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Il grande freddo che arriva dal Baltico. Cap.1: alle porte di Kaliningrad

Giampiero Venturi Giampiero Venturi · · 4 min di lettura
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Se ne parla solo quando arrivano i picchi, ma il gelo sul Baltico in realtà è una costante. Basta guardare la tavola fredda e grigia che bagna le spiagge dure della Curlandia per farsi un’idea. Siamo in Lituania, a un tiro di sasso da Kaliningrad, l’antica Konigsberg di kantiana memoria, passata a Mosca nel ’45 e rimasta fuori dalle cronache finché la Lituania era nell’URSS e la Polonia nel Patto di Varsavia.

Dal ’91 in poi è diventata un’exclave russa, oggi tra le terre più militarizzate del mondo. Quando la Storia e la Geografia fanno a pugni, è una bella rogna per tutti…

Scriviamo da un pub, perché andare in bus dalla lituana Klaipeda a Kaliningrad oggi è impossibile. Da Nida, ultima cittadina prima della frontiera, non partono bus e ci vorrebbe comunque un visto buono al massimo 72 ore. È più facile entrare dal lato opposto, quello polacco, da Mamonovo o Bagrationvsk, ma anche lì è tempo di freddo rigido.

Tra birre locali e suktinis alle mele, c’è tempo di riflettere. Il fiume Dane è gelato e con lui il tempo intorno. Passeggiare per Klaipeda è strano: ci si ritrova a metà tra il Medioevo e la pesca nordica, in una calma polare strana circondata dai cingoli e dagli aerei da guerra. 

Già, proprio così. A un metro da qui, Sukhoi russi sfiorano navi americane; la NATO minaccia e sposta soldati; la Polonia si scalda, la Finlandia pure, la Svezia si scopre troppo neutrale e disarmata, la Russia stringe le maglie… Qui tutto sembra d’acciaio: anche il cielo grigio azzurrino scarso di luce. 

Facciamo un passo indietro.

Ai tempi di Rocky IV, per il cinema e l’immaginario collettivo, Ivan Drago era russo. In realtà poteva essere nato in Ucraina, Bielorussia, Lettonia, Estonia o in una qualunque delle 15 repubbliche sovietiche. Nemmeno la somatica ci aiutava: i tratti, slavi quanto baltici, non escludevano nemmeno l’intera Asia, data la preponderanza dei russi all’interno dell’URSS. Quel predominio di settanta anni aveva cambiato equilibri demografici e sociali in tutto l’impero, all’insaputa degli occidentali e spesso degli stessi sovietici. Che Stalin fosse georgiano era l’eccezione che confermava la regola. Un po’ come per l’ex Jugoslavia, dove il croato Tito capeggiava una Federazione in realtà dominata dai serbi.

Quando nel ’91 si è sciolta  l’URSS tutto è cambiato e il processo di “derussificazione” nelle repubbliche sovietiche si è sviluppato con forme e rabbia diverse a seconda dei luoghi. Tutto è dipeso dalle tradizioni, dal rapporto culturale e demografico tra colonizzati e colonizzatori, dal rancore e dai torti veri o presunti subiti per anni. 

In certi Paesi il processo di allontanamento dalla Russia ha avuto poca eco. È il caso della Bielorussia (de facto propaggine di Mosca) dove è abortito per affinità, dipendenze e vincoli economici. Situazione non troppo diversa per Armenia, Kazakistan, Tagikistan, Kirghizistan e in parte nell’Uzbekistan, dove la derussificazione (l’abbandono del cirillico per un ritorno al latino per esempio…) è stata più isterica che sostanziale. La nascita della Comunità Economica Eurasiatica sulle ceneri della Comunità di Stati Indipendenti è in fondo la sublimazione di un principio assoluto: l’elefante pesa sempre più del topolino.

Qui a Klaipeda, sulle rive del Baltico, è tutto diverso però: tra Livonia e Prussia, imperi e leghe Anseatiche, questa è terra di confine da sempre. Kaliningrad si chiama Konigsberg per i tedeschi, Karaliaučius per i lituani, Krolewiec per i polacchi.

Dal ’91, mentre a Vilnius, Tallinn e Riga molti festeggiavano, un’intera generazione di russi si è ritrovata all’improvviso senza Patria. Il Museo dell’occupazione sovietica nella centralissima Ratslakumus a Riga in Lettonia, la dice lunga sui rancori di decenni. Dove la Chiesa ortodossa è stata meno influente (come in Lituania ad esempio) e non ha potuto mediare, è stata dura. Poco meglio in Estonia, dove solo una maggiore presenza russa ha impedito una vera e propria rivalsa etnica.

Così va il mondo, verrebbe da dire, soprattutto quando i confini ballano e le bandiere cambiano colore. Per quando complesso però, non sarebbe tragico se non ci fosse qualcuno a soffiare sul fuoco.

Fa molto freddo oggi in Lituania. Sono in tanti a parlare, ma forse sarebbe meglio il silenzio.

(continua)

(foto: NATO e dell’autore)

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