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USA e Cina: prove di battaglia navale

Giampiero Venturi Giampiero Venturi · · 3 min di lettura
MBDA Stratus
Di fronte alle coste del Vietnam, all’altezza di Da Nang, emergono le Isole Paracel, Hoang Sa in lingua locale. Nel ’74 in uno scontro navale breve ma sanguinoso il Vietnam fu costretto a cederle alla Cina. In realtà a fare un passo indietro era il Vietnam del Sud ormai abbandonato dagli USA e prossimo alla definitiva uscita di scena dalla Storia. Un anno dopo i nordvietnamiti sarebbero entrati a Saigon per unificare il Paese e coprire la regione con venti anni di ombra.

Dell’arcipelago non se n’è parlato più per anni, benché i due nemici rossi, Cina e Vietnam, continuassero la loro locale guerra fredda. Tra il Golfo del Tonchino e il Mar Cinese Meridionale, le marine di Hanoi e Pechino avrebbero continuato a provocarsi. Il Vietnam non ha mai accettato l’occupazione delle isole, la Cina non ha mai pensato di ritirarsi.

Nella partita col tempo si sono inseriti Taiwan e soprattutto Stati Uniti, tornati sul luogo del delitto dopo il riavvicinamento col Vietnam. Lo scioglimento dell’URSS, grande fratello vietnamita, e le successive riforme politiche di Hanoi hanno trasformato il più grande incubo della storia americana in un “volemose bene” sempre più intenso.

Le relazioni diplomatiche ristabilite nel 1995 non hanno però solo un significato sentimentale. In realtà le Isole Paracel e tutto il Mar Cinese Meridionale hanno un grande valore economico e geopolitico. Gli interessi per gli scogli si sovrappongono al confronto sulle Isole Spratly, 400 miglia più a largo, che coinvolgono anche Malesia e Filippine in una baruffa secolare.

Gli interessi sulla sovranità nascono dai grandi giacimenti petroliferi presenti nei fondali (delle Spratly soprattutto) e finiscono per diventare una propaggine dello scontro a tutto campo tra Cina e Stati Uniti.

Il mare intorno alle Parecel è la terza area di attrito tra Pechino e Washington dopo Taiwan e le coste del Pacifico.

La Cina in una sorta di “damose da fa’, semo cinesi…” si rivolge a Taiwan provando la carta dell’adulazione nel tentativo di allontanare i cugini dall’orbita di Washington. Taipei, sull’onda delle spinte di piazza, non cade nel tranello e rifiuta il flirt, dopo anni di provocazioni militari e minacce di Pechino. Gli schieramenti sono pronti, manca solo l’incidente navale.

Detto fatto.

Il passaggio del 30 gennaio a ridosso delle Paracel del cacciatorpediniere americano Curtis Wilbur (classe Arleigh Burke) fa coppia con l’incursione di ottobre della nave gemella Lassen a due passi dalle Spratly. Che tra le caratteristiche salienti della US Navy ci sia quella di essere presente ovunque per i Sette Mari, è noto. Meno noto è che la Cina considera acque territoriali tutto il mare entro le 12 miglia da isole e isolotti occupati, compresi quelli artificiali su cui continua a costruire basi navali e aviosuperfici, rivendicando di fatto la sovranità su buona parte del Mar Cinese Meridionale. Le accuse reciproche di provocazione com’è logico, sono automatiche.

Si attivano le cancellerie del Sudest asiatico e viene così a configurarsi un asse che oppone alla sempre più intraprendente Pechino, gli USA, Taiwan, le Filippine, la Malesia e il Vietnam.

Se il ruolo di Kuala Lumpur e Manila appare secondario, è interessante cogliere gli sviluppi della collaborazione nemmeno troppo indiretta fra Hanoi e Washington. Quel che è certo è che Pacifico ed Estremo Oriente saranno il terreno di scontro di interessi geopolitici globali del prossimo mezzo secolo.

(Foto: 中国人民解放海/ autore/ US Navy)

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