La Marina e l’8 settembre 1943 - Un filo blu invisibile e decisivo

(di Ufficio Storico MM)
08/09/16

Parlare della difesa di Roma tra la sera dell'8 settembre 1943, un quarto d'ora dopo l'annuncio dell'armistizio italiano diffuso alla radio, e il pomeriggio del 10, quando entrò in vigore la tregua locale con i tedeschi, significa entrare in un campo minato.

Due generazioni di storici ed una Commissione Speciale d'Inchiesta, istituita nel 1944 e protrattasi per 5 anni, non ne sono venuti a capo.

In questa sede, pertanto, non è il caso di tranciare giudizi, inevitabilmente parziali.

Il compito dell'Ufficio Storico della Marina Militare, casomai, può essere quello di far notare un aspetto decisivo e assolutamente ignorato nelle ricostruzioni correnti di quelle vicende, svolto dalla Marina.

Le corazzate o i cacciatorpediniere non combatterono, certamente, contro i paracadutisti epanzergranadieren tedeschi sulle colline o lungo le strade di accesso a Roma.

Non era il loro compito, ovviamente.

Ma l'invisibile filo attraverso l'etere che tenne collegati, in ogni momento, il re e il ministro e capo di stato maggiore della Marina, ammiraglio Raffaele de Courten (foto), era di colore blu e fu giudicato da tutti indispensabile sin dal primo momento di quella tragedia.

Le comunicazioni assicurate dai centri della Marina di Santa Rosa e del ministero sul Lungotevere furono dati per scontati da tutti.

Le notizie pervenute la notte tra l'8 e il 9 settembre, di scontri e rese ai tedeschi, erano comprensibili ma nessuno dubitò mai, neppure per un istante, in merito all'obbedienza e all'efficienza della Marina.

Si trattò di un fenomeno tanto più ragguardevole in quanto, per esempio, il celebre storico e giornalista Giorgio Bocca scrisse, nel suo "Storia dell'Italia partigiana", che non un solo plotone dell'Esercito passò compatto alla macchia, senza essere mai smentito.

Per la Marina questo problema non si pose.

Sotto la direzione del sottocapo di stato maggiore, ammiraglio Luigi Sansonetti, lo stato maggiore, Supermarina, le comunicazioni, i servizi e il ministero tutto continuarono a funzionare regolarmente durante quella notte terribile, come pure il 9 e il 10.

Erano formati da italiani come gli altri, quindi anche tra loro, come si sarebbe visto in seguito, albergavano le passioni e i sentimenti di quella crisi senza precedenti che tormentavano tutti.

Ma gli ordini erano di trasmettere, comunicare, informare, riferire e agire e il dovere e l'obbedienza prevalsero, come sempre, su tutto.

Il pomeriggio del 10 settembre i tedeschi entrarono in Roma, occupando la sede del Comando Supremo, i dicasteri e la Banca d'Italia, ma girarono ben al largo dal ministero Marina, protetto da mitragliere da 20 mm poste tra via Azuni e le spallette dei ponti, come ricordò e testimoniò con precise parole Aldo Fraccaroli, tenente di commissariato e, in seguito, padre dei moderni storici navali italiani.

Le comunicazioni furono assicurate anche allora, impiegando radio da campo della Marina piazzate nel cortile interno di Palazzo. L'ordine del re, mediante il quale Vittorio Emanuele III conferì al maresciallo Caviglia i pieni poteri, passò dalle mani del capitano di corvetta Marcantonio Bragadin, che ne diede precisa testimonianza apponendo il regolamentare numero di protocollo e assicurando così il passaggio dei poteri.

Alle 17 e 17 di quello stesso giorno l'ammiraglio de Courten comunicò che assumeva da Brindisi la direzione delle operazioni della Marina e in pratica dello Stato.

Il "filo blu" non si era mai spezzato.

Il 14 settembre una missione anglo-americana si recò a Brindisi. C'era chi proponeva di considerare sciolto tout-court l'Esecutivo italiano e affidare il Paese, il lavoro, la sorte e il risparmio dei suoi cittadini al governo militare alleato "AMGOT"; trovò il re, la guardia assicurata dagli allievi del corso Vedette, giunti col Colombo e il Vespucci (foto sotto), e il centro RT della Marina in regolare collegamento radiotelegrafico con tutte le località che resistevano ai tedeschi: dalla Corsica all'Elba fino a Cefalonia e Lero.

La Marina, come sempre, era in testa senza chiedere, vantare, o esigere nulla.

Faceva il suo dovere, come in passato, ora e sempre.

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