Panzergrenadiere: un’idea italiana?

(di Tiziano Ciocchetti)
02/03/20

L’introduzione, sui campi di battaglia della Seconda Guerra Mondiale, nel periodo 1942-43, dei reparti Panzergrenadiere ha diverse connessioni con la storia militare italiana.

A partire dalla seconda metà degli anni ‘30 dello scorso secolo, ha inizio il processo di motorizzazione della Fanteria, la quale, secondo le dottrine allora elaborate, poteva svolgere il compito di accompagnamento nei confronti delle divisioni corazzate, oppure costituire un elemento autonomo in grado sia di sviluppare un’azione autonoma sia un’azione combinata con altre tipologie di reparti (secondo le tattiche teorizzate dal tedesco Guderian, dall’inglese Liddell Hart e dagli italiani Trabucchi e Quercia).

Sicuramente, quello germanico, era l’esercito più aperto alle nuove dottrine e maggiormente disposto, tra quelli europei, ad abbinare meccanizzazione e motorizzazione.

Tuttavia la Germania, causa il passaggio dai centomila del Trattato di Versailles ai tre milioni del 1939, accumulò un significativo ritardo nei riguardi dei reparti di fanteria motorizzata.

Il Regio Esercito diede vita a divisioni fucilieri motorizzati già nel 1936, allorché il Ministero della Guerra emanò le “Norme per il combattimento della divisone”, che includevano appunto la divisione di fanteria motorizzata.

Tali divisioni prevedevano due reggimenti di fanteria, su due battaglioni ciascuno, un reggimento di artiglieria e tre battaglioni modulari: uno motociclista-autoblindo, uno di mitraglieri e uno di carri d’assalto.

Tutto questo in teoria, in quanto fino al 1942, l’organico delle divisioni motorizzate del Regio Esercito si articolò su due reggimenti di normale fanteria motorizzata e uno di bersaglieri motorizzati. l’Esercito germanico, pur avendo allestito già nel 1935 le prime divisioni Panzer, giunse alle divisioni di fanteria motorizzata solo nel 1937.

Le prime quattro divisioni (Schützen) vennero organizzate su tre reggimenti da quattro battaglioni ciascuno, con supporto di artiglieria, unità da ricognizione, reparti di genieri e unità logistiche (questa configurazione venne modificata dopo la Campagna di Polonia, con l’eliminazione di un battaglione per ogni reggimento).

Quindi le divisioni motorizzate italiane e quelle tedesche erano in sostanza molto simili, entrambe impiegavano semplici veicoli motorizzati non corazzati.

La differenza concettuale risiedeva nel fatto che, fin dal 1933, i tedeschi stavano sperimentando la possibilità di impiegare un mezzo corazzato per il trasporto della fanteria, da inserire nelle unità panzer.

Il primo modello di veicolo corazzato fu l’HK-116, introdotto a partire dal 1938, del tutto inadatto alle specifiche richieste. Esso fu sostituito, l’anno successivo, dal SdKfz 250 (foto), il quale nel corso del periodo bellico venne sottoposto a diverse modifiche. Nel maggio 1940, su circa ottanta battaglioni motorizzati tedeschi, solo due erano equipaggiati con gli SdKfz 250/251 (alla fine del 1942, le unità motorizzate tedesche, assunsero la denominazione di corazzate, ovvero dopo che il Regio Esercito aveva già sperimentato il modello “A.S.42”, che contemplava componenti corazzate, con la Divisione TRIESTE in Nord Africa).

Sul piano teorico, le unità motorizzate tedesche, avevano uno spettro operativo superiore rispetto a quelle del Regio Esercito, in quanto nella dottrina germanica era contemplata la possibilità di un’azione offensiva incisiva e altamente mobile grazie alla presenza in organico di mezzi specifici per la fanteria. Sul piano pratico, invece, tra le divisioni italiane e tedesche, non vi erano differenze significative dal punto di vista operativo, in quanto l’impiego era di necessità limitato dal basso profilo di motorizzazione e meccanizzazione di entrambe.

Il passaggio decisivo alle unità di fanteria corazzate avvenne nel teatro operativo nordafricano, con il significativo concorso italiano.

Le divisioni motorizzate del Regio Esercito, sbarcate in Africa settentrionale nel 1941, assunsero a partire dal mese di ottobre dello stesso anno la struttura “tipo A.S.”, il cui riferimento era l’organico della Divisione TRENTO.

Formazione “tipo A.S”.

Comando Divisione

Due reggimenti di fanteria motorizzata su:

  • Compagnia Comando;

  • due battaglioni fucilieri su:

compagnia comando;

tre compagnie fucilieri;

un plotone mortai da 81 mm;

  • un battaglione armi accompagnamento e controcarro su:

compagnia comando;

compagnia mortai da 81 mm;

compagnia cannoni da 47/32;

compagnia da 20 mm c.a.

Ai due reggimenti di fanteria motorizzata si aggiungeva un reggimento di bersaglieri, con il seguente organico:

  • compagnia comando;

  • una compagnia motociclisti;

  • due battaglioni bersaglieri autoportati su:

compagnia comando;

due compagnie bersaglieri;

una compagnia controcarro 47/32;

  • un battaglione armi di accompagnamento su:

compagnia comando;

due compagnie mortai da 81;

una compagnia da 20 mm c.a.

Tale struttura rimpiazzò quella in vigore all’inizio delle ostilità che includeva, nei tre battaglioni per reggimento, uno di motociclisti e due autocarrati, oltre ad avere in organico una compagnia con cannoni c/c 47/32.

Mancava quindi di due elementi sostanziali: un reparto d’esplorazione a livello divisionale, e una componente carri propria. Una deficienza che conferiva alle divisioni del Regio Esercito una capacità operativa statica e limitata in marcia.

L’organizzazione delle divisioni di fanteria germaniche in Nord Africa comprendeva, generalmente, tre reggimenti di fanteria ed uno di artiglieria motorizzata. I reggimenti di fanteria erano strutturati ognuno su due battaglioni di 4 compagnie, di cui una d’accompagnamento. In pratica era la stessa organizzazione italiana “tipo A.S.”

Nel gennaio 1941 l’OKW adottò le nuove “Direttive per la condotta e l’impiego delle divisioni di fanteria motorizzata”, che si articolava su 88 punti. Il punto 6 recitava: “tutti i reparti sono dotati di automezzi adatti a ogni terreno… ed è prevista la dotazione di mezzi corazzati ad una parte dei reggimenti di fanteria, agli osservatori avanzati e al genio”.

Si prevedeva, quindi, un uso limitato di mezzi corazzati per la fanteria, come i già citati semicingolati SdKfz.

Tale disponibilità di veicoli avrebbe dovuto consentire ai reparti motorizzati tedeschi di potersi schierare prima di appiedare. le marce di avvicinamento dovevano essere ridotte al minimo, trasportando le unità il più possibile in avanti sul campo di battaglia.

In modo particolare, nel combattimento e nella difesa manovrata (punto 65): “Mobilità e corazzatura permettono alle unità cacciatori anticarro di colpire, con azioni sui fianchi e da tergo, i carri nemici prima che possano intervenire efficacemente nel combattimento, oppure di catturarli e annientarli con azione combinata di fuoco o movimento”, oppure anche nella rottura del contatto, che poteva essere attuata e facilitata con un attacco, a obiettivi limitati, condotto da fanti su veicoli blindati e rinforzato da cannoni d’assalto.

Nella pratica si trattava di azioni precluse alle unità italiane, in quanto sprovvista di mezzi corazzati per la fanteria, e quanto mai rischiose per i tedeschi per la scarsità di mezzi nei reparti.

Nel maggio del 1942, alla generale riorganizzazione delle Forze dell’Asse, fece seguito un importante tentativo di migliorare l’efficienza delle divisioni motorizzate. I problemi da affrontare erano molti e di varia natura; la Divisione motorizzata TRIESTE venne presa come modello per cercare di risolverli.

Per sopperire alla scarsa capacità offensiva, la Divisione fu fornita dell’XI Battaglione carri, equipaggiato con gli M13 (prelevato dalla Divisione LITTORIO, giunta anch’essa in Africa settentrionale). Si trattava di una iniziativa importante, visto che nelle campagne precedenti la TRIESTE dovette ricorrere all’aiuto di unità corazzate per appoggiare la sua fanteria attaccante e per respingere i contrattacchi dei corazzati nemici.

L’assegnazione di un battaglione carri risolse molti problemi, tuttavia le necessità di motorizzazione della TRIESTE andava bel oltre questo accorgimento. La limitata velocità degli automezzi Spa 38 (foto) e Lancia RO, in particolar modo sul terreno desertico, contribuiva a rallentare le capacità di spostamento dell’intera Divisione, riducendone così le capacità operative.

Inoltre la mancanza di veicoli da trasporto blindati, tra l’altro assai scarsi anche tra le truppe del Commonwealth, obbligava a far appiedare la fanteria a molta distanza dagli obiettivi, onde limitare le perdite causate dal fuoco dell’artiglieria nemica. Infine, la mancanza di artiglieria semovente (assegnata invece alla Divisone corazzata ARIETE), costringeva i fanti a trainare i pezzi a spalla.

L’VIII Battaglione bersaglieri corazzato venne creato e assegnato alla TRIESTE in base alla necessità di poter contrastare l’attività esplorativa avversaria.

L’inserimento dei battaglioni modulari si completò appena in tempo per partecipare all’offensiva del maggio ’42, e si integrò con altri provvedimenti organici.

Per la Divisione TRIESTE venne adottata una configurazione detta “divisione motorizzata A.S.42”. Questa prevedeva, oltre all’inserimento dei due battaglioni citati, l’eliminazione del reggimento bersaglieri. A queste modifiche si aggiungeva la riorganizzazione dei due reggimenti di fanteria su due battaglioni di tre compagnie ognuno, anziché quattro. Scompariva la compagnia motociclisti divisionali, e veniva assegnato un nuovo gruppo all’artiglieria divisionale.

Questa configurazione portava la TRIESTE, unica divisione con l’organico “A.S.42”, a una forza numerica di 6.671 uomini, con un notevole incremento delle capacità controcarro e di artiglieria a scapito della componente di fanteria.

Nonostante la carenza di veicoli protetti e cingolati, la TRIESTE poté aumentare la sua capacità di azione autonoma e indipendente, sia nel movimento che nell’esplorazione e nell’azione difensiva. Tuttavia l’azione offensiva delle fanterie risentiva di quella condizione di unità autocarrate, residuo delle esperienze del 1936-40. Da qui l’esigenza di praticare lo sciacallaggio dei mezzi del nemico (praticato anche dall’avversario). Va inoltre ricordato che la TRIESTE poté usufruire solo in minima parte delle, assai limitate, possibilità offerte dai nuovi carri M14, assegnati in modeste quantità a partire dalla prima metà del 1942.

Il tipo di Divisione Motorizzata italiana, in particolare della TRIESTE, fu un importante modello dottrinale e organizzativo di riferimento per la specialità.

Le “Norme per il combattimento divisionale” del 1936 per il Regio Esercito, introdussero con largo anticipo un modello di divisione di fanteria motorizzata con capacità e ruoli autonomi. Questo primo risultato dottrinale fu accompagnato dall’intuizione innovativa, almeno a livello teorico, del concetto di modularità, ossia un’unità impostata su diverse componenti e in grado di sviluppare diversi generi d’azioni, da quelle indipendenti a quelle in cooperazioni con reparti di altro genere.

La realizzazione di queste unità anticipò anche l’innovativa dottrina tedesca la quale, pur avendo a disposizione il bagaglio di esperienze maturate sul fronte russo, si decise a realizzare queste configurazioni solo nell’estate del 1942, mentre nel Regio Esercito erano presenti a livello dottrinale già nel 1936, e a livello pratico dall’aprile-maggio 1942.

I tedeschi chiamarono le nuove formazioni, costituite da divisioni di fanteria motorizzata indipendenti e modulari, Panzergrenadiere, giocando sul fatto che, fin dalla fine degli anni ’30, ci fossero in seno all’Esercito germanico veicoli corazzati per il trasporto della fanteria. Mezzi che purtroppo la nostra industria non produceva, tanto che ufficialmente la nostra fanteria motorizzata non poté mai fregiarsi del titolo di corazzata. È altresì vero che al cambiamento di nome non corrispose un cambiamento nel numero di veicoli corazzati a disposizione.

I semicingolati SdKfz furono nelle divisioni Panzergrenadiere sempre in numero esiguo rispetto agli autocarri.

In base a questa considerazione, la rivoluzione delle fanterie motorizzate era data solo dalla presenza del nucleo di carri armati nell’ordine numerico del battaglione, quindi circa 50-60 carri.

Tale innovazione è quindi da attribuire alla Divisione TRIESTE e in generale al Regio Esercito, in quanto anticipò questo cambiamento dal 1936 per la teoria e dall’aprile 1942 per la pratica.

La TRIESTE poté, nel suo secondo ciclo operativo, sviluppare a pieno le potenzialità delle formazioni di fanteria motorizzata indipendenti, come ad esempio nei combattimenti di Got el Ualeb e Scleidima del 1942. Con il suo organico corazzato “tipo A.S.42” poté svolgere una vasta gamma di operazioni, che comprendevano l’attacco contro postazioni fisse – sia a livello indipendente che coordinato in grandi manovre a livello di corpo d’armata -, azioni ad alto tasso di mobilità, esplorazione e difese mobili, ottemperando alle richieste che provenivano dal Comando germanico.

Oltre ai concetti di modularità e di tattica carrista, ripresi dai tedeschi, dobbiamo evidenziare come, a livello organizzativo, la divisione di fanteria motorizzata fosse all’avanguardia.

Foto: Archivio Centrale dello Stato / Bundesarchiv / web