Oltre un secolo dall’inizio della Grande Guerra: riflessioni dal cielo

(di Carmine Savoia)
24/05/17

Il 24 maggio 1915, ad un anno dall'inizio delle ostilità, l’Italia entrò in guerra accanto alle potenze dell'Intesa: Francia, Gran Bretagna e Russia. In sostegno alla sua neutralità iniziale, si rifece al carattere difensivo della Triplice Alleanza alla quale apparteneva, seppur con gran scomodità: infatti l'alleanza con l'Austria-Ungheria rappresentava un vero e proprio controsenso, considerando che ad ostacolare il compimento dell'Unità Nazionale vi era proprio la presenza austriaca nel nord-est della nostra penisola. Con gli accordi segreti del "patto di Londra" del 26 aprile 1915, che oltre alla riunificazione delle terre irredente prevedevano cospicue ricompense territoriali - poi disattese - la situazione si sbloccò e l'Italia uscì definitivamente dalla Triplice Alleanza, schierandosi contro gli Imperi Centrali. Alle ore 4 del 24 maggio, l’artiglieria italiana aprì il fuoco contro le posizioni austriache del forte di Verle, nei pressi di Levico in provincia di Trento. Iniziava così, per il nostro Paese, la prima guerra mondiale: primo conflitto su larga scala, combattuto tra le trincee, nel fango, che ha bagnato col sangue dei caduti non solo le terre, ma anche i mari ed i fiumi, uno tra tutti il fiume sacro alla Patria, il Piave; ma è stata anche la prima guerra ad essere tridimensionale, perché combattuta pure nei cieli.

I più esperti, a questo punto - forse - storceranno il naso, affermando che in realtà il primo conflitto tridimensionale, ossia un conflitto combattuto nelle tre dimensioni della guerra: terrestre, navale e aerea, sia stato quello italo-turco in Libia nel 1911. Giusto. Nella guerra italo-turca fu per la prima volta utilizzato l’aeroplano come arma di guerra, tanto è vero che durante quel conflitto avvenne il primo bombardamento della storia, da parte di un nostro pilota, Giulio Gavotti. Ma c’è un “ma” che giustifica la mia affermazione iniziale: nella guerra italo turca non vi era un contingente aereo turco, dunque non vi sono stati combattimenti aerei, i nostri aviatori non si confrontarono con nessun nemico in cielo e gli aeroplani furono utilizzati esclusivamente come ricognitori e al massimo bombardieri.
Dunque è lecito intendere il primo conflitto mondiale come la prima guerra combattuta in tutte le dimensioni, mentre la guerra italo-turca possiamo definirla come una prova generale di quello che poi avremmo visto nella Grande Guerra. Un merito però va dato, oltre a questo, alla guerra libica del 1911, cioè di aver dato il “la” alle dottrine del “Potere Aereo” che mostreranno la loro validità nel primo conflitto mondiale, sbloccando la situazione di lacerante staticità della guerra di trincea.

Ma per rendere più entusiasmante la trattazione di questi argomenti, vorrei dar vita ad un personaggio, ad una specie di “Milite Ignoto”, un pilota, di quei tanti sconosciuti che hanno rischiato la vita per la Patria. Un omaggio a chi, in silenzio, ha fatto il proprio dovere. Lascerò che sia lui a raccontare la guerra, a parlarvi di come si è evoluto l’utilizzo dell’aeroplano in battaglia, del cosiddetto “Potere Aereo” e gli darò voce affinché possa esprimere le sue “riflessioni dal cielo”:

I primi raggi di sole illuminano il lungo ed esteso prato del nostro campo di volo. Le fronde degli alberi sono immobili, il vento è completamente assente ed in cielo non vi sono nubi all’orizzonte. Sembra che anche la natura abbia compreso che sia giunta la fine delle ostilità e di questa guerra. Oggi la mia squadriglia realizzerà un’ultima sortita sulle terre sottratte allo straniero e riportate alla madre Patria. I ricordi corrono nelle mente, veloci e chiari. Ogni azione a cui ho partecipato in questo conflitto è scolpita sulla mia pelle.
I pistoni del motore del mio aeroplano rompono il silenzio di questa quiete e segnalano, con il loro rombo, l’ultimo sforzo che questa macchina dovrà compiere per decretare, anche per lei, la fine della guerra. Ci alziamo in volo, superando il campo e le colline adiacenti. Il vento fresco del mattino bagnato d’umidità accarezza il mio viso, mentre il mio lungo foulard svolazza sulla mia spalla, proiettandosi verso la coda del velivolo, senza però sfuggire dal mio collo, che deve proteggere da eventuali malanni. Sarebbe il colmo perire di una forte febbre a fine guerra, dopo aver volato tra i proiettili per lunghissimi anni. La mia ultima missione, affidatami dal mio colonnello, un elegante ufficiale di Cavalleria, è una missione di ricognizione. Io, insieme a chissà quanti altri aerei del nostro Regio Esercito, dovremo accertarci delle posizioni delle nostre truppe e della ritirata di quelle nemiche. Tra pochi mesi vi saranno delle importanti conferenze internazionali dalle quali emergerà la nuova geografia politica del continente. Ci sono molti interessi in ballo e tante promesse da mantenere. Chissà a che mutamenti andremo in contro: speriamo che le aspettative dei combattenti non vengano tradite, che si giunga ad una completa unità nazionale. Ma di questo potrò scrivere tra qualche mese, quando il dado sarà tratto.

Io ed il mio aeroplano picchiamo sulla valle, saettiamo tra gli alberi e lungo i letti dei fiumi, sorvolando le case e le terre. I segni della guerra e del suo passaggio sono evidenti: lunghe ferite corrono tra i campi, come un circuito di labirinti. Esse sono le trincee, dove per anni si è combattuto, per guadagnare, alcune volte, solo qualche metro. Fazzoletti di terra costati migliaia di morti. Chissà quanto tempo ci vorrà perché da quelle trincee nascano dei fiori, perché si smaltisca quell'atmosfera di terrore e di morte, perché si annulli ogni mutamento e rifiorisca tutto.
Penso e mi chiedo: quante cose ha cambiato questa guerra!? Tante, troppe. In primis le nostre vite, per alcuni in maniera definitiva, cancellandole.

Tu, caro mio amico aeroplano, hai cambiato me ad esempio. Una volta ero un “cavaliere”, servivo l’Arma di Cavalleria, come quasi la totalità dei miei colleghi piloti, e sono passato dal cavalcare bellissimi cavalli di razza a cavalcare i cieli insieme a te. Ora sono un pilota, un cavaliere moderno, un cavaliere del futuro. Ma anche tu, mio caro Hanriot HD1, sei il frutto di grandi cambiamenti che rivedo, vivi, in te.
Questa guerra ha cambiato anche voi aeroplani. Sembra passato un secolo da quel 17 dicembre 1903, quando per la prima volta i fratelli Wright realizzarono il sogno per antonomasia dell’uomo, facendo un piccolo saltello di 12 metri. Invece sono passati poco più di dieci anni.
Guardati. Tu sei in grado di sfrecciare a 180 km/h e volare con un raggio d’azione di quasi 500 km! Anche questo è merito della guerra. È triste, è paradossale, è sconfortante, ma è così. La necessità di prevalere sul nemico ha fatto sì che si investisse tanto sul mezzo aereo. È decisamente sconfortante che per volare a questa quota e a questa velocità, per avere un tale progresso per l’umanità, sia stato necessario che quest’ultima si uccidesse. D'altronde, che non si potesse più fare affidamento sui dirigibili, i cosiddetti “più leggeri dell’aria”, era già chiaro quando combattemmo in Libia. Lì ebbi il sentore che quel mio primo Bleriot XI, il monoplano che sostituì il mio cavallo, sarebbe stato solo il primo di tanti altri velivoli che avrebbero dominato, con uno sviluppo esponenziale, il cielo. Come fu chiaro che i cosiddetti “più pesanti dell’aria”, cioè gli aerei, avrebbero mandato in pensione i lenti e vulnerabili dirigibili, non in grado di reggere un nemico in volo ed un intenso fuoco d’artiglieria, come quelli che si prospettavano all'orizzonte. Quello che facemmo il Libia è stato vincente e risolutivo per questa guerra. Tanto risolutivo da elevare l’aeroplano ad arma perfetta di guerra. Tanto da arrivare a parlare di “Potere Aereo.” Così lo ha definito il nostro generale Douhet
(foto): “Il Potere Aereo è la capacità di proiettare una forza militare in una dimensione aerea”.

Ebbi modo di assistere ad una discussione, tra il mio caro colonnello ed il generale, il quale spiegò la sua teoria. Il Potere Aereo, dunque l’aviazione, sarebbe dominante e superiore rispetto alle altre componenti perché capace di essere asimmetrico, come accaduto in Libia, dove la maggiore tecnologia italiana, rappresentata dalla componente aerea che era invece assente da parte turca, rendeva il nostro contingente superiore.
Sarebbe superiore, inoltre, in quanto veloce, e quindi in grado di essere dispiegabile o ridispiegabile in modo rapido a seconda dell’evoluzione del conflitto ed infine sarebbe anche ubiquo, cioè in grado di operare su larghe distanze rispetto agli altri mezzi, navali e terrestri, con tempi decisamente più brevi. Tutto ciò, secondo la “Dottrina del Potere Aereo” del generale Douhet, rendeva dominante l’aeroplano rispetto agli altri mezzi bellici.

Dunque il generale si rivolse a noi piloti e ci spiegò l’importanza di ottenere il dominio del cielo, perché chi avesse ottenuto tale dominio avrebbe automaticamente controllato anche le altre dimensioni, quindi la terra ed il mare. E così è stato.
Nel primo anno di guerra, ricordo che furono pochi i combattimenti. La Caccia ancora non era sviluppata al punto tale da avere degli scontri aerei. Fondamentalmente per due motivi: innanzitutto perché gli aeroplani vennero usati prevalentemente come ricognitori per l’artiglieria e secondo perché erano stati resi pesanti da un secondo membro a bordo al quale era affidata la mitragliatrice, appesantendo il velivolo, limitandone le prestazioni.

Ma venne presto il tempo dei combattimenti aerei, ma soprattutto venne il tempo del mio battesimo del fuoco. Erano poche settimane che la mia Squadriglia era stata equipaggiata con gli HD1, il primo aereo concepito per la Caccia. Oramai nei cieli c’era fin troppa folla e gli scontri divennero inevitabili. Giunse dunque il momento di agguantare il dominio del cielo, come indicato dal Generale Douhet, per controllare tutto il campo di battaglia.
Volavo sui cieli di Istrana, con in ala un giovanissimo pilota, quando incrociammo in volo una coppia di caccia austriaci. Guadagnai subito ulteriore quota, preoccupato per il giovane gregario in ala, sperando di riuscire a muovermi in anticipo rispetto al nemico, sperando di non essere stato, anche io, già individuato. Fortunatamente così non fu. Quando la formazione nemica si accorse della nostra presenza ruppe e scese di quota. Così ci lanciammo all'inseguimento. Quattro aeroplani si contendevano quella porzione di cielo, compiendo innumerevoli manovre, con il fuoco delle mitragliatrici che incombeva talvolta su uno e talvolta sull'altro, con le eliche dei motori che tagliavano l'aria, sostenendo il volo. Il mio gregario, forse a causa dell'inesperienza, forse prevalso dal panico di quei tesi momenti, pose il proprio destriero in un assetto inusuale e si ritrovò l'austriaco perfettamente in coda. Invano tentò di far volgere a proprio favore gli eventi. Dal canto mio, stavo mettendo in difficoltà il mio avversario ma non ebbi la fortuna di concludere prima che il mio gregario fosse colpito: vidi, con mio grande dispiacere, il suo aereo perdere paurosamente quota all'interno di una nube nera. Mi ritrovai così in svantaggio numerico. Ogni qual volta riuscivo a mettere sotto tiro il mio avversario, mi ritrovavo in coda l’altro velivolo e dovevo disimpegnarmi. Cercai dunque di approfittare dei vantaggi della mia macchina e giocai di astuzia. Nelle quote più alte il nemico faticava in manovrabilità e perdeva molta più velocità rispetto a me. Così riuscii ad avere nuovamente a tiro uno dei due, ma con qualche secondo in più per poter provare una raffica senza rischiare di essere colpito dall’altro in coda. Cabrai velocemente e feci partire 12 colpi, che colpirono l’abitacolo, uccidendo sul colpo il pilota nemico. Me ne dispiacque molto. Il mio obiettivo era ed è sempre stato l’aeroplano, non la vita del pilota, ma purtroppo nella concitazione del combattimento non sempre è stato possibile danneggiare solo il velivolo. Mentre il nemico precipitava, l’altro faceva partire contro di me una disperata raffica, che passò ad una decina di metri dal mio aeroplano. Fortunatamente non commisi l’errore che comunemente commettono tutti i piloti, cioè quello di restare a guardare l’aereo abbattuto precipitare, invece di disimpegnarsi velocemente. Così il nemico sfilò alla mia destra, picchiando verso terra e facilitandomi la successiva mossa vincente. Virai stretto a destra, misi il velivolo a coltello ed individuai il punto in cui, tra pochi attimi, si sarebbe trovato l’avversario, e feci partire una raffica di mitraglia. Il nemico fu colpito al motore e dal suo aeroplano si sprigionò una densa nube bianca, causata dall’olio in fiamme. Cercai allora il mio gregario, sperando fosse riuscito ad effettuare un atterraggio di emergenza, ma dovetti mettermi l’anima in pace quando vidi i resti in fiamme di un HD1 dispersi lungo il ciglio di una strada. Il nemico, invece, riuscì ad atterrare, e seppur distrusse il suo velivolo, ne uscì ferito ma vivo.

Accarezzo i comandi del mio HD1 e ritornò alla realtà. È il momento di riprendere quota per concludere quest’ultima missione. Appunto su un taccuino, poggiato sopra la mia coscia, ciò che osservo. Dopo un paio di giri di ricognizione posso serenamente affermare che il campo di battaglia è libero e che solo il nostro tricolore sventola su queste terre.
Decido di compiere un ultimo gesto, prima di mettere fine definitivamente a questa sortita e a questa guerra, volgendo la prua verso il Piave, per sorvolare il nostro fiume e per dirigere sopra il Montello, a Nervesa della Battaglia, dove cadde in volo il nostro Asso Francesco Baracca.

Appare già all’orizzonte il campo di volo di Istrana, dove ha sede la mia Squadriglia, ed un ultimo ricordo si fa strada nella mia mente prima dell’atterraggio. Il ricordo della battaglia di Istrana dello scorso 26 dicembre, quando mi ritrovai a combattere in una bolgia di oltre 50 velivoli, tra nostri HD1, bombardieri e caccia tedeschi, in offensiva sul nostro campo di volo. Un inferno dal quale, almeno in volo, ne uscimmo vincitori. I tedeschi riuscirono, con le loro bombe, a distruggere un hangar e nove HD 1 a terra, mentre in volo nessuno dei nostri caccia venne abbattuto. Al contrario, furono abbattuti 11 aerei nemici.

Ma eccomi scendere lungo il campo di volo, prossimo a toccare terra. Le ruote del mio amico firmano la chiusura delle ostilità da parte della mia Squadriglia, che in folla mi aspetta vicino all’Hangar. Un soldato accorre al mio velivolo, e gridando per prevalere sul rombo del mio motore, mi chiede felice se ora è davvero finita. Lo guardo, sorrido ed annuisco.
Chiudo il motore, tolgo il mio foulard e gli occhiali, tirando un grosso sospiro di sollievo. Sento la Squadriglia esultare in lontananza con incontenibile felicità. Io però non scendo. Resto ancora qui con te, amico mio. Guardo la tua elica che lentamente perde giri, che si avvicina a fermarsi completamente. Ho come il presentimento che non si avvierà più. Che tu, caro HD1, non volerai più. Che ora che non servi più tutti si dimenticheranno di te. Spero non accada anche con i combattenti. Spero non accada anche con gli obiettivi per i quali essi hanno rischiato e dato la vita. Spero, ma non so perché, ho come l’impressione che non sarà così.
Metto nuovamente il foulard al collo e riavvio il motore. L’elica riprende a girare attraendo l’attenzione di tutta la Squadriglia. Accarezzo i comandi e ti porto in volo: tu meriti di volare ancora, amico mio, ed io ti sono debitore.”

Alea iacta est: il dado è tratto

Purtroppo i presentimenti negativi del nostro “Milite Ignoto” si riveleranno veri. L’aviazione sarà abbandonata stupidamente a se stessa, credendo che non servirà più. I combattenti, invece, saranno traditi due volte. Saranno dimenticati e poi sbeffeggiati nella Conferenza di pace di Parigi.
L’Italia, infatti, non sarà in grado di far rispettare appieno il Patto di Londra con il quale entrò in guerra affianco dell’intesa e che prevedeva, in caso di vittoria, che andassero al nostro Paese le terre del Sud Tirolo, il Trentino, Gorizia, Gradisca, il territorio di Trieste, l'intera penisola istriana fino al Golfo del Quarnaro con le isole di Cherso e Lussino, le isole della Dalmazia e le città di Zara, Sebenico e Trau; la città di Valona e l'isola di Saseno, la sovranità sul Dodecanneso ed infine il riconoscimento di zone d'influenza in Turchia e della sovranità dei territori dell’Africa occupati dell’Italia. Di tutte queste belle promesse, alla cui realizzazione si oppose principalmente il presidente statunitense Wilson, si concretizzò solo l’annessione del Trentino, dell'Alto Adige, della conca di Ampezzo, della conca di Tarvisio, della sella di Dobbiaco, e la Pontebba austriaca.
Ma non vennero annesse le aree della Dalmazia e dell’Istria, Fiume compresa, che rappresentavano una delle ragioni più convincenti che avevano fatto entrare l'Italia nella prima guerra mondiale. Infine chi, come D’Annunzio ed i suoi arditi (foto), proverà a tenere alto l’onore della propria Patria, occupando Fiume, sarà preso a cannonate dalle navi del proprio Paese.

Cambiano le epoche, gli eventi storici, le modalità attraverso le quali essi si manifestano. Cambiano anche i personaggi e le loro azioni, ma alcune cose restano tristemente uguali. Meditate...

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