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Da “Charlie don’t surf” a “je suis Charlie”

Giampiero Venturi Giampiero Venturi · · 4 min di lettura
MBDA Stratus

Coppola non è un cappello ma un regista. Il regista di Apocalypse now, non di Pierino alla riscossa. Nell’immaginario collettivo, è il film sul Vietnam più conosciuto. Così conosciuto che molti dicono di averlo visto anche se non è vero. Spesso ci si limita al “pappa-papparapappa…” facendo il verso alle Valchirie di Wagner che accompagnavano gli elicotteri Huey all’attacco di un villaggio Viet.

Si parla di molte cose senza conoscerle, è un po’ il filo conduttore dei nostri tempi. Chi dice gatto ma non ce l’ha nel sacco, chi critica senza leggere, chi legge senza criticare, chi fa conferenze, chi fa confusione… 

Fatto è che il destino ha creato due Charlie: uno pronunciato in inglese con l’accento sulla a e uno in francese con la ch dolce e l’accento sulla i. Il primo era il codice americano per la C di Cong, diventando poi il nomignolo dei Vietcong in genere; il secondo rappresenta tutti quelli che sui social parlano di libertà dalla strage dei vignettisti di Parigi in poi. Je suis Charlie. Sempre di spari e di morte si tratta. Beffarda la Storia. Un nome, tante lacrime.

Il vecchio Charlie era nato dall’arroganza simpatica diventata mito grazie alla geniale follia di Robert Duvall nei panni del Colonnello Kilgore. Il nuovo Charlie è tutt’altra cosa: un nome, un’agenzia, un fenomeno virale di cui si abusa.

Nel Charlie triste del Vietnam c’era una pazzia lenta, senza fondo. L’impronta di una guerra malata, destinata a durare per sempre. Il dolore e l’orrore negli anni sono diventati epica, racconto, memoria. Grazie al regista-cappello Coppola abbiamo digerito e metabolizzato emettendo un giudizio forte, inappellabile, educativo. 

Quale che sia la ragione dell’uso di un Je suis o un Je ne suis pas Charlie, oggi sembra tutto più veloce. È più facile connettersi e sconnettersi, preda di una paranoia da partecipazione avvolgente. Più facile informarsi e attingere qua e là, stando sul pezzo dell’indignazione generica che mischia colpiti e colpevoli, colpe e colpacci e che soprattutto fa antologia del nulla. Il 90% di chi ha parlato di Charlie Hebdo, lo ha fatto a vanvera e comunque oggi ha già dimenticato.

L’orrore in Indocina aveva un che di romantico, di triste, di poetico. Il Vietnam in 40 anni è diventato un capitolo scolpito nel tempo. Difficile vivecersa immaginare che della violenza di oggi rimanga traccia. Tutto è parcellizzato, ridotto a istanti, ad atomi. Senza legami non c’è ricordo e senza ricordi non ci sono racconti. I fatti e i pianti sono descritti, analizzati, spremuti e poi gettati via per sempre. Ne arriveranno altri e altri ancora, sempre diversi, sempre uguali.

Saigon cadeva nell’aprile del ’75. Le armate nordvietnamite regolavano i conti col Sud collaborazionista, amico degli Americani. Nonostante il nome ufficiale Ho Chi Minh City, per gli amici la città rimane Saigon. L’ironia della Storia vuole che a Thi Sac, nella zona del fiume, ci sia un locale trash che ricorda il film di Coppola: Apocalypse Now. I Vietnamiti hanno imparato a fare business del dramma di allora. Tra fusti di benzina e filo spinato, su una parete c’è una tavola con la scritta Charlie don’t surf frase simbolo di una pellicola epica. Si esorcizza il male, perché se ne ha memoria.

Oggi il male, da qualunque parte sia, non lascia strascichi. Crea un’onda di reazioni sulle quali le folle possono surfare in massa ma solo per poco. Tutto si mastica, tutto si digerisce prima di essere fagocitati dalla macchina mediatica che proporrà altri fatti, altri drammi altri Charlie.

Al dolore di oggi mancano classe e stile. Non c’è tempo per l’uno e l’altro. Si parla tanto ma per poco. Anche le guerra ha fretta. Game over e si ricomincia.

Rimane il marmo delle lapidi, per definizione sempre uguale nel tempo. Davanti a quello, comunque la si pensi, ci si leva il cappello. Anzi la Coppola.

Sono passati 40 anni dalla fine della guerra in Vietnam. Je suis o Je ne suis pas Charlie. Charlie surf o don’t surf. Forse su questo, davvero non c’è differenza.

Giampiero Venturi

(in apertura un fotogramma tratto da Apocalypse now)

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