Negli ultimi giorni un’accusa è tornata a circolare con la consueta disinvoltura. Vari esponenti politici hanno parlato di un governo italiano “appiattito sugli Stati Uniti”, altri hanno evocato una presunta “subalternità totale alla strategia americana”. Nei talk show e sui social la formula è sempre la stessa: Roma sarebbe diventata un semplice esecutore delle decisioni di Washington, incapace di difendere una propria famigerata autonomia.
Non è la prima volta che imperversa questa polemica. E purtroppo non sarà l’ultima. L’accusa accompagna la storia della Repubblica italiana fin dalla sua nascita. È una controversia quasi strutturale, che riemerge ciclicamente ogni volta che l’Italia si muove all’interno del quadro atlantico o partecipa a (o subisce) decisioni militari e strategiche occidentali.
Per comprenderne la persistenza occorre fare un passo indietro. Piuttosto lungo.
Già alla fine degli anni Quaranta, quando il governo guidato da Alcide De Gasperi collocò l’Italia nel campo occidentale, l’opposizione parlò apertamente di subordinazione a Washington. L’ingresso nella NATO nel 1949 rafforzò ulteriormente questa narrativa: secondo una parte significativa della sinistra dell’epoca, l’Italia avrebbe rinunciato alla propria presunta “sovranità” per trasformarsi in una piattaforma militare americana nel Mediterraneo.
Negli anni Settanta la questione riemerse con nuova intensità, alimentata dallo scandalo Lockheed e dalle tensioni della guerra fredda. Tornò negli anni Novanta con il Kosovo, nei primi anni Duemila con Afghanistan e Iraq, riapparve nel 2011 con la guerra in Libia e negli ultimi anni con l’Ucraina e, oggi, il Medio Oriente.
La formula cambia poco, il contesto geopolitico muta, ma il refrain rimane identico.
Quello che si dimentica in questo gioco politico è un dato di fatto: è vero!!! Ma nessuno, persino chi accusa, lo accetta…
L’Italia non concluse la Seconda guerra mondiale con un Armistizio… firmò una resa incondizionata!
Armistìzio s. m. [dal lat. mod. armistitium, comp. di arma «armi» e tema di stare «fermarsi», formato sul modello di solstitium, iustitium]. – Cessazione delle operazioni di guerra tra eserciti belligeranti, e quindi anche l’accordo con il quale due o più belligeranti convengono, attraverso i comandanti supremi delle rispettive forze armate operanti, di sospendere le ostilità, spesso per dar tempo allo svolgimento di trattative: stipulare, firmare, rispettare, violare un armistizio. (dal vocabolario Treccani).
Continuiamo a raccontarci la storia dell’“armistizio/accordo/pareggio”, come se si fosse trattato di una sospensione delle ostilità tra due parti ancora sovrane e in grado di negoziare. Non fu così: l’armistizio dell’8 settembre fu una resa militare incondizionata (firmata 5 giorni prima).
In altre parole, ohibò!, abbiamo perso la guerra.
Può sembrare una banalità storica, ma nel dibattito politico italiano questo passaggio continua a essere rimosso. Ed è invece è un punto fondamentale che va compreso da parte di chi accusa e da chi – peggio – si difende negandolo.
Se si parte da qui molte polemiche odierne diventano improvvisamente “meno misteriose” e la politica estera degli ultimi 83 anni diviene immediatamente chiara e coerente.
Non fu una “resa gratuita”
La liberazione della penisola costò agli Alleati un prezzo enorme: oltre trecentomila, tra morti e feriti. La campagna d’Italia fu una delle più lunghe e logoranti del fronte europeo e i soldati statunitensi caduti sul nostro territorio furono più numerosi di quelli morti per la liberazione della Francia o della Germania.
Quando si parla della presenza americana in Italia – dalle basi militari alla nostra integrazione nella NATO – si dimentica spesso che essa nasce esattamente da quella storia.
Nessun governo italiano può o ha mai potuto ignorarla. Quando in passato la memoria si è attenuata… dei “promemoria” hanno riecheggiato per ricordare (a chi di dovere) i fondamentali della Repubblica.
Non disperiamoci. Perché la cultura politica che consente oggi a parlamentari, commentatori e opinionisti di accusare pubblicamente gli Stati Uniti di essere un potere dominante è esattamente la cultura democratica che gli Stati Uniti hanno contribuito a consolidare in Europa occidentale dopo il 1945.
La libertà di lamentarsi degli americani esiste, come già ricordava Montanelli, grazie agli americani.
Chi propone scenari alternativi dovrebbe forse porsi una domanda molto semplice: servi di chi, in alternativa, dovremmo diventare?
Della Russia? Chiediamo a bielorussi o ucraini…?
Della Cina? Domandiamo ai cittadini di Hong Kong o ai nordcoreani…?
Il desiderio di libertà è legittimo. Ma l’emancipazione non si costruisce con slogan o ipocrite polemiche.
Richiede almeno tre passaggi fondamentali che dobbiamo tutti ancora istituzionalmente percorrere.
Il primo è riconoscere la nostra condizione. Accettare che l’Italia uscì dalla guerra come Paese sconfitto e occupato. Non per autoumiliarci, ma per liberarci da una narrazione consolatoria che rende impossibile accettare la verità e guardarci allo specchio.
Il secondo è costruire, assieme ad altri, una massa critica sufficiente per cambiare il piano di confronto. In altre parole: un’Europa politicamente unita e allargabile (a differenza degli altri!), dotata di un vero peso strategico ma capace di parlare con una sola voce. Non è un caso che questa prospettiva sia oggi attivamente osteggiata da tutte le grandi potenze globali. Ma basta la nostra stupidità a sabotarla.
Il terzo passo, forse il più difficile, è riconoscere un debito storico. La liberazione dell’Italia fu un processo lungo, sanguinoso e spesso brutale. Ma senza quella guerra e senza quelle scelte il Paese avrebbe probabilmente seguito traiettorie politiche ben più oscure. E a volte, nella storia, chi ci salva lo fa anche “proteggendoci da noi stessi”.
Il primo passo verso una vera libertà non è quindi gridare contro chi si sarebbe “sottomesso”. È molto più semplice: è vedere ed ammettere la realtà guardandosi allo specchio. Se la si vuole davvero superare e non passare dalla padella alla brace…
Il tutto ricordando che l’America, come l’Italia, non è il governo di turno.
