Il dominio cognitivo: anatomia del sesto campo di battaglia
La dottrina militare tradizionale riconosce cinque domini operativi: terra, mare, aria, spazio e cyberspazio. A questi si aggiunge oggi un sesto dominio che non è fisico né puramente digitale, ma si colloca nell’intersezione tra tecnologia, psicologia e strutture sociali: il dominio cognitivo.
A differenza degli altri ambiti, dove l’obiettivo è il controllo di spazi geografici o infrastrutture, nella dimensione cognitiva il bersaglio è la mente umana. Non si tratta semplicemente di propaganda o disinformazione, concetti antichi quanto la guerra stessa, ma di un approccio sistemico che sfrutta le vulnerabilità neurologiche, psicologiche e sociali degli individui e delle collettività per ottenere vantaggi strategici.
Il documento concettuale dello Stato Maggiore della Difesa italiano, pubblicato nel 2023, fornisce una mappatura articolata di questa dimensione. Il dominio cognitivo si struttura su più livelli interconnessi: uno strato psicologico, che comprende valori, cultura, credenze e volontà individuale; uno strato sociale, costituito dalle relazioni tra individui e gruppi che influenzano l’interpretazione delle informazioni; una dimensione virtuale, popolata da identità digitali, profili e algoritmi; e infine una dimensione fisica, fatta di infrastrutture, reti e dispositivi.
La peculiarità della guerra cognitiva risiede nella sua trasversalità: opera attraverso tutti gli altri domini, sfruttando le connessioni tra ambiente informativo, spettro elettromagnetico e reti sociali per raggiungere il suo obiettivo ultimo, modificare il comportamento umano a vantaggio di chi conduce l’operazione.
Gli strumenti: influenza, interferenza, alterazione
Gli analisti militari classificano gli strumenti della guerra cognitiva in tre categorie fondamentali, distinte per il livello di invasività e il punto di applicazione.
La prima categoria comprende le tecnologie di influenza, che operano “all’esterno” del cervello modificando l’ambiente informativo. Qui rientrano le tecniche di persuasione interattiva (la cosiddetta “captologia”), gli strumenti di social media marketing, engagement, monitoraggio, ascolto, analisi delle reti, e le strategie di disinformazione e persuasione. La differenza tra queste ultime due è significativa: la disinformazione punta a effetti rapidi e ad alto impatto ma bassa persistenza; la persuasione costruisce gradualmente nel tempo narrazioni durature che si radicano nel tessuto sociale.
La seconda categoria riguarda l’interferenza, che agisce direttamente sulla biochimica e sull’attività elettrica del cervello. Include l’uso di agenti farmacologici,dai nootropici per il potenziamento cognitivo ai composti che degradano le capacità mentali, dispositivi di stimolazione cerebrale come la stimolazione magnetica transcranica (TMS) o quella elettrica (tDCS), e sistemi a energia diretta come le armi a microonde, ipotizzate come causa della cosiddetta “sindrome dell’Avana” che ha colpito diplomatici americani in varie sedi nel mondo.
La terza categoria, la più avanzata e inquietante, comprende le tecnologie di alterazione basate sull’interfaccia cervello-macchina. I sistemi BCI (Brain-Computer Interface), sia nella versione non invasiva che in quella con impianti, e la prospettiva di una “confluenza uomo-computer” aprono scenari in cui il confine tra pensiero autonomo e input esterno diventa sempre più sfumato. I rischi includono l’hacking cognitivo, la distorsione della percezione della realtà e quello che alcuni ricercatori definiscono l’attacco “human joystick”, la possibilità di influenzare direttamente le decisioni di un soggetto attraverso la manipolazione delle sue interfacce neurali.
Le dottrine delle grandi potenze: tre visioni, un obiettivo
La Russia: il controllo riflessivo
L’approccio russo alla guerra cognitiva non utilizza esplicitamente questa terminologia, preferendo il concetto più ampio di “operazioni informative”. La dottrina russa si fonda sul principio del “controllo riflessivo”, un concetto elaborato durante la Guerra Fredda che mira a indurre l’avversario a prendere decisioni apparentemente autonome ma in realtà predeterminate dall’operatore.
L’obiettivo non è necessariamente far credere qualcosa di specifico, ma massimizzare la disorganizzazione dell’avversario e creare uno stato di incertezza permanente. La confusione è il prodotto, non il sottoprodotto. In questo quadro, la coerenza interna delle narrazioni è secondaria rispetto alla loro capacità di frammentare il consenso e paralizzare i processi decisionali.
La Russia integra le operazioni informative con quelle cinetiche secondo la dottrina della “guerra senza contatto” sviluppata dagli anni Duemila. Nel conflitto ucraino questa integrazione è stata evidente: unità di guerra elettronica hanno operato accanto a campagne di intimidazione via SMS, jamming GPS e interferenze radio, mentre sui social network proliferavano deepfake e narrazioni contrapposte.
I risultati della disinformazione russa in Europa occidentale sono stati modesti, ma più significativi in Africa e in contesti dove le operazioni hanno potuto contare sulla complicità di apparati statali locali.
La Cina: la centralità strategica del cognitivo
L’approccio cinese differisce sostanzialmente da quello russo per sistematicità e orizzonte temporale. La “Dottrina delle Tre Guerre”, guerra psicologica, guerra dell’opinione pubblica, guerra legale, fornisce il quadro concettuale, ma è l’enfasi sulla “intelligentizzazione” del conflitto a definire la specificità cinese.
Per Pechino, la guerra cognitiva non è un’opzione tattica ma ha centralità strategica. L’obiettivo di lungo periodo, coerente con la tradizione sunziana, è vincere senza combattere, o meglio, aver già vinto prima che il combattimento inizi, avendo plasmato le percezioni e le aspettative dell’avversario.
La Cina investe massicciamente nelle tecnologie abilitanti. Il China Brain Project, lanciato nel 2016 con un orizzonte quindicennale e finanziamenti nell’ordine delle decine di miliardi di dollari, mira a raggiungere la leadership mondiale nelle neuroscienze e nelle interfacce cervello-macchina. L’obiettivo dichiarato include lo sviluppo di “super-soldati” con capacità cognitive potenziate.
A differenza dell’Occidente, che tende a concepire la guerra cognitiva principalmente come manipolazione dell’ambiente informativo, la dottrina cinese include esplicitamente l’interferenza diretta sul cervello. La strategia di fusione civile-militare garantisce che i progressi della ricerca accademica e industriale siano immediatamente disponibili per applicazioni di difesa.
Il concetto di “intelligenza ibrida”, la sinergia tra capacità umane e algoritmiche, rappresenta l’orizzonte verso cui si muove la pianificazione militare cinese, in una visione che va oltre l’informatizzazione del campo di battaglia per abbracciare la trasformazione cognitiva del conflitto stesso.
Gli Stati Uniti: dal soft power alla competizione narrativa
L’approccio americano alla dimensione cognitiva è storicamente radicato nel concetto di soft power e nella proiezione di un modello culturale attrattivo. La novità degli ultimi anni è il passaggio da una postura prevalentemente difensiva, proteggere la propria popolazione dalla disinformazione altrui, a una più assertiva che riconosce la necessità di competere attivamente nello spazio narrativo.
Ciò che distingue il momento attuale è l’emergere di una potenziale discontinuità: l’utilizzo deliberato di strumenti di guerra cognitiva non contro avversari dichiarati, ma contro alleati tradizionali. È su questo punto che si concentra la terza parte della nostra analisi.
Il caso europeo: quando l’alleato diventa operatore
Il documento che cambia le regole
Il 4 dicembre 2025 la Casa Bianca ha pubblicato la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale. In 33 pagine, il documento “America First” ridefinisce le priorità strategiche degli Stati Uniti con un linguaggio che, nei confronti dell’Europa, abbandona ogni cautela diplomatica.
L’Unione Europea viene descritta come affetta da “cancellazione civilizzazionale” a causa dell’immigrazione e del collasso demografico. Le istituzioni comunitarie sono accusate di “regolamentazione eccessiva”, “mancanza di fiducia in sé stesse”, “governi minoritari instabili che calpestano la democrazia”, “censura e soppressione della democrazia”. L’UE, si legge, “mina la libertà politica e la sovranità” dei suoi stati membri.
Ma il passaggio più significativo è di natura prescrittiva: gli Stati Uniti si impegnano a “coltivare la resistenza all’attuale traiettoria europea all’interno delle nazioni europee”. Non un auspicio generico, ma un obiettivo dichiarato di politica estera.
Il documento introduce quello che alcuni analisti hanno definito un “Corollario Trump” alla Dottrina Monroe: mentre gli Stati Uniti riaffermano che non tollereranno interferenze straniere nell’emisfero occidentale, si riservano esplicitamente il diritto di intervenire negli equilibri politici europei.
Verso la Russia, paradossalmente, i toni sono più morbidi. L’obiettivo dichiarato è la “stabilità strategica”, con Washington nel ruolo di “mediatore” tra Mosca e gli stati europei. Una formulazione che di fatto esclude l’Unione Europea come interlocutore unitario e prefigura un ritorno a relazioni bilaterali tra potenze.
Il braccio operativo: Musk e la piattaforma come arma
Se la NSS 2025 fornisce la cornice strategica, le azioni di Elon Musk ne rappresentano l’implementazione tattica. Il miliardario proprietario di X (ex Twitter) ha rilanciato il 7 dicembre un’immagine che mostra la bandiera europea sollevarsi a rivelare una svastica nazista, con il commento “Pretty much”, più o meno così. Il post, amplificato ai suoi 230 milioni di follower, segue di poche ore l’invocazione all’abolizione dell’UE dopo la multa di 120 milioni di euro comminata dalla Commissione per violazione del Digital Services Act.
Ma l’episodio non è isolato. Il governo tedesco ha formalmente accusato Musk di interferenza elettorale per il sostegno ad Alternative für Deutschland, partito sotto sorveglianza dell’intelligence interna. Musk ha definito AfD “l’unica speranza per la Germania” e condotto un’intervista in diretta con la leader Alice Weidel. Nel Regno Unito ha sostenuto Nigel Farage valutando donazioni fino a 100 milioni di sterline, definito la Gran Bretagna “stato di polizia tirannico” e alimentato tensioni durante i disordini di Southport affermando che la “guerra civile” era “inevitabile”. In Italia ha elogiato la premier Meloni mentre il governo valutava contratti Starlink per le comunicazioni di sicurezza.
Il pattern è riconoscibile: amplificazione algoritmica selettiva, delegittimazione sistematica delle istituzioni europee, sostegno a forze centrifughe, interventi mirati in momenti di vulnerabilità politica. Le caratteristiche di un’operazione di dominio cognitivo condotta non da un apparato statale, ma da un attore privato con risorse superiori a quelle di molti stati e accesso diretto a centinaia di milioni di utenti.
La convergenza oggettiva
L’inchiesta di Milena Gabanelli e Claudio Gatti pubblicata sul Corriere della Sera il 1° dicembre ha posto la questione nei termini più espliciti: esiste un “asse occulto” tra Washington e Mosca per smantellare l’Unione Europea?
Il ministro della Difesa Guido Crosetto, nel suo recente non-paper sulla guerra ibrida, ha identificato Russia, Cina, Iran e Corea del Nord come gli “stati autoritari” che alimentano la delegittimazione delle democrazie europee. Ma come nota l’inchiesta, c’è un “convitato di pietra”: la Heritage Foundation, il think tank ultraconservatore che ha prodotto il Project 2025 adottato dall’amministrazione Trump, conduce da vent’anni una campagna esplicita contro il progetto europeo.
Trump stesso ha dichiarato che “l’Unione Europea è stata creata per fregare gli Stati Uniti” e che è “per molti versi peggio della Cina”. Non esternazioni estemporanee, ma posizioni coerenti con un programma elaborato.
La domanda non è se esista un coordinamento formale tra Mosca e Washington, probabilmente non esiste. La questione è se vi sia una convergenza oggettiva di interessi che produce effetti equivalenti a quelli di un’azione coordinata. Per la Russia, un’Europa divisa significa indebolimento della NATO, frammentazione della risposta alla guerra in Ucraina, possibilità di accordi bilaterali con singoli stati. Per l’ala trumpiana americana, significa eliminazione dell’unico blocco regolatorio capace di sfidare il predominio delle Big Tech, trasformazione dell’UE in un insieme di interlocutori deboli e negoziabili singolarmente.
Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha commentato la NSS 2025 parlando di “coerenza” tra la nuova strategia americana e la visione russa sull’Europa. Una convergenza ammessa, quasi celebrata.
L’Europa come territorio di conquista cognitiva
Ciò che rende l’Europa particolarmente vulnerabile è la sua dipendenza strutturale dall’ecosistema digitale altrui. Nessuna piattaforma social di rilievo globale è europea. I cavi sottomarini che trasportano il traffico internet intercontinentale sono controllati da operatori americani. Non esistono fornitori europei di cloud hyperscale paragonabili ad Amazon, Google o Microsoft.
In questo contesto, le sanzioni del Digital Services Act, per quanto significative sul piano dei principi , appaiono come strumenti spuntati. Centoventi milioni di euro sono una cifra trascurabile per chi dispone di patrimoni nell’ordine delle centinaia di miliardi. La risposta di Musk, invocare l’abolizione dell’UE , rivela che la posta in gioco va ben oltre il denaro: è la capacità stessa dell’Europa di regolare lo spazio digitale ad essere contestata.
Il triangolo USA-Cina-Russia vede oggi l’Europa non come un quarto polo competitivo, ma come territorio di conquista cognitiva. Le tre potenze dispongono di dottrine elaborate, strumenti sofisticati e volontà politica. L’Europa dispone di regolamenti.
La necessità di una risposta sistemica
Il documento dello Stato Maggiore italiano identifica quattro linee d’azione: riconoscere la rilevanza della dimensione cognitiva, comprendere le minacce, sviluppare ricerca e tecnologie, integrare capacità cinetiche e non cinetiche. Sono indicazioni corrette ma insufficienti se confinate all’ambito militare.
La guerra cognitiva è per definizione un’operazione che attraversa i confini tra pace e conflitto, tra pubblico e privato, tra domestico e internazionale. Richiede una risposta che sia altrettanto trasversale: sovranità digitale, resilienza informativa, alfabetizzazione critica della popolazione, capacità di attribuzione e risposta agli attacchi.
L’Europa deve anzitutto riconoscere di essere già in una condizione di competizione cognitiva, una competizione che non ha scelto ma che non può evitare. Continuare a trattare episodi come i post di Musk come provocazioni estemporanee di un imprenditore eccentrico significa rifiutare di vedere il pattern. E nella guerra cognitiva, l’incapacità di riconoscere l’attacco è già una forma di sconfitta.

