La brigata “Sassari” tra storia, leggende e aneddotica

(di Nicolò Manca)
31/12/20

Nel consueto malinconico riordino della corrispondenza dell'anno appena trascorso, lo sguardo è caduto sul fascicolo “Narrativa della brigata Sassari”, edito nel giugno scorso dall'amico Carlo Delfino.

I cenni storici sulla Sassari si intrecciano con le leggende, come la vulgata popolare che attribuisce a quattro improbabili “grandi vittorie riportate dai Sardi sugli Arabi” i quattro mori che figurano nello stemma della Brigata. In realtà i quattro mori bendati nascono da altrettante vittorie degli aragonesi di Pietro 1° sugli arabi, risalenti al 1096 in terra di Spagna, ad Alcoraz. C'è da chiedersi, visto che questo simbolo è un retaggio di quattro secoli di dominazione spagnola, cosa aspetti l'autorità sarda che ne ha la facoltà a sostituirlo con quattro nuraghi o altri simboli che non enfatizzino un periodo storico di cui i sardi non hanno ragione di inorgoglirsi. Analogamente occorrerebbe sfatare la fantasia che vorrebbe la Sassari costituita a seguito di una rissa in quel di Genova tra alcuni soldati sardi e un gruppo di giovani del posto. È stato invece motivo di soddisfazione leggere nella pagina dedicata all'inno della brigata la notazione “testo e musica del col. Luciano Sechi”, precisazione troppe volte omessa o mutilata.

Nella scarna storia recente della brigata avrebbe meritato un cenno, non foss'altro che per mantenere alta la guardia di fronte a nuovi tentativi, la decisione di sciogliere la Sassari (ad appena sei anni dalla sua ricostituzione) adottata dallo SME nell'estate del '94, progetto che sarebbe andato a compimento se... se al posto dell'insubordinato nipote di Giovanni Loddo ci fosse stato un suo più disciplinato pari grado. Nel qual caso la Sassari sarebbe scomparsa nelle pieghe della storia. Come invece andarono le cose è testimoniato da alcune immagini riportate nel calendario della brigata del 1995. Sono immagini di un certo interesse per le migliaia di sardi che oggi prestano servizio nella Sassari anziché in altre unità stanziate nella Penisola.

In una fotografia datata 27 maggio 1994 sono ritratti infatti un Gianfranco Fini (nella versione pre-vicissitudini giudiziarie) ed il sottoscritto (in veste di cicerone) nel corso di una visita dell'onorevole al museo della brigata. In un'altra, datata 7 giugno 1994, è immortalato il ministro della Difesa Cesare Previti nel circolo ufficiali del 152° reggimento. Sono foto emblematiche dell'epilogo della vicenda iniziata due mesi prima con una direttiva a firma del comandante della Regione Sardegna, il generale Duilio Mambrini, che precisava le modalità e i tempi per lo scioglimento della Sassari, di cui sarebbero sopravvissute solo due pedine da passare alle dirette dipendenze una del Comando Regione e l'altra della “Granatieri di Sardegna”.

La lettera, che faceva riferimento a decisioni già prese ed a iter già avviati, concludeva raccomandando di “non combattere inutili battaglie di retroguardia tese a ritardare o contrastare l'attuazione del provvedimento”. In margine a quel foglio annotai “Nei giorni di Caporetto l'allora maggiore Musinu, comandante del II° battaglione del 152°, ci insegnò che sono proprio le battaglie di retroguardia quelle che diventano vitali quando i più rinunciano a combattere”. Oltretutto ordinarmi di essere il liquidatore della Sassari era un gesto di grossolana insensibilità e quasi offensivo nei confronti di un ufficiale sardo il cui nonno materno, il sopracitato Giovanni Loddo, arruolato dopo la disfatta di Caporetto nonostante fosse già padre di famiglia, cadde sul Piave nel '18, due anni dopo il sacrificio del più giovane fratello Francesco, caduto a Monte Zebio nello stesso giorno in cui cadde il comandante della brigata Eugenio Di Maria. Era il 27 di giugno del 1916.

Dissi al comandante della Regione che nell'ipotesi di scioglimento della brigata pretendevo di essere preventivamente sostituito nel comando. Poiché non ebbi alcuna risposta presi atto del fatto che da me si voleva la guerra, di retroguardia o meno che fosse, e guerra fu. E poiché il tempo stringeva la intrapresi alleandomi subito col sindaco di Sassari, Nanni Campus, che altrettanto tempestivamente trascinò a Sassari Gianfranco Fini, suo compagno di partito, il quale a sua volta nel giro di pochi giorni portò in Sardegna l'allora ministro della Difesa Cesare Previti.

Anni dopo avrei riportato nel libro “Da Calamosca a Calamosca - Alla ricerca di un esercito” i dettagli e l'epilogo della vicenda, inclusa la minaccia (scherzosa ma non troppo: “Manca, con te facciamo i conti dopo!”) che il capo di SME Incisa di Camerana mi indirizzò nel circolo ufficiali del 152°, quando fu chiaro che ero l'insubordinato responsabile del contr’ordine impartitogli poco prima dal ministro: “Generale, teniamo la Sassari e chiudiamo un'altra brigata”, e la mannaia calò sulla brigata “Cremona”, quella di cui Incisa di Camerana era stato comandante … ed io vice-comandante! Con queste reminiscenze non intendo emulare Erasmo da Rotterdam intessendo un elogio della disobbedienza ma certo è che se al mio posto ci fosse stato un comandante più rispettoso della disciplina militare, della brigata Sassari sarebbe rimasta solo la storia e qualche leggenda ... e l'inno Dimonios non sarebbe mai nato.

Anche la nascita di Dimonios meriterebbe di entrare, sotto forma di aneddoto, nella storia recente della brigata. A tale scopo sarebbe significativo citare la ricostruzione, anche questa scherzosa ma non troppo, che ne ha fatto lo stesso autore nel suo “Damnatio memoriae - Genesi, vita, vicissitudini e dolori di un inno”, dato alle stampe anche questo nell'anno appena trascorso. Merita riportarne alcuni passaggi:

Ricordo come se fosse ieri quella mattina di fine settembre del 1994 nel cortile della caserma “Bechi-Luserna” a Macomer, sede del 45° reggimento “Reggio”. ...Arrivava in visita, la sua prima visita al reparto, il gen. Nicolò Manca da Ortueri c.te della brigata Sassari anzi ...primo c.te sardo della “Sassari”... Ultimati i saluti e le formalità, sempre nel cortile mi disse “Lo sai che la brigata non ha un inno?” Risposi “Sì... sig. generale” e dentro di me pensai “Ma che c'entro io”. Lui continuò: “Mi aspetto da te un'idea... una composizione... qualcosa... e in fretta”. Questo approccio alla bersagliera mi lasciò di stucco. Non sapevo minimamente che il gen. si stava già muovendo chiedendo ai reparti se vi fosse qualcuno in grado di esprimere musicalmente qualcosa... Inventare un inno per la brigata “Sassari”, un'impresa che avrebbe fatto tremare i polsi anche ad un musicista vero... Per un paio di giorni non pensai più a quella richiesta, tanto che pensai che ormai per il gen. fosse una cosa già passata di mente. Erano trascorsi non più di sette giorni e squilla il telefono. Rispondo con un “Pronto”. Dall'altro capo solo una parola... per me terrificante: ”Manca”, così si presentava...” E allora... stai lavorando?” In un attimo ricordai tutto... non si era dimenticato! Farfugliai qualcosa. “Ti aspetto a Sassari tra una settimana... così mi fai sentire cosa hai fatto” Non sapevo come uscirne... Con due versi e il ritmo nella mente mi presentai al gen. Manca. Era un pomeriggio. Lesse le parole... sentì il ritmo e mi disse “Lo sai che mi piace?” Tirai un sospiro di sollievo... Dopo una settimana ritornai, lo ricordo come se fosse ieri. Nel cortile dove si svolgeva l'alza bandiera oltre al gen. Manca trovai Andrea Alciator e la sua compagnia... tutti pronti per intonare per la prima volta Dimonios... Il gen. Manca fa stampare dalla tipografia Chiarella di Sassari un pieghevole che riporta sia il testo (due strofe) che lo spartito.

Poiché le due strofe si rivelarono di ridotto respiro storico e non facevano riferimento alla Sassari dalla Seconda Guerra Mondiale fino ai giorni nostri, in tempi successivi sollecitai Luciano Sechi a completare l'opera, cosa che lui fece nel 1996 componendo la terza e la quarta strofa.

Scorrendo il fascicolo colpisce il lungo elenco di quanti hanno dedicato attenzione, scritti ed energie alla Sassari: trenta nomi tra i quali figura Antonio Pinna, che tuttavia avrebbe meritato una sottolineatura a sé, perché tra i trenta nomi è colui che in concreto ha “prodotto” e continua a produrre di più, in quanto artefice di realizzazioni quali la creazione del museo della brigata a Sassari (ed altri musei gemelli), il recupero nel 1995 del “Monumento alla brigata Sassari” di Baddimanna, inaugurato dal presidente Pertini il 1 giugno 1982 e poi lasciato in condizioni di degrado (degrado in cui, ahimè, è ripiombato negli anni del nuovo millennio). Antonio Pinna ancora oggi è il deus ex machina, col supporto dell'ingegner Antonio Quartu, di Armungia come Emilio Lussu, del recupero dei trinceramenti della Sassari sull'Altopiano di Asiago e dei due cimiteri di guerra della Sassari su a Monte Zebio. Per questo suo impegno Antonio Pinna è stimato a furor di popolo dalla gente dell'Altopiano, che da anni lo considera il più solido anello di collegamento tra Asiago e la Sassari.

Infine è sfuggito di aggiungere ai trenta nomi citati quello di Paolo Vacca, giornalista dell'ANSA considerato da sempre in servizio permanente effettivo alla Sassari. Paolo Vacca infatti, oltre ad aver scritto insieme a Francesco Fatutta il libro “La guerra dimenticata della brigata Sassari”, ha realizzato e cura come direttore responsabile il giornale online “Con la brigata Sassari”. Giusto e doveroso che si renda merito a questo appassionato sostenitore della brigata.

In questo problematico fine-anno 2020, giunga un augurio di tempi migliori a tutti i Sassarini dal comandante all'ultimo arrivato... e lunga vita alla Sassari!

Foto: Esercito Italiano / autore

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