Un successo del pragmatismo: breve storia dell’accordo italo-russo di Racconigi

(di Federico Maiozzi)
20/10/22

In questo breve articolo si analizzerà per sommi capi uno degli accordi più sottovalutati dalla storiografia contemporanea, eppure a modesto avviso dell’autore niente affatto secondario per la storia nazionale e continentale; l’accordo italo-russo di Racconigi. In particolare, si vedranno le principali dinamiche (con qualche necessaria approssimazione e semplificazione) che portarono all’intesa, partendo da un momento ancora vivido nella memoria italiana, la battaglia di Adua del 1896, per arrivare all’anno dell’accordo stesso, il 1909.

Poiché questo si propone come un testo divulgativo, il corpo non sarà appesantito da eccessivi rimandi a fonti e bibliografia, e anche in questo caso i testi citati saranno in lingua italiana o inglese e di facile reperimento; ad ogni modo, va da sé che tutto quanto affermato è verificabile negli archivi storico-diplomatici del ministero degli esteri e nella bibliografia sull’argomento e l’autore resta a disposizione dei lettori, nei limiti delle sue umane capacità, per delucidazioni e, ove possibile, approfondimenti.

L’accordo

Quello di Racconigi fu un vago e ampiamente interpretabile scambio di lettere e intenzioni tra lo Zar di Russia Nicola II e il Re d'Italia Vittorio Emanuele III1, concluso il 24 ottobre 1909 nella reggia di Racconigi, in Piemonte. In queste lettere Roma e San Pietroburgo si davano reciprocamente rassicurazioni (va ribadito, molto vaghe) sul sostegno russo all'espansione italiana in Nord Africa e nel Mediterraneo e sul sostegno italiano all'espansione russa nel Mar Nero, in particolare nella regione degli Stretti. Inoltre, si impegnavano, nel caso in cui una delle due potenze avesse firmato un accordo sull'Europa centro-orientale con una terza nazione, a includere anche l'altra, punto questo che cadde in buona sostanza nel vuoto.

Va riconosciuto che non è certo l'argomento più studiato nella storia delle relazioni internazionali, eppure questo piccolo evento meriterebbe maggiore attenzione, soprattutto per le modalità in cui esso avvenne, che saranno analizzate nei passaggi successivi.

Il patto tra il topolino e la montagna

Per essere obiettivi, l'accordo di Racconigi è in effetti troppo vago e risulta altrettanto vero che la sproporzione di forze tra Italia e Russia non lasciava pensare a una cooperazione paritaria; sproporzione che non si fermava solo all’aspetto geografico ma si estendeva anche a quello demografico, industriale2, militare3, politico e, non ultimo di risorse naturali disponibili.

A ben guardare, però, le due entità avevano molti punti di contatto, soprattutto in quel periodo, per diversi motivi che verranno toccati nelle prossime righe.

In primo luogo, nel 1909 i due paesi erano reduci da due sconfitte militari che avevano avuto pesantissime ripercussioni sulla loro una situazione interna.

Nel caso italiano, la sconfitta contro l'Etiopia nel 1896 palesò alla diplomazia e alla politica italiane quanto il mondo fosse un luogo complesso e brutale dove le avventure venivano pagate a caro prezzo. Senza un reale supporto di alcuno Stato, il regno d'Italia aveva ordinato (grosso modo) un attacco in profondità nel territorio etiope, finendo per subire una dura sconfitta per mano delle forze locali, in parte addestrate e consigliate da ufficiali e consiglieri russi e francesi. Settemila morti4 da parte italiana, più di tutti quelli ufficiali delle guerre risorgimentali messi insieme, e una grave umiliazione a livello internazionale.

A dire il vero, per parafrasare John Whitam5, anche due grandi potenze coloniali come Francia e Gran Bretagna avevano subito molte Adua nel corso della loro storia. Allo stesso tempo, però, avevano anche trovato i mezzi per reagire alle sconfitte, a differenza di quella italiana e tale mancanza di reazione aggravò ulteriormente la situazione generale. Di fronte a una popolazione italiana sempre più dissanguata dall’emigrazione e a una rapida ma non indolore industrializzazione delle culture contadine e alla povertà diffusa, la retorica della Grande Nazione in chiave italiana, per così dire, non solo non si mostrava un collante per l’unità nazionale, ma dopo la sconfitta rischiava di mostrarsi ridicola e dannosa.

La politica estera italiana dovette così abbandonare l'idea di porre sul capo dei Savoia la corona imperiale d'Etiopia e concentrarsi, da quel momento in poi, sulle aree di maggior interesse italiano: il Nord Africa e i Balcani. In quest'ultimo caso visto lo strapotere austriaco era molto evidente che senza un alleato sarebbe stato impossibile ampliare l'influenza politica ed economica italiana (e quindi cercare di creare nuovi posti di lavoro che garantissero - prosaicamente - profitti agli industriali e pane al resto degli italiani). Si trattava di capire chi fosse questo alleato, di farlo con lucidità, determinazione, senso delle proprie forze e della realtà. E ciò, al netto di qualche tentennamento, avvenne.

Escludendo l'Austria-Ungheria, rivale dell'Italia (o almeno la dirigenza italiana ne era certa mentre lo storico Schindler ci suggerirebbe il contrario6) nonostante quanto affermavano le carte del Triplice, Roma cercò di coordinare - a volte con convinzione, a volte meno - gli sforzi della sua diplomazia con quelli di Germania, Gran Bretagna e Francia, ottenendo risultati a dir poco deludenti. Quasi sempre inginocchiarsi davanti a uno stato più forte espone solo il capo a bastonate più decise e mirate, e non a benevolenti aiuti.

In verità, nei primi anni del Novecento l'Italia aveva tentato un riavvicinamento anche con la Russia, ma senza successo. In fin dei conti, la posizione della Russia nei Balcani era molto solida, e lo confermavano anche gli inviati diplomatici italiani. Cosa avrebbe dovuto farsene l'impero russo del piccolo regno d'Italia? In effetti, fino al 1905 la risposta sembrava essere chiara: quasi nulla.

Da quell'anno però le cose cambiarono in parte e nel prossimo paragrafo cercheremo di introdurre e spiegare, ovviamente semplificando, le cause.

Guerra in “Oriente”, conseguenze in “Occidente”.

A dire il vero una certa ritirata russa nei Balcani era iniziata già nel 1904, con l'inizio della guerra russo-giapponese, e i risultati si manifestarono platealmente con l'annessione della Bosnia da parte di Austria-Ungheria nel 1908, quando sotto pressione tedesca e senza qualsiasi compenso San Pietroburgo dovette accettare il fatto compiuto. Ma quell’annessione non fu l’unico né il primo arretramento russo nella regione.

A causa della guerra contro Tokyo, le difficoltà logistiche e la perizia delle forze armate giapponesi avevano portato sia la Marina che l'Esercito russi a gravi sconfitte, che ebbero un'importanza anche al di fuori della sfera militare. Tralasciando le conseguenze molto significative a livello interno e concentrandosi solo su quelle in politica estera, appare chiaro che una simile battuta di arresto imponeva all'impero russo un nuovo imperativo: il controllo dei suoi confini a scopo difensivo. Non solo la guerra costò diverse perdite umane e materiali e un movimento di una massiccia quantità di armi dall'Occidente all'Oriente dell'Impero già nel 19057, ma anche gravi problemi finanziari che portarono l'Impero a contrarre debiti con banche di Gran Bretagna, Germania, e soprattutto Francia (la Francia era il più importante creditore estero della Russia già ben prima della guerra)8.

A questo punto, si potrebbe sottolineare che avere debiti, anche ingenti, con la “lontana” repubblica francese era tutto sommato in parte (ma non del tutto) tollerabile, cominciare ad averne anche con il confinante, armatissimo e industrializzato impero tedesco era questione più seria. Inoltre, parlando ancora di confini, nei dintorni di quelli in Asia centrale, Europa centrale, Mar Nero e Caucaso, i movimenti autonomisti - o francamente nazionalisti - non avevano certo un peso marginale.

In questo scritto verranno portate considerazioni solo sul caso dell'Europa Centrale e del Mar Nero, poiché quelle di maggiore interesse per la parte italiana.

In quelle due aree, infatti, dopo il ridimensionamento del 1905 la cooperazione italo-russa sembrava quasi d’improvviso non solo fattibile ma anche molto utile alle due potenze. In primo luogo, l'interesse russo per ragioni sia materiali che politico-culturali per lo Stretto dei Dardanelli ed in particolare per la cosiddetta Seconda Roma, Costantinopoli, non erano certo un mistero9. Altrettanto forti erano gli interessi italiani nel Nord Africa ottomano (le future colonie di Tripolitania e Cirenaica, poi Libia), visto come una terra in cui (a seconda del gruppo di interesse) si sarebbe potuto: speculare; evangelizzare; bonificare; costruire una seconda patria per gli emigrati italiani; l'insieme di tutti questi scopi. A questo punto, si nota come l’impero ottomano si mostrasse come un rivale comune sia per la Russia che per l'Italia, visto che de iure il sultano ancora regnava sulla futura Libia.

È vero che in un'ipotetica guerra contro le forze ottomane la forza navale avrebbe giocato un ruolo decisivo, e a questo proposito bisogna considerare che la flotta italiana era più piccola di quella russa, ma d’altra parte Roma aveva le sue navi quasi interamente concentrate nel Mediterraneo e anche in termini assoluti non deteneva certo una piccola marina10. Quindi la differenza di potenza tra Russia e Italia risultava abbastanza equilibrata anche in questo caso.

Un discorso simile si potrebbe fare non solo per la regione dello Stretto e il Nord Africa, ma anche per il teatro europeo meridionale. In effetti, sia la Russia che l'Italia avevano paesi con notevoli capacità belliche ai loro confini. Tra questi, l'Austria-Ungheria era un potenziale nemico comune per entrambi.

Dal punto di vista giuridico, in teoria, l'Italia non avrebbe avuto nulla da temere dal suo vicino, in quanto entrambi membri della Triplice Alleanza e nel 1902, con qualche difficoltà, l'avevano entrambi rinnovata firmando il quarto trattato della Triplice. La realtà non era però così semplice soprattutto sul versante italiano. Intanto va ricordato che nei primi anni del Novecento per gran parte degli italiani l'unificazione del paese non si era conclusa il 20 settembre 1870 con l'ingresso dell'esercito italiano a Roma, ma al contrario avrebbe dovuto compiersi con l’annessione almeno del Trentino, del Friuli, dell'Istria e della Dalmazia, territori in parte abitati da italofoni e tutti sotto l'autorità austro-ungarica. È necessario specificarlo: non tutti gli abitanti di lingua italiana dell'impero austro-ungarico volevano, sognavano o tramavano per un attacco di Roma contro Vienna e Budapest, ma aspirazioni autonomistiche o irredentiste esistevano, assumendo diverse connotazioni e modalità d’azione 11.

Oltre a tutto questo bisogna sempre tenere presente un fatto anche ben più prosaico. Con Fiume e Trieste austro-ungariche, Vienna e Budapest potenzialmente avrebbero potuto strozzare o quanto meno ostacolare le esportazioni e le importazioni italiane di passaggio nei Balcani. Per non parlare del fatto che gli investimenti esteri in Italia, anche se non paragonabili a quelli francesi in Russia, controllavano già buona parte dell'economia italiana e quindi un ulteriore vincolo sarebbe stato catastrofico per il sistema economico italiano.

Da una parte abbiamo quindi la Russia che doveva tenere a bada l’Austria-Ungheria ai suoi confini, dall’altra l’Italia che lottava per non implodere e per farlo credeva fosse necessario (se a torto a ragione lo sapremo se e quando ci saranno molti altri studi in materia, tra molto tempo) strappare lembi di influenza a svantaggio di Francesco Giuseppe. Sempre a proposito di Balcani, ad ogni modo anche per l'impero russo poteva non essere una buona idea lasciare che la Germania e l'Austria-Ungheria si espandessero nei Balcani, per lo più territori slavi, facendo venire soprattutto al secondo tra i due alleati pericolose tentazioni di creare imperi austro-ungarici-slavi, potenziali concorrenti a quello russo.

Conclusioni

In questa complessa situazione sia per Roma che per San Pietroburgo, le diplomazie dei due paesi seppero creare contatti dove non esistevano o ne esistevano pochi (come accennato, i due paesi nel 1896 non erano in rapporti idilliaci) ottenendo un risultato di rilievo i cui effetti materiali non tardarono a manifestarsi con l’accordo di commercio italo-russo dell’anno successivo. L’Italia era meno sola in Europa e la Russia si assicurava un prezioso bilanciamento a ovest di Vienna e Budapest.

Se da questo accordo potesse nascere una solida alleanza tra i due stati non ci è ancora dato sapere, troppi pochi sono gli studi e soprattutto la Prima guerra mondiale ha spazzato via buona parte di quel vecchio mondo. Tuttavia, la storia di tale accordo potrebbe portare alcuni insegnamenti tutto sommato utili anche all’Italia di oggi12.

In primo luogo, anche un paese piccolo e sotto altrui tutela se sa quel che vuole può ritagliarsi la sua parte di autonomia strategica, a vantaggio dei suoi interessi. In seconda battuta, gli alleati sono alleati, ma la sopravvivenza del proprio paese conta di più. Ultimo ma non ultimo, la politica estera non è distante dai destini dei cittadini comuni, al contrario essa li determina.

1 Il testo completo dell’accordo è pubblicato anche sul volume italiano: L. Albertini, Le Origini della Guerra del 1914, vol. I, Milano, 1942-43, pp. 325-326.

2 Sul potenziale economico dell’Impero russo e del regno d’Italia, vedi: The Economics of World War One, Cambridge UK, 2005, pp. 235-310.

3 Tra gli altri cfr.: B.W. Menning, Bayonets Before Bullets. The Imperial Russian Army, 1861-1914, Cambridge US, Londra, 1991; D. G. Hermann, The arming of Europe and the Making of the First World War, Princeto, 1996.

4 Uno spassionato consiglio dell’autore: le stime numeriche sui caduti in guerra non sono un mero esercizio di macabra contabilità, posseggono un loro valore. Tuttavia, esse sono, per l’appunto, stime, che possono cambiare con il raffinarsi della ricerca storica sul tema.

5 Di questo autore si consiglia – per merito e metodo utilizzati – dell’ormai datato ma ancora valido volume, Storia del’esercito italiano, Milano, 1971.

6 Vedi J. Schindler, Fall of the Double Eagle: the Battle for Galicia and the Demise of Austria-Hungary, Lincoln, 2015.

7 Attività per altro notata dagli agenti diplomatici italiani nei Balcani e prontamente comunicata a Roma.

8 Sul tema vedi l’“anziano” ma validissimo volume; R. Charques, The Twilight of the Imperial Russia, Londra, 1958.

9 Una pubblicazione in lingua italiana sul tema della diplomazia europea recente e facilmente reperibile: G. Giordano G., Tra Marsine e stiffelius. Venticinque anni di politica estera italiana. 1900-1925, Roma, 2012; si veda però anche, tra gli altri: R. Bridge, R. Bullen The Great Powers and the European States System 1814-1914, Oxon, 2013 (ultima edizione).

10 Per la situazione delle marine militari mondiali alla vigilia del primo conflitto mondiale, tra gli altri: P. G. Halpern, A Naval History of World War I, Routledge, 1991.

11 Tra gli altri, sull’argomento cfr. L. Monzali, Italians from Dalmatia. From Unification to World War I, Toronto 2009.

12 A detta dell’autore la scienza storica, proprio in quanto scienza, non serve a comprendere fenomeni attuali; si rischiano forzature. Tuttavia fornisce a chi la studia, in accademia o fuori, la capacità di comprendere i legami tra fenomeni apparentemente lontani tra loro; in questo senso è “utile”.

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