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Siria: prove di accordo USA-Russia mentre la guerra continua

Giampiero Venturi Giampiero Venturi · · 5 min di lettura
MBDA Stratus

Da sabato 27 febbraio potrebbe partire il primo vero cessate il fuoco in Siria, come conseguenza di un accordo di massima tra Russia e USA. Damasco, da pochi minuti, avrebbe dato la sua disponibilità.

Esclusi dall’intesa sarebbero i gruppi terroristici di Al Nusra e le milizie dello Stato Islamico, contro cui il fuoco incrociato, con tutti i distinguo e i dubbi del caso, dovrebbe continuare senza tregua.

La notizia giunge nello stesso giorno dell’annuncio del Presidente Assad di indire elezioni legislative per aprile e del rinnovato appoggio dell’Europa (Italia per prima) alla Turchia di Erdogan.

Quali saranno i prossimi sviluppi della crisi siriana?

Il nodo più importante da sciogliere è capire quale progetto futuro è previsto per la Siria e per la sua sovranità.

Da circa tre settimane si fanno insistenti le voci su un intervento di terra che possa contemplare sia l’interessamento della Turchia, sia dei Paesi arabi del Golfo. Come più volte sostenuto da Difesa Online, l’intervento è da considerare pura fantascienza senza un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti. I boots on the ground USA sono però possibili sono previo accordo con la Russia, grande fratello del governo siriano ed esposta in prima linea da settembre 2015.

Nel bailamme generale dell’informazione sulla guerra, ci si dimentica spesso però di indicare innanzitutto quale sia lo scopo di un eventuale intervento di terra. Se l’obiettivo fosse sic et simpliciter la sconfitta dello Stato Islamico e del terrorismo islamista viene da sé che la guerra assuma sfumature tragicomiche almeno per due ragioni:

  1. esistono prove del sostegno diretto di Turchia e Arabia Saudita a gruppi afferenti al terrorismo fondamentalista
  2. perché l’intervento di terra viene programmato dopo 5 anni di guerra e proprio ora che il Califfato sul piano militare arranca?

Riguardo al primo punto è bene sottolineare che se USA, NATO e Unione Europea hanno scelto di blandire o tollerare le velleità geopolitiche di Ankara, è fin troppo evidente che l’interesse generale delle potenze occidentali non sia quello di riportare la Siria ad uno status quo di sovranità assoluta.

L’obiettivo di medio-lungo periodo potrebbe essere una “pacificazione allargata” che preveda la fine degli scontri, il recupero e la bonifica dei territori in mano alle bande islamiste, la distribuzione di aiuti umanitari ma anche un’amministrazione segmentata del territorio, la cui sovranità potrebbe essere articolata in base ai Paesi coinvolti nelle operazioni militari. In questo senso avrebbe una logica l’intraprendenza dell’Arabia Saudita, guida di quei Paesi arabi che aspirano ad occupare aree sunnite del territorio siriano. Il papocchio avrebbe senso con l’avallo delle Nazioni Unite nel cui Consiglio di Sicurezza ha però diritto di veto proprio la Russia, membro permanente.

L’ipotesi tra l’atro non fa i conti con l’opposizione del governo di Assad che considera interventi stranieri non richiesti come una dichiarazione di guerra. Soprattutto non fa i conti con l’aiuto politico e militare della Russia che a fronte di un investimento ad alto rischio, è logico che preveda un ritorno.

Finché Mosca deciderà di rimanere sul carro di Damasco e proteggerne l’integrità istituzionale, l’idea di un intervento non concordato e di una “spartizione soft” della Siria mascherata da guerra contro il terrorismo appare dunque difficilmente sostenibile.

Un intervento concertato, come profilato ieri ad Ankara dei ministri degli esteri italiano e turco, apre invece un secondo scenario, coerente con l’intesa di massima fra Putin e Obama per il cessate il fuoco. Ora che sembra possibile una sconfitta militare dello Stato Islamico, è probabile cioè che ci si affretti a partecipare a quella “vittoria contro il terrorismo” che coprirebbe errori e responsabilità di molti.

Un intervento di più Paesi secondo modalità e scenari da valutare che non preveda occupazione a lungo termine, potrebbe far comodo a Damasco, alla prova della flessibilità e della disponibilità verso la comunità internazionale. Rinunciare a posizioni rigide (magari su pressione di Mosca) per salvare la baracca, non sarebbe una soluzione disonorevole per Assad.

Potrebbe far comodo a Mosca, incensandone il ruolo internazionale oltre i meriti militari e diplomatici conseguiti.

Potrebbe servire agli USA per oscurarne l’inerzia e le colpe degli ultimi 5 anni. Servirebbe all’Europa, assetata di quelle partecipazioni umanitarie tanto buone a smacchiarne la coscienza e a nasconderne il nanismo politico. Sarebbe utile alle smanie geopolitiche di Riad e al ritorno nel “jetset dei normali” della sua rivale Tehrean. Sarebbe un toccasana infine per la Turchia, forse la più compromessa fra le potenze in gioco e potenzialmente in grado di mantenere pressione al confine nord tenendo a bada la spina curda.

Il terrorismo islamista che finora ha avuto tanti padri, si troverebbe così improvvisamente orfano. Tutti sarebbero meritevoli, nessuno sarebbe sconfitto.

Tutta questa è teoria. Rimaniamo sempre in attesa delle evoluzioni militari sul terreno, che a conti fatti sono le uniche ad aver realmente indicato fino ad oggi quali siano le prospettive e le possibilità per la Siria e per il suo popolo martoriato.

(Foto: القوات المسلحه السورية)

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