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Punti di vista

Perché la Cina non festeggia il declino degli Stati Uniti

Gian Carlo Poddighe · · 4 min di lettura

Washington appare oggi meno impegnata nella difesa dell’ordine basato sulle regole che un tempo sosteneva e più disposta a esercitare il potere in modi capaci di sconvolgere mercati, istituzioni e alleati.

È facile sostenere che l’autorità e la credibilità globale degli Stati Uniti stiano svanendo, certamente nella UE e in Italia, anche per effetto della martellante campagna anti Trump. La stessa lettura che tende a rappresentare ogni difficoltà americana come una vittoria automatica della Cina, quasi si trattasse di un gioco a somma zero.

Ma Pechino non è pronta e, soprattutto, non considera ogni battuta d’arresto di Washington come un proprio vantaggio. Ciò che conta per la leadership cinese è che il commercio continui a fluire, che l’energia arrivi con regolarità e che le crisi restino circoscritte, senza trasformarsi in shock a catena.

Per la Cina, la stabilità resta la condizione essenziale della propria crescita. Il conflitto iraniano lo dimostra con chiarezza. Più di altri scenari, compreso quello ucraino, esso minaccia interessi strategici vitali di Pechino: non solo per la dipendenza dagli idrocarburi mediorientali, ma perché un’America sempre più instabile può alterare proprio quell’ordine globale da cui la Cina ancora dipende.

Il problema, per Pechino, non è tanto il declino degli Stati Uniti in sé, quanto il rischio che Washington, pur indebolita, resti abbastanza potente da reagire in forme meno prevedibili del passato, con effetti destabilizzanti sull’intero sistema internazionale.

La Cina ha accumulato ricchezza e potere all’interno di un sistema costruito e sostenuto dagli Stati Uniti. Lo ha sfruttato con durezza e ha cominciato solo in parte a costruire alternative, ma la sua economia orientata all’export continua a dipendere dal buon funzionamento del commercio globale, dalle rotte marittime aperte, dai mercati in espansione e da un quadro internazionale ancora governabile.

Per questo la ricerca dell’autonomia strategica da parte di Pechino non coincide con la volontà di sostituirsi davvero agli Stati Uniti nella gestione dell’ordine globale. La spinta all’autosufficienza serve soprattutto a ridurre vulnerabilità, non ad assumere oneri di stabilizzazione regionale o responsabilità globali per le quali la Cina non è ancora attrezzata.

Anche gli strumenti economici costruiti da Pechino – accesso selettivo al mercato interno, controllo di segmenti cruciali della catena di approvvigionamento, terre rare, prestiti, accordi di investimento, controlli alle esportazioni e sanzioni – presuppongono una condizione di fondo: che il sistema internazionale resti relativamente stabile, prevedibile e regolato più da norme che dalla pura forza.

È proprio questo equilibrio che la leadership cinese teme possa essere compromesso dalle recenti azioni di Trump, percepite come iniziative intraprese con scarso riguardo per le conseguenze economiche e per il diritto internazionale. Agli occhi degli strateghi cinesi, il vero rischio non è la permanenza della leadership americana, ma la trasformazione degli Stati Uniti in una potenza ancora forte, ma più imprevedibile e più incline a un uso disordinato del proprio potere.

Pechino preferisce quindi uno status quo imperfetto ma gestibile, piuttosto che un ordine più turbolento in cui le verrebbero richiesti compiti di stabilizzazione che non intende assumersi. In Medio Oriente, ad esempio, la Cina vuole accesso all’energia, ai mercati e all’influenza, ma non pensa di caricarsi degli oneri politici, militari e strategici necessari a garantire l’equilibrio regionale.

Il grande paradosso, secondo opinioni diffuse in recenti congressi e webinar, è che Xi abbia ottenuto al tempo stesso ciò che desiderava di più – un’America meno affidabile, meno sicura di sé e meno credibile – e ciò che temeva di più: un sistema internazionale più volatile.

Per questo, un declino degli Stati Uniti potrebbe rivelarsi per Pechino più pericoloso della precedente supremazia americana. La minaccia più grave per le ambizioni cinesi potrebbe non essere la forza degli Stati Uniti, ma la loro instabilità.

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