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Editoriale

L’ultimo saluto a Pier Francesco Guarguaglini, tra storia industriale, prove personali e affetto sincero

Andrea Cucco · · 5 min di lettura

Roma – Con i funerali celebrati ieri, 7 gennaio 2026, nella Basilica dei Santi Apostoli, l’Italia ha salutato Pier Francesco Guarguaglini, una delle figure più influenti e discusse dell’industria nazionale della difesa e dell’aerospazio degli ultimi decenni.

Ingegnere elettronico, formatosi all’Università di Pisa e negli Stati Uniti, Pier Francesco Guarguaglini ha costruito una carriera lunga e articolata tra ricerca, industria e vertici aziendali, diventando uno dei manager più influenti del settore aerospaziale e della difesa italiani. Dopo un’esperienza accademica come docente e ricercatore, è entrato nel mondo industriale ricoprendo incarichi di crescente responsabilità: direttore generale e poi amministratore delegato di Officine Galileo, amministratore delegato di Oto Melara e Breda Meccanica Bresciana, responsabile del settore Difesa di Finmeccanica, presidente di Alenia Marconi Systems e, successivamente, amministratore delegato di Fincantieri. Nel 2002 è tornato in Finmeccanica come presidente e amministratore delegato, guidando il gruppo in una fase di profonda trasformazione industriale e strategica.

Sotto la sua direzione l’azienda ha rafforzato la propria proiezione internazionale, consolidando il ruolo dell’industria italiana nei grandi programmi aerospaziali e della difesa. Una stagione segnata da scelte complesse, da rapporti delicati con la politica e da un’esposizione pubblica costante, che ne ha fatto una figura centrale – talvolta divisiva – del capitalismo industriale italiano degli ultimi decenni.

La sua parabola, tuttavia, è stata duramente segnata anche da una lunga e dolorosa vicenda giudiziaria. Per anni Guarguaglini è stato sottoposto a indagini, accuse, campagne mediatiche aggressive che ne hanno colpito non solo il ruolo pubblico, ma la vita personale. Un periodo in cui il suo nome è stato esposto alla gogna, prima che arrivasse la piena riabilitazione giudiziaria. Una prova attraversata con riservatezza, senza dichiarazioni roboanti, pagando un prezzo umano altissimo.

La Basilica dei Santi Apostoli, luogo a cui Guarguaglini era profondamente legato, si è presentata gremita. Non una partecipazione formale, ma un afflusso continuo e sentito. Era presente la dirigenza al completo dell’industria italiana della Difesa, insieme a esponenti della politica che hanno attraversato gli ultimi decenni della vita istituzionale del Paese. Ma ciò che colpiva non era la somma dei ruoli, bensì il clima: composto, rispettoso, autentico.

L’omelia che ha aperto la celebrazione è stata quella di padre Aniello Stoia ha allargato lo sguardo alla dimensione più ampia della vita di Guarguaglini, intrecciando comunità, vicende personali e responsabilità pubbliche. “Con Piero se ne va un altro pezzo di piazza Santi Apostoli”, ha esordito, collocando subito l’uomo dentro un luogo e una comunità vissuti quotidianamente. Ha ricordato l’incontro avvenuto negli anni più difficili, quando il nome di Guarguaglini era “nel bel mezzo di una tempesta” ed era stato trascinato nel fango dalle vicende giudiziarie.

Ne è emerso il ritratto di un uomo profondamente ferito e deluso, ma mai piegato. Un uomo capace di attraversare quella stagione con dignità, senza cedere al rancore. Anche alla luce delle prove attraversate nella vita, e soprattutto per quanto ricevuto fin dall’infanzia, la sua era una fede trasmessa in modo essenziale, asciutto, mai esibito. Una fede alla quale – ha osservato con un sorriso – “non si era mai attaccato addosso l’odore dell’incenso”.

Una fede vissuta con spirito critico, con intelligenza vigile, capace di interrogarsi. Una fede genuina, che non anestetizza il pensiero ma lo accompagna. Padre Aniello ha messo in guardia da una religiosità che “spegne il cervello”, ricordando che in quel caso non si è più nel campo della fede, ma dell’indottrinamento o, peggio, dell’intransigenza e del radicalismo. L’unica radicalità ammessa, ha ricordato, è quella richiesta dal Vangelo: essere radicali nell’amore verso gli altri.

Il sacerdote ha ricordato infine l’ultima visita, in condizioni ormai gravissime, la richiesta immediata di riconciliazione e perdono, come atto di lucidità e consapevolezza. L’omelia si è chiusa affidando Guarguaglini alla misericordia di Dio e lasciando ai familiari, ai nipoti, un invito che suonava come un testamento spirituale: non solo custodire i ricordi, ma continuare a sentire vicino chi li ha amati, soprattutto nei momenti in cui la vita chiede scelte importanti.

A seguire è intervenuto padre Francesco Celestino, che ha scelto di parlare dell’uomo, lasciando sullo sfondo il dirigente e il personaggio pubblico. Il suo intervento è stato una testimonianza diretta degli ultimi giorni di vita di Guarguaglini, dell’accompagnamento quotidiano, della prossimità costruita nel silenzio e nei gesti concreti. Ha ricordato come uno dei doni più grandi sia stato poterlo salutare e stringergli la mano nell’ultimo giorno, un gesto semplice che ha condensato il senso di quel cammino.

Nel suo racconto sono emerse immagini vive: la fatica dei “cento e passa gradini” saliti ogni sera per raggiungerlo, la confidenza che nasce quando si sa di essere vicini a un passaggio definitivo, la possibilità di condividere parole essenziali. Tra i passaggi più toccanti, il ricordo di Guarguaglini che, negli ultimi momenti, chiamava la madre. Un’immagine universale, che ha restituito l’umanità spoglia della fine. Padre Francesco ha parlato anche di carità concreta, della vicinanza ai poveri, di due mense diverse – quella di chi è nel bisogno e quella di Pier Francesco – unite dalla stessa forza: la condivisione. “Le altre cose non interessano”, ha detto, “queste sono le cose più importanti”.

Al termine della cerimonia, mentre la maggior parte dei presenti si era oramai allontanata, un’immagine mi ha colpito singolarmente. Gianni Letta, con la discrezione che lo ha sempre contraddistinto, si è avvicinato all’auto che custodiva le spoglie di Guarguaglini. Si è fermato ad un passo per alcuni secondi e poi ha toccato la bara, in silenzio. Un gesto semplice ma eloquente. È un’immagine che vale la pena raccontare e che non ho voluto “rubare” con uno scatto del cellulare. Perché appartiene a quella dimensione di rispetto e misura che non ha bisogno di essere esibita. A volte, la memoria più autentica è quella che resta affidata alle parole, non alle fotografie.

Un saluto che credo rappresenti la stima e il rispetto di una parte importante della politica italiana degli ultimi decenni.

Foto: Difesa Online / Leonardo

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