1915-1918, ambulanze ed ospedali sull'acqua

(di Mario Veronesi)
04/09/19

Alla fine dell'ottocento, alla Croce Rossa Italiana non sfuggi l’occasione di allestire, come avveniva per i treni ospedale, dei natanti da utilizzarsi nelle attività di soccorso ed assistenza alle popolazioni colpite da calamità. Infatti, gran parte del materiale utilizzabile per l’allestimento dei treni ospedale lo era anche per l’allestimento delle ambulanze fluviali. Nel 1891 vennero predisposti le attrezzature e gli arredi per allestire il primo Convoglio Ambulanza Fluviale della Croce Rossa Italiana, la "Brunetta d’Ussaux", che potremmo anche definirla “lacuale” visto che operò sul Lago Maggiore, con base a Verbania. Concepita e progettata dal Conte Eugenio Brunetta d’Usseaux (1857-1919), personaggio dai molteplici interessi, ma sicuramente va ricordato per essere stato il primo (ed unico) italiano a ricoprire la carica di segretario generale del Comitato Olimpico Internazionale. Lo studio, compresi i piani costruttivi delle barche, venne raccolto in una pubblicazione che gli fruttò un (Grand prix d’honneur) all’Esposizione Universale di Parigi del 1900. La prima edizione venne pubblicata col titolo: "Progetto di Convogli Ospedali Fluviali", compilato in base al regolamento dell'Associazione Italiana della Croce Rossa, per il trasporto in tempo di guerra dei feriti e malati sui treni ospedali.

Questi convogli di ambulanze fluviali, composti da nove barconi ricovero e tre barche di scorta, erano stati progettati per trasportare fino a 300 soldati e 25 ufficiali (oltre ad 80 persone di servizio). Al progetto, secondo il d’Usseaux, avrebbero dovuto prestare la loro opera anche le Società Canottieri, con i loro uomini e le loro darsene di servizio nelle rispettive zone, oltre ai loro locali come punti d’approvvigionamento, d’imbarco e sbarco, per il servizio di porta ordini, approvvigionamento viveri, ordini ai sindaci, servizio di corrispondenza ai malati, comunicazione con i delegati d’armata e con le autorità militari e civili.

Nel 1894 venne predisposto il materiale per allestire un altra ambulanza fluviale, la "Lario", destinata ad operare sul lago di Como. Per questo viaggio inaugurale furono utilizzati due "comballi", (grandi imbarcazioni a vela e a remi tipiche del lago di Como, che da XIII a tutta la metà del XX secolo furono il principale mezzo di trasporto lacuale di merci pesanti), coperti con assicelle di legno bianco, uno per uso infermeria, l'altro per cucina, sala da pranzo, cambusa. In realtà l'ambulanza completa sarebbe stata composta da 10 "comballi", capaci di contenere 214 feriti e 53 addetti. Queste due ambulanze fluviali avrebbero reso possibile il trasporto, in caso di guerra di un gran numero di feriti ed ammalati, in una vasta zona dell'Italia del nord, dai laghi prealpini all'Adriatico, percorsa da fiumi e canali navigabili. In base ad un apposito accordo con statuto e regolamento, i soci delle canottieri e vogatori, si impegnavano a custodire i barconi e a guidarli in caso di mobilitazione. Tutto quello che consisteva nell'allestimento, rimaneva in custodia nelle sedi e nei magazzini della CRI, comprese le assicelle bianche per la copertura. Queste ambulanze erano l’equivalente navigante di un treno ospedale, o di un ospedale da campo.

Nel 1897 la contessa, Eugenia Litta Bolognini Attendolo Sforza (1837-1914) insieme alla Croce Rossa di Milano ed al presidente dell'ospedale Maggiore, il conte Emilio Borromeo, finanziò e varò quattro natanti, destinati a funzionare da ospedale da campo galleggiante. Il costo complessivo fu di oltre 60.000 mila lire, e l'ambulanza venne iscritta tra le unità ospedaliere sotto la denominazione di "Alfonso Litta". Che volle così ricordare il figlio Alfonso Litta (1870-1891), avuto da Umberto I di Savoia (1844-1900), deceduto mentre prestava il servizio militare. Si trattava di un convoglio collegato di quattro natanti, perfettamente attrezzato come ospedale mobile. Lo scopo dell'ambulanza fluviale era quello di portare assistenza ai paesi situati lungo le rive del Po e dei suoi affluenti, privi di assistenza ospedaliera sul posto, e mal collegati sia sotto il profilo stradale che ferroviario. Secondo il progetto, i convogli composti da più barconi di differente tipologia, avrebbero trasportato più di trecento persone tra feriti e personale di servizio, essendo dotate di sale chirurgiche, ambulatori per le medicazioni, magazzini, uffici, ed alloggiamenti. L'ospedale galleggiante fu inaugurato il 22 giugno 1898, alla darsena milanese. Partì il successivo 30 per il suo primo viaggio, per raggiungere Chioggia e il 10 luglio Venezia, ovunque accolto dalla gente con grandi feste. La "Litta" era composta inizialmente da quattro chiatte a fondo piatto, lunghe 14 metri e larghe quattro, di quelle che servivano normalmente per il trasporto di merci su tutto il bacino del Po. Di cui una destinata al personale direttivo, alla farmacia, alla camera di medicazione ed alla cucina e le altre tre ad infermerie con 46 barelle e 10 posti a sedere ciascuno. L’assistenza tecnica, a terra ed a bordo era assicurata, inizialmente, dai soci delle società sportive di canottaggio. In seguito la Croce Rossa Italiana venne autorizzata ad arruolare nel proprio personale anche riservisti in congedo del Corpo Equipaggi della Regia Marina e quelli del Regio Esercito appartenenti alla specialità del genio Pontieri.

Il 26 settembre 1915, tutte le imbarcazioni passarono alla Sanità Militare. Con l’entrata in guerra, la Croce Rossa Italiana militarizzò immediatamente il suo personale, forte di 9.500 infermieri e 1.200 dottori, con 209 apparati logistici propri tra Ospedali Territoriali, attendamenti, autoambulanze e treni ospedali. Nel 1916 i medici militari in zona di Guerra erano 8.000 (più altri 6.000 che operavano in retrovia) e nel 1918 diventarono complessivamente 18.000.

Le direttive generali riguardanti i servizi logistici furono impartite dall'ufficio del Capo di Stato Maggiore della Marina, tra le autorità interessate ci fu anche l'Ispettorato della Sanità, che rispondeva all'Ufficio logistico di Ravenna-Porto Corsini. Creato inizalmente come ente autonomo, ma successivamente posto alle dipendenze del Comando Marina del Brenta con sede a Ferrara. Oltre all'approntamento delle strutture atte a ricevere tutto quanto fosse trasferito da Venezia, l'ufficio doveva garantire l'amministrazione e l'accasermamento del personale civile e militare della nuova struttura. In brevissimo tempo furono realizzati una caserma, dei magazzini per i viveri, per il vestiario e per il materiale sanitario, depositi per armamenti e costruzioni navali, magazzini per materiale aeronautico e semaforico.

Sui barconi-ambulanza, era vietato mettere qualsiasi segnale eccetto lo stemma della Croce Rossa, prescritto dalla Convenzione di Ginevra, dipinto sopra una lastra metallica e fissato alle paratie e sulla copertura della barca. Avvenne anche, la mobilatazione dell’ambulanza lagunare "Città di Venezia", istituita dal Comitato Regionale CRI di Venezia dopo aver preso accordi con il Comando in Capo della Piazza Marittima del capoluogo veneto. Questa unità costituita da un convoglio di 3 peote, (grosse barche a remi da trasporto, con fondo piatto, con prua alta e rotonda in uso nella laguna veneta), ognuna dotata di diciotto barelle e trainata da uno o più motoscafi trasportava, oltre ai 54 barellati, fino ad un massimo di 200 infermi seduti o in piedi. In laguna, a questa unità si affiancarono anche l’autoscafo "Regina Elena" ed alcuni battelli a vapore attrezzati.

Le ambulanze lagunari rispondevano a criteri di costituzione, gestione ed impiego analoghi a quelli delle ambulanze fluviali. Entrambe venivano, all'occorrenza allestite e gestite sempre sotto il controllo delle autorità sanitarie militari di armata o territoriali, e dalle associazioni di soccorso (Croce Rossa italiana). Dell'importanza del servizio di questa Unità, che insieme all’Autoscafo “Regina Elena” e ad alcuni battelli a vapore attrezzati, effettuarono il trasporto dei feriti e degli ammalati dai treni ai vari ospedali e viceversa, nonché il trasferimento dall'uno all'altro ospedale. Le tabelle statistiche ci dimostrano come a tutto il 1916, le ambulanze fluviali abbiano provveduto al trasporto di 23.473 uomini, di cui 4.217 in barella. Al 30 giugno 1917, erano stati trasportati 28.082 infermi, dei quali 4.465 in barella. Nel marzo 1918 le ambulanze fluviali passarono alle dipendenze della Delegazione Generale della Croce Rossa Italiana, che le assegnò alla Delegazione della 3a Armata. Al 30 giugno 1918, erano stati trasportati 48.353 infermi.

Per il servizio di sgombero della Brigata di Marina nella difesa del basso Piave (circa 8.000 uomini) fu istituita una speciale sezione di sanità con mezzi di trasporto e di ospedalizzazione adatti alla zona prevalentemente fluviale. Questa sezione, ideata dal capitano medico della Regia Marina Salotti, era composta da due vaporetti-ospedale, ricavati dalla trasformazione dei comuni vaporetti lagunari di Venezia, con a prora un reparto sistemato a cuccette smontabili (una trentina circa) e a poppa una sala operatoria. La sezione possedeva inoltre tre motoscafi ambulanza attrezzati con telai-barella per otto feriti gravi e con sedili per feriti e malati leggeri. Questi motoscafi si spinsero fino alle trincee e alle batterie sparse lungo i canali e i fiumi per raccogliere i feriti e trasportarli ai vaporetti-ospedale. Il personale sanitario addetto alla sezione era costituito da due ufficiali medici, dieci infermieri e una squadra di portaferiti.

Appena mobilitati gli ospedali di guerra dipendevano direttamente dal Presidente della CRI o dai suoi rappresentanti, ma appena giunti in zona dell'intendenza dell'esercito mobilitato, passarono sotto gli ordini diretti del delegato di Armata. Mentre quelli inviati in una circoscrizione di Dipartimento Marittimo, passavano sotto gli ordini del Delegato Generale presso la Regia Marina.

Il Direttore, provvedeva al servizio:

  • del deposito del vestiario,
  • del deposito di tutto il materiale dell'ospedale,
  • della cucina e dispensa,
  • della farmacia,
  • degli alloggi per tutto il personale, ecc.

Il prelevamento delle derrate necessarie, era fatto in massima mediante buoni a favore, o nelle sussistenze militari o delle imprese incaricate del servizio viveri per l'Esercito o la Marina previo accordi con l'Amministrazione Militare. Ma potevano anche essere acquistati da privati con pagamento diretto, esempio le spese di cucina che avvenivano anche nei centri rivieraschi del Po o dei suoi affluenti.

Questi ospedali fluviali servirono specialmente per i lunghi trasporti di feriti e malati militari da un ospedale all'altro, questo per mantenere sempre leggeri gli stabilimenti sanitari avanzati e di prevenire ogni affollamento, diradando i feriti sino ai più lontani ospedali retrostanti. Erano provvisti di tutto quello che occorre per l'assistenza, la cura ed il vitto dei feriti e malati anche per viaggi di più giorni.

Il medico aveva il dovere di:

ricevere gli ammalati e feriti che salivano a bordo per il trasporto,

sorvegliare le manovre di carico e scarico,

ordinare la separazione degli ammalati dai feriti, in modo da facilitarne il servizio clinico,

sorvegliare la consegna dei malati alla stazione di arrivo,

curare la pulizia dei natanti, l'igiene dei trasportati, e tenere il registro dei defunti.

Se durante la navigazione avvenivano decessi, i cadaveri si lasciavano al primo scalo possibile. Corredata dall'atto di morte, che veniva trasmessa insieme agli oggetti appartenenti al defunto al più vicino Comando Militare. Di regola, dopo aver compiuto il trasporto di feriti e malati, il barcone doveva essere ripulito, lavato e disinfettato. I barconi che avevano trasportato malati contagiosi o affetti da malattie diffusibili, appena sbarcati si chiudevano e venivano sigillati in attesa di una speciale disinfezione. La rete era strutturata come un sistema ferroviario su fiume, con trazioni, scali, orari sistematici di passaggio dei vari convogli trainati dai rimorchiatori. Dove non era possibile il traino, nelle reti più interne, come sul Bacchiglione o sul Sile, si ricorreva al tradizionale alaggio lungo le rive, con i cavalli del genio lagunari, che avevano una grande scuderia a Jesolo, o attraverso l’appalto a contadini che mettevano a disposizione i loro animali.

Alla metà del 1918 furono censiti: 639 burchi, (1) 149 peate (2), 65 bragozzi (3), 19 batelloni, 5 preame, 12 burchielli (3), 66 battelle (piccole barche dell'Adriatico), 5 topi (4), 58 motobarche, 31 autoscafi, 71 rimorchiatori, 59 rascone (5), 119 sandoli (barca da trasporto, con fondo piatto, tipica della laguna veneta), e 45 caorline (6). A queste vanno aggiunte le zattere assemblate sul lago di Como e fatte scendere lungo l’Adda fino al Po.

Al comando di tutto il sistema medico sanitario militare italiano, che in 41 mesi di guerra dovette gestire il trasporto, la cura e il ricovero di oltre due milioni e mezzo di feriti ed ammalati, era il ten. gen. Francesco Della Valle (1858-1937), che poteva contare su 53 sezioni di sanità, 126 ospedaletti someggiati da 50 letti, 82 ospedali da campo da 100 letti e 42 da 200, 120 autoambulanze, 108 autobus, 16 treni attrezzati.

Su tutto il territorio nazionale erano inoltre presenti 28 ospedali militari principali, due ospedali succursali, sei strutture per i convalescenti, 31 infermerie presidiarie nonché un numero imprecisato di ospedali di riserva. Complessivamente si poteva disporre di circa 24.000 posti letto per l’esercito impegnato nelle operazioni belliche, e di oltre 100.000 negli stabilimenti di riserva. Impegnati anche i soldati del Corpo della Sanità Militare e dall’apparato della Croce Rossa Italiana (personale medico) e Dame della Croce Rossa, cioè crocerossine volontarie, coadiuvato dal personale infermieristico sempre volontario, facente parte di vari comitati assistenziali, quali: i Cavalieri di Malta, quelli dell’Ordine dei SS Maurizio e Lazzaro, e i Gesuiti. Importante fu anche l’aiuto dato dagli Alleati: nel 1918 operavano nel fronte italiano centinaia di militari di Sanità britannici e statunitensi, con compiti di ambulanzieri, ma anche barrellieri e infermieri.

Jesolo, allora Cavazuccherina, con il suo Comando Fluviale era uno snodo cruciale di questo sistema, essendo posizionato nel luogo esatto in cui la navigazione lagunare s’immetteva nella Piave Vecchia e, attraverso il Canale Cavetta, si indirizzava verso la “Litoranea Veneta” un vero dedalo di strade d’acqua, comunicanti tra loro e il mare Adriatico. Dove migliaia di feriti del Carso furono sgomberati su chiatte rimorchiate da battelli che partivano da Grado e dopo una notte di viaggio raggiungevano Mestre. Grazie alla realizzazione di due conche sul Tagliamento, nel dicembre del 1915 la rete delle acque interne permetteva di raggiungere Grado collegando direttamente Milano al fronte isontino. Successivamente il servizio venne esteso alle linee del padovano e del vicentino alimentate dai fiumi Brenta e Bacchiglione e sui canali che dai laghi di Como e Maggiore portano a Milano e al Po. Venne inoltre attuato un servizio di trasporti nei laghi di Garda, Maggiore e Idro. A Cavazuccherina inoltre stazionavano pontoni armati e due Squadriglie M.A.S. al Comando dei Tenenti di Vascello Luigi Rizzo (1887-1951) e Pagano di Melito (1879-1944).

Note

1) Burchio, battello di grandi dimensioni dal fondo piatto per poter navigare agevolmente nei bassi fondali della laguna. Realizzato tradizionalmente in legno, presenta una lunghezza variabile tra i 20 e i 35 metri con un pescaggio massimo di due metri. Dotato di due alberi, uno a prua e l'altro a poppa, con velatura al terzo, manovrabile tramite un timone a barra, incenierato al centro della poppa.

2) Peata, imbarcazione da trasporto utilizzata nella laguna veneta. Di dimensioni anche considerevoli, è simile come forma alla “caorlina” ma è più squadrata e dai bordi più bassi. La capacità di carico è notevole e varia dai 100, agli oltre 800 quintali di portata. Il nome deriva forse da "pedota", ovvero "pilota".

3) Bragòzzo, imbarcazione da pesca e da carico, tipica del medio e alto Adriatico, che esercitava il cabotaggio sin nel mare Ionio. Dotata di due alberi muniti di vela al terzo.

4) Burchiello, imbarcazione fluviale utilizzata per trasporto di merci. Anticamente utilizzata dai nobili veneziani, per recarsi nei loro possedimenti di terraferma.

5) Topo, imbarcazione tipica della laguna veneta, principalmente usato come barca da trasporto merci. Usato nelle zone meno calme, dove la vicinanza del mare rendeva la navigazione più difficoltosa, per le barche a fondo piatto.

6) Rascona, detta anche “nave di Pavia”, di grandi dimensioni (la lunghezza media era di 28 metri per una larghezza di 6,5 metri), era caratterizzato da una forma a mezzaluna e fondo piatto. A seconda delle dimensioni, la portata era compresa tra le 15 e le 120 tonnellate. La propulsione era a vela al terzo, con due alberi abbattibili.

7) Caorlina, imbarcazione tipica della laguna di Venezia. Usata inizialmente per la pesca e per il trasporto anche di ingenti carichi (grazie alla sua capienza ed agilità di movimento). Le dimensioni sono 9,65 metri di lunghezza per 1,75 metri di larghezza.

Bibliografia

1) M. Scroccaro, C. Pietrobon - La sanità militare italiana nel Veneto durante la Grande guerra - Antiga edizioni, 2015

2) M. Veronesi – Sulle vie d'acqua, barche, uomini, merci, curiosità e leggende sul grande fiume – editore, Medea 2016

3) M. Veronesi – Ambulanze sull'acqua (dalle prime esperienze alla guerra 1915-1918)

4) C. Cipolla, Q. Fabbri, F. Lombardi – Storia della Croce Rossa Lombarda (1859-1914), vol II documenti - Franco Angeli editore 2014

5) Guerra Italo-austriaca, Riassunto dell’opera svolta dalla Croce Rossa Italiana in zona di guerra e in zona territoriale, relazioni inedite custodite presso l’Archivio Storico del Comitato Centrale della Croce Rossa Italiana a Roma

6) R. Cordani – I Navigli, da Milano lungo i canali – edizioni Celip, Milano 2002

Immagini

1) La foto è stata scattata nel momento in cui il barcone n. 1 della "CRI Alfonso Litta" sta passando sotto il ponte che collega la Darsena di Milano con il Naviglio Pavese. Si noti la folla di curiosi assiepata sui parapetti. (Collezione CRI Cremona)

2) Preparazione del rancio per l'equipaggio dell'ambulanza fluviale in sosta nei pressi di una chiusa sul Naviglio Pavese. Il personale della CRI indossa l'uniforme da fatica e, dato il periodo estivo, un cappello di paglia a falde larghe. I barconi agli ormeggi sono i numeri 1 e 2, riconoscibili dal numero dipinto a prua. Dal tetto della corsia del barcone n. 1 si nota il comignolo della cucina/cambusa. (Collezione CRI Cremona)

3) Ambulanza fluviale “Alfonso Litta”, sosta sul Po (Collezione CRI Cremona)

4) 1915 schema delle linee navigabili interne al Po all'Isonzo e dei canali, eseguiti dalla Regia Marina (fonte: La Marina ltaliana nella guerra 1915-1918, Lega Navale 1920)

5) 1918, Canali da Grado all'Isonzato (fonte: La Marina italiana nella guerra 1915-1918, Lega Navale 1920)

6) Prima guerra mondiale, Ambulanza Fluviale in navigazione sul Po. (fonte Wikipedia)

7) Prima guerra mondiale, Ambulanza Fluviale sul Po. (archivio G. Spazzapan)

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