Israele guarda oggi al Medio Oriente con una doppia preoccupazione. Da un lato l’Iran, potenza sciita, avversario storico e principale minaccia strategica per la sicurezza dello Stato ebraico. Dall’altro la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, membro della NATO ma sempre più assertiva, ostile sul piano politico e ambiziosa nel ridefinire gli equilibri del Mediterraneo orientale e del Medio Oriente.
Secondo Ely Karmon, analista israeliano di terrorismo e relazioni internazionali, le due sfide sono diverse per natura ma convergenti negli effetti: Teheran rappresenta la minaccia esistenziale, Ankara quella politico-strategica emergente. Insieme, ridisegnano il perimetro della sicurezza israeliana.
Iran: la minaccia esistenziale
L’Iran continua a essere percepito da Israele come il pericolo più grave. Il nodo centrale resta il programma nucleare. Teheran mantiene capacità e riserve di uranio arricchito considerate preoccupanti da Israele, mentre il rischio di un avvicinamento alla soglia nucleare viene letto come una linea rossa difficilmente tollerabile.
Ma il problema iraniano non si esaurisce nel nucleare. La Repubblica islamica ha costruito negli anni una rete di alleanze, milizie e proxy capace di esercitare pressione su Israele da più direzioni. Hezbollah in Libano, Hamas e Jihad Islamica a Gaza, le milizie sciite in Iraq e Siria, gli Houthi nello Yemen: un sistema regionale che consente a Teheran di minacciare Israele senza esporsi sempre in modo diretto.
È questa architettura di pressione a rendere l’Iran una sfida strutturale. Non solo uno Stato ostile, ma una rete regionale capace di attivare fronti multipli, saturare le difese, destabilizzare il Levante e trasformare ogni crisi locale in una crisi più ampia.
La Turchia di Erdoğan: dalla retorica anti-israeliana alla pressione strategica
Se l’Iran resta il nemico esistenziale, la Turchia rappresenta una sfida diversa: più politica, più ambigua e proprio per questo difficile da gestire. Ankara non è oggi un avversario militare diretto di Israele, ma sotto la guida di Recep Tayyip Erdoğan ha trasformato la distanza politica da Gerusalemme in un antagonismo sempre più dichiarato.
Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza, la Turchia ha intensificato il sostegno politico alla causa palestinese, aumentando la pressione retorica su Israele e cercando di proporsi come punto di riferimento del mondo sunnita. La questione palestinese è diventata uno degli strumenti principali della politica estera turca: non soltanto solidarietà ideologica, ma anche competizione per la leadership regionale.
In questa prospettiva si inserisce il progetto neo-ottomano di Erdoğan: ricostruire una sfera di influenza turca nel Mediterraneo orientale, in Medio Oriente, in Siria, nel Mar Rosso e in tutti i dossier nei quali Ankara può presentarsi come potenza indispensabile. La Turchia non vuole essere spettatrice degli equilibri regionali; vuole esserne arbitro, mediatore e, quando possibile, beneficiaria.
Il teatro siriano resta il punto più sensibile per Israele. La presenza militare turca, insieme alla capacità di Ankara di influenzare gruppi armati, corridoi territoriali e dinamiche locali, viene osservata con particolare attenzione da Gerusalemme. Qualsiasi proiezione turca in aree prossime al Golan assumerebbe infatti un valore strategico immediato.
Questo non significa immaginare una guerra diretta tra Israele e Turchia. Karmon ritiene che, allo stato attuale, l’ipotesi non sia concreta. Ma la combinazione tra presenza militare, retorica aggressiva, ambizione regionale e sostegno politico ad Hamas impone a Israele una vigilanza costante, soprattutto lungo l’asse Siria-Golan-Mediterraneo orientale.
La variabile NATO
La posizione della Turchia nella NATO aggiunge un ulteriore livello di complessità. Ankara resta formalmente alleata dell’Occidente, ma negli ultimi anni ha spesso perseguito una politica autonoma, negoziando con Washington, dialogando con Mosca, contendendo spazi a Israele e usando la propria collocazione strategica come leva negoziale.
Secondo Karmon, l’ostilità turca verso Israele non dipende dal colore politico dei governi israeliani. Affonderebbe invece le radici nell’ideologia dei Fratelli Musulmani, nella visione personale di Erdoğan e nella volontà turca di fare della causa palestinese uno strumento di proiezione regionale.
Questo rende il dossier turco più difficile da gestire. Con l’Iran, Israele ha davanti un nemico dichiarato. Con la Turchia, ha davanti un Paese NATO, formalmente occidentale, ma politicamente sempre più distante.
Il genocidio armeno e la risposta ad Ankara
Nel deterioramento dei rapporti tra Israele e Turchia si inserisce anche il dossier armeno. Israele si è mosso verso il riconoscimento formale del genocidio armeno, una scelta dal forte valore simbolico e diplomatico, destinata a irritare profondamente Ankara.
La mossa non è priva di calcolo politico. Per decenni Israele aveva evitato di affrontare frontalmente il tema, anche per non compromettere i rapporti con la Turchia. Oggi, con le relazioni ormai compromesse, il dossier armeno diventa anche uno strumento di pressione diplomatica.
A questo si aggiunge la denuncia delle operazioni turche contro i curdi, altro tema sensibile nei rapporti tra Ankara, Europa e opinione pubblica internazionale. Israele tenta così di costruire una rete di convergenze con attori regionali e occidentali preoccupati dall’espansione dell’influenza turca.
Washington e l’equilibrio difficile
Il quadro è reso ancora più delicato dal rapporto con gli Stati Uniti. Israele resta legato a Washington da un’alleanza fondamentale, ma la guerra a Gaza, le pressioni interne americane e il mutamento del clima politico negli USA rendono più complessa la tenuta del rapporto.
Per Israele, la sfida è quindi duplice: contenere Iran e Turchia senza incrinare il sostegno strategico americano. Un equilibrio difficile, in una fase in cui il Medio Oriente non è più dominato da un solo asse di crisi, ma da una sovrapposizione di rivalità: sciiti contro sunniti, potenze regionali contro potenze globali, Stati contro milizie, diplomazia contro guerra per procura.
Una sicurezza sempre più multilivello
Iran e Turchia non rappresentano la stessa minaccia. Teheran agisce attraverso il programma nucleare, i missili e la rete dei proxy regionali. Ankara opera su un piano diverso: influenza politica, pressione diplomatica, presenza militare in Siria, competizione nel Mediterraneo orientale e sostegno alla causa palestinese come leva di proiezione.
Per Israele, il problema è proprio questa sovrapposizione. La sicurezza non dipende più soltanto dalla capacità di colpire un nemico o neutralizzare un arsenale. Dipende dalla tenuta delle alleanze, dalla credibilità della deterrenza, dalla gestione dell’opinione pubblica internazionale e dalla capacità di impedire che crisi locali diventino fronti regionali.
L’Iran resta l’incubo strategico. La Turchia è la variabile politica che cresce ai margini del sistema. In mezzo, Israele deve evitare l’errore più pericoloso: leggere minacce diverse con la stessa lente.

