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“Precision Guided Firearm”: oltre l’orizzonte (umano) di tiro

Andrea Sapori Andrea Sapori · · 4 min di lettura

Mosul (Iraq settentrionale), 23 giugno 2017: un team sniper delle forze speciali canadesi colpisce un miliziano dell’ISIS da 3.540 metri di distanza, usando un fucile Mc Millan Tac – 50 (ritengo più probabile l’uso di un cal. .408 Chey Tac, ma i dati ufficiali al riguardo erano e restano riservati), eliminandolo al primo colpo.

L’arma era asservita al sistema integrato per la direzione del tiro PGF – Precision Guided Firearm – un calcolatore balistico di controllo che gestisce nell’ordine: un’ottica di tipo avanzato, un sistema di scatto computerizzato, un sensore di velocità e temperatura posto sulla volata, un presentatore portatile dei dati, occhiali Head Up Display, un’unità di alimentazione elettrica portatile (di solito integrabile nel calcio).

In termini pratici, il PGF gestisce tutte le fasi del tiro, e per TUTTE LE FASI intendo dire anche tirare il grilletto, e non solo calcolare e correggere la traiettoria in modo anche attivo, se si vuole: spara lui. E lo farà senza respirare, senza strappare l’azione, senza battito cardiaco, e anche senza alcun dubbio umano, aggiungerei. O quasi.

Questo significa che anche un soldato dotato di sufficienti doti tattiche, purché in possesso di conoscenze tecniche specialistiche, oggi (anzi, già ieri) può colpire un bersaglio posto a chilometri di distanza, in condizioni atmosferiche difficili, da una postazione anche fortemente disagiata.

Il PGF elimina sostanzialmente tutti gli errori umani (quasi tutti, si spera) e sparerà solo quando avrà verificato scientificamente che il proiettile colpirà il bersaglio selezionato (ancora da un uomo, si spera 2).

A 800 metri, il sistema “sbaglierà” mediamente di 1,7 centimetri, contro gli 11 medi di addestratissimi tiratori scelti, circa 8 volte meglio del migliore di loro, al mondo.

Il “tiratore” può osservare il bersaglio attraverso l’ottica, oppure usare gli occhiali Head Up Display, derivati direttamente dalle esperienze fatte in aeronautica, che propongono sulle lenti tutti i dati tattici e balistici, che ovviamente sono disponibili anche sul tablet dell’osservatore (se presente) e condivisi (se richiesto) con altre unità sul campo, con il centro di comando (posto magari in un altro continente), oltre che in rete con altre eventuali entità militari e politiche. Acquisito il target e confermato l’ordine di esecuzione, lo specialista darà l’input di sparo, ma sarà il sistema PGF ad effettuare l’azione, che la eseguirà solo quando i parametri di tiro garantiranno una certezza quasi assoluta di colpo a segno, e al primo tentativo.

Capisco che ad alcuni questo può sembrare un film di fantascienza, o giù di lì, ma quello che ho descritto sopra è accaduto 6 anni fa, ed è stato confermato dai comandi interessati.

Aggiungo che, 6 anni fa, il discorso sull’I.A. ancora non era così presente come oggi: mi domando dove certe “special forces” siano (loro…) arrivate adesso, tra l’altro in presenza di una guerra come quella in Ucraina, che offre a iosa esperienze significative ai fini dello sviluppo di nuovi sistemi d’arma, come avvenuto pressoché in ogni conflitto…

Può sembrare che chi scrive abbia una sorta di rammarico per la disumanizzazione progressiva ed inevitabile del combattimento. Non è  così: il progresso tecnico è cosa buona e giusta (di solito). Certo, la tragica arte di piazzare un proiettile a lunga distanza, contro un nemico e contro tutti gli elementi avversi del campo di battaglia, con la relativamente semplice tecnologia rappresentata da un fucile, un’ottica e una munizione, forse è cosa diversa.

Senza tralasciare gli aspetti psicologici relativi al “guardare in faccia”, attraverso un’ottica, come se fosse a pochi metri da noi, un altro essere umano, ma purtroppo “con la divisa di un altro colore” (e sapendo di essere a nostra volta nella stessa situazione), non posso negare che un sistema come il PGF sia un salto tattico (e anche strategico) di livello straordinario. Questo tenuto conto anche degli effetti collaterali causati da un missile o di una LGB (Laser-Guided Bomb), magari lanciata da un drone pilotato da un tenente di 21 anni, in un container climatizzato parcheggiato in una base a 6000 km di distanza, sorseggiando una bibita ipocalorica (per chi volesse approfondire suggerisco il libretto “Esecuzioni a distanza”, di William Langewiesche), ed evitati invece dall’uso di un singolo proiettile di fucile.

Certo che, ad averlo saputo prima, avrei passato più tempo a giocare a qualche videogame, e non di pattuglia e in addestramento in qualche posto sperduto. Ma tant’è.

Immagini: Talon Precision Optics

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