Le navi da battaglia classe Yamato

(di Mario Veronesi)
21/03/17

Le grandi navi da battaglia Yamato e Musashi furono le più famose e impegnative costruzioni della Marina imperiale giapponese. Navi impressionanti per la loro mole e per l’insieme delle caratteristiche, ma che comunque rimasero l’esempio di inutilità bellica nella moderna guerra navale. L’unico fattore che fu messo alla prova fu la loro robustezza e la loro eccezionale protezione, che resistettero agli effetti di numerose bombe e siluri. Però alla fine raggiunsero anch’esse il fondo del mare, senza aver avuto la possibilità di dimostrare quanto valessero in uno scontro che le moderne operazioni navali assai improbabilmente avrebbero loro concesso.

Il patrimonio tecnico che gli enti tecnici della Marina imperiale avevano accumulato negli anni appena terminato il primo conflitto mondiale, frutto di studi e di scambi tecnici con le potenze navali occidentali, permise la costruzione delle grandi corazzate della classe Tosa e degli incrociatori da battaglia della classe Amagi. Nel primo trentennio del secolo scorso, quando fu evidente che gli accordi internazionali sulla limitazione degli armamenti non avrebbero approdato a nulla, il Giappone nel 1934 iniziò la progettazione di nuove unità da battaglia svincolati dalle limitazioni imposte dai trattati, furono preparati diversi progetti, alcuni completi altri solo abbozzati, tutti però basati su un armamento principale di calibro superiore ai 406 mm (457 o 460 mm), su velocità varianti tra i 21 e i 35 nodi. Denunciati i trattati di Washington e di Londra, l’impero del Sol Levante effettuò il potenziamento della flotta. Lo sviluppo della Yamato giunse al termine di un lungo processo di revisione dei piani di sviluppo della Marina imperiale giapponese, nell’ottica di adeguare le sue unità navali nel contesto di grande potenza economica e commerciale, quale già il Giappone si apprestava a divenire in quegli anni. Lo stato maggiore della Marina imperiale dovette quindi effettuare una scelta sul nuovo tipo di nave da battaglia.

Yamato

Nel marzo 1937, dopo una lunga sperimentazione su modelli in scala condotta nella vasca del Centro per le Ricerche Tecniche Navali di Tokio, venne elaborato il progetto definitivo che prevedeva una nave da 68.000 tonnellate, lunga fino a 260 metri, con apparato motore di tipo classico capace di una velocità di 26 nodi e con un sistema di protezione senza uguali al mondo. La Yamato fu impostata presso l’arsenale di Kure il 4 novembre 1937, varata l’8 agosto 1940, entrò in servizio il 16 dicembre 1941 (nove giorni dopo l’attacco a Pearl Harbor). Era nelle intenzioni della Marina imperiale giapponese costruire quattro navi di questa classe, ma nel 1942 fu deciso che la Shinano, terza unità impostata nel 1940, fosse trasformata in portaerei (questo mentre era ancora sullo scafo); silurata dal sommergibile americano Archerfish, affondò nel 1944. La quarta unità fu impostata nell’arsenale di Kure, ma la sua costruzione fu interrotta nel settembre del 1942, quando si trovava a circa il 30% dei lavori.

La costruzione di queste enormi unità impose modifiche e potenziamento delle strutture e delle attrezzature dei cantieri costruttori. Appositamente per questa nave furono costruite delle gru galleggianti della capacità di 150 e 350 tonnellate per sollevamenti pesanti e fu addirittura costruita in gran segreto una speciale nave da trasporto, ovvero il Kashino, per il trasporto dalla fabbrica ai cantieri delle enormi torri e delle artiglierie di grosso calibro da posizionare sulle corazzate. Le torri trinate da 457 mm, due a prua e una a poppa, pesavano ciascuna 2.510 tonnellate senza munizionamento. Lo sviluppo di questi nuovi cannoni venne mantenuto segreto: ufficialmente l’armamento di questa classe di navi era costituito da pezzi da 406 mm, lo stesso calibro previsto per la classe statunitense Iowa. Nei bilanci annuali della Marina imperiale giapponese gli ingenti costi di sviluppo dei nuovi cannoni vennero ripartiti su voci diverse, di modo che potessero passare inosservati ai servizi di spionaggio stranieri. Nella fase di progettazione fu previsto per le Yamato un apparato motore misto, 2 gruppi turbo riduttori da 75.000 HP ciascuno e 2 gruppi di motori diesel a doppio effetto da 60.000 HP, soluzione che avrebbe consentito un buon risparmio di combustibile ed un’autonomia maggiore. Ma i deludenti risultati dei propulsori diesel istallati a bordo della nave appoggio sommergibili Taigei, indussero i progettisti a preferire un apparato di tipo più tradizionale su 12 caldaie e 4 gruppi turbo riduttori. La velocità massima di 27 nodi e la potenza di 150.000 HP, furono giudicati più che sufficienti per le necessità operative. Alle prove la Yamato raggiunse i 27,7 nodi con 158.000 HP di potenza. Potente e moderno era l’armamento in ogni sua componente. Prese parte alla battaglia delle Midway (giugno 1942), senza tuttavia riuscire ad arrivare a distanza utile per poter ingaggiare le portaerei americane. Nel corso del 1943, la Yamato tornò nel cantiere di Kure dove la sua dotazione di artiglieria antiaerea venne notevolmente potenziata. Verso la metà del 1943 fece ritorno a Truk, assieme alla gemella Musashi, per proteggere le isole Marshall e le isole Gilbert, senza però mai giungere a contatto con le forze americane.

Dal 12 febbraio 1942 all’11 febbraio 1943, la Yamato fu la nave ammiraglia dell’ammiraglio Isoroku Yamamoto (1884-1943), avvicendata poi dalla Musashi (nella foto visibili entrambe). Il 24 dicembre 1943 venne gravemente danneggiato da un siluro del sommergibile USS Skate ed i lavori di ripristino furono conclusi solo nell’aprile 1944. Tornato in servizio attivo, prese parte alla battaglia del Mare delle Filippine (19-21 giugno 1944) e a quella a largo di Samaer, parte della più vasta del Golfo di Leyte (23-26 ottobre 1944) generalmente considerata la più grande battaglia navale della seconda guerra mondiale; qui, per la prima volta, fece uso del suo armamento principale, sparando 104 colpi da 457 mm e, probabilmente, colpì un cacciatorpediniere ed una portaerei.

L’ultima missione dell’Yamato fu l’Operazione “Ten-Go” (l’ultima sortita della Marina imperiale giapponese), organizzata in seguito all’invasione di Okinawa (1 aprile 1945). La flotta, al comando del viceammiraglio Seiichi Ito (1890-1945), che comprendeva oltre la Yamato un incrociatore leggero e otto cacciatorpediniere, fu mandata ad attaccare la flotta americana che appoggiava lo sbarco nella parte occidentale dell’isola. Lo scopo era quello di allontanare da Okinawa le portaerei per favorire l’attacco dei kamikaze contro la flotta di invasione (circa 1.500 navi) che ne appoggiava lo sbarco. Se fosse riuscito a raggiungere Okinawa, la Yamato sarebbe dovuta andare ad arenarsi tra Hagushi e Yontan e combattere sino all’ultimo come batteria costiera, in appoggio ai difensori dell’isola. Intesa come una missione suicida, l’unità fu rifornita del carburante sufficiente per il solo viaggio di andata; comunque gli addetti al deposito di carburante di Tokiuyama, coraggiosamente, ignorarono gli ordini e fornirono molto più carburante alla squadra. La Yamato e la sua scorta lasciarono il porto di Tokuyama il pomeriggio del 6 aprile 1945. La mattina del 7 aprile la squadra fu avvistata all’uscita del Mare Interno del Giappone da due sottomarini USA e da un ricognitore della portaerei Essex. Verso mezzogiorno, una forza di quasi 400 aerei americani della Task Force 58, in ondate successive, attaccò le unità giapponesi. Alle 12:41 la Yamato fu colpita dalle prime due bombe. Colpito complessivamente da almeno 13 siluri e 10 bombe, prima che, verso le 14:20, esplodesse il deposito munizioni N.1. La nave si inclinò sul fianco sinistro ed affondò, mancavano circa 370 miglia a Okinawa. L’inabissamento fu rapido anche causa del distacco, quasi contemporaneo, delle tre torri principali, scardinate dal ponte dal loro stesso enorme peso. Nell’affondamento persero la vita circa 2.375 uomini e ci furono solo 269 sopravvissuti. Delle navi della sua scorta quattro furono affondate e cinque, gravemente danneggiate, furono costrette a rientrare in Giappone. Le perdite americane furono 10 aerei e 12 piloti. Il relitto giace a circa 300 metri di profondità ed è stato esplorato nel 1985 e nel 1999.

Musashi

Nel giugno 1937 gli ingegneri del cantiere Mitsubishi di Nagasaki ricevettero l’ordine di iniziare i preparativi per la costruzione di una nave da battaglia. Costruita sotto le più strette misure di segretezza, tra cui l’erezione di grandi schermi per nascondere la costruzione all’ambasciata statunitense situata di fronte al porto, la nave da battaglia fu impostata il primo novembre 1940 e trascorse quasi diciotto mesi in allestimento. La data del varo fu rivista varie volte per consentire le modifiche richieste dalla Marina, incluse una corazzatura maggiore sulle torrette da 155 mm e l’installazione di sistemi di comunicazioni aggiuntivi. Varato il 5 agosto 1942, la Musashi si diresse all’arcipelago di Truk, dove divenne la nave ammiraglia dell’ammiraglio Isoroku Yamamoto. Dopo la sua morte, avvenuta il 18 aprile 1943, la Musashi trasportò in Giappone le sue ceneri. Fece ritorno a Truk il 5 agosto 1943 e vi rimase fino al 10 febbraio 1944. Il 29 marzo 1944 fu colpita da un siluro dell’USS Tunny e dovette ritornare in Giappone per delle riparazioni e delle modifiche al suo armamento antiaereo. Durante la battaglia del golfo di Leyte, assieme alla Yamato, fece parte della forza centrale del vice ammiraglio Takeo Kurita (1889-1977). In questa battaglia, il 24 ottobre 1944, venne attaccata nel mare di Sibuyan da aerei delle navi americane: il primo contatto con gli aerei nemici avvenne alle 10:27 quando otto bombardieri SB2C Helldiver, provenienti dall’USS Intrepid, attaccarono la nave con bombe da 227 kg. Ondata dopo ondata gli attacchi provenienti dalle portaerei USS Intrepid, Essex e Lexington, navi che risultarono vincenti nella guerra del Pacifico, centrarono la nave con 17 bombe e 20 siluri. La Musashi si rovesciò a babordo e affondò alle 19:25 del 24 ottobre, portando con sé più di 1.000 dei suoi 2.399 membri dell’equipaggio; 1.376 uomini vennero soccorsi dai cacciatorpediniere Kiyoshimo e Shimakaze.

Terminava così, quasi senza combattere, la storia di queste grandi navi, volute nell'ottica di una politica navale che si basava ancora sui principi dei primi del Novecento. La guerra del Pacifico dimostrò che sui grandi spazi, e senza poter contare su basi navali, l'arma vincente fu la portaerei e la sua forza aerea imbarcata.

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