà di singoli leader, ma per trasformazioni strutturali della società americana, l’Europa deve sviluppare capacità autonome di difesa e di proiezione internazionale. Non contro gli Stati Uniti, ma indipendentemente da essi.

La seconda riguarda la regolazione dell’ecosistema digitale. Gli algoritmi che premiano l’estremismo non sono leggi di natura; sono scelte progettuali di aziende private. Possono essere regolati, modificati, vincolati a responsabilità sociali. L’Unione Europea ha iniziato questo percorso con il Digital Services Act; occorre proseguirlo con determinazione.

La terza riguarda l’educazione. Non è possibile contrastare modelli cognitivi sedimentati da decenni con campagne di sensibilizzazione occasionali. Serve un investimento massiccio e sistemico nell’educazione critica ai media, nella formazione al pensiero complesso, nella trasmissione di valori democratici non come slogan ma come pratiche vissute.

L’Italia investe il 4,3% del PIL nell’istruzione, contro una media OCSE del 5,1%. È una delle percentuali più basse tra i paesi sviluppati. E poi ci stupiamo se i nostri ragazzi cercano modelli altrove.

Alla fine, la domanda è una sola: che tipo di società vogliamo essere? Una società che subisce passivamente i modelli culturali prodotti altrove, o una che ne elabora di propri? Una società che delega la formazione delle nuove generazioni agli algoritmi di Silicon Valley, o una che investe nelle istituzioni educative? Una società che si allinea acriticamente a qualunque vento soffi da Washington, o una che difende i propri interessi e i propri valori?

L’operazione in Venezuela del 3 gennaio non è un incidente. È il punto di arrivo di un percorso lungo decenni. Quel che dobbiamo chiederci è se vogliamo continuare su quella traiettoria, o se abbiamo ancora la capacità, e la volontà, di invertire la rotta.

Il tempo per decidere si sta esaurendo.

Per chi avesse voglia di approfondire…

Studi sulla violenza mediatica e modelli cognitivi


Soft power, egemonia culturale e trasformazioni politiche


Erosione del diritto internazionale e unilateralismo USA


Populismo, social media e ascesa delle destre in Europa


Criminalità minorile e violenza giovanile in Italia

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