Spazio, la nuova frontiera

(di Renato Scarfi)
05/03/21

I moderni sofisticati sistemi di comunicazione, di rilevamento e di controllo che si avvalgono dei satelliti sono ormai diventati così importanti da diventare parte integrante e talvolta determinante del nostro sistema di vita. Oggi siamo così abituati ad avere certe capacità che non sembriamo abbastanza consapevoli di quello che, negli ultimi 60 anni, hanno significato i progressi tecnologici connessi allo spazio, conquiste che hanno rivoluzionato il nostro modo di informarci, di comunicare, di tessere relazioni politiche con gli altri Paesi, di curare, di condurre la nostra vita di tutti i giorni.

Soprattutto, non sembriamo consapevoli che negli anni ’60 l’Italia faceva già parte a pieno titolo del gruppo dei primi nel settore dei progetti spaziali, essendo il quarto Paese al mondo (dopo USA, URSS e Canada1) e il primo in Europa ad avere autonomamente costruito, lanciato, posto in orbita e controllato un satellite completamente italiano, frutto dell’ingegno e della capacità industriale nazionale. Il San Marco 1, questo il suo nome, il 15 dicembre 1964 (foto seguente) ha infatti fatto iniziare l’avventura spaziale italiana e ha rappresentato il primo storico concreto risultato del “progetto San Marco”, cui sarebbe a breve seguita la costruzione e la messa in opera di una piattaforma italiana di lancio oceanica equatoriale, la prima a livello mondiale2. Posizionata al largo delle coste del Kenia, a una latitudine di 2°54’ sud, essa all’epoca offriva invidiabili condizioni per lo svolgimento dell’attività spaziale. Congiuntamente alla base, sulla costa furono anche costruite abitazioni e tutto il necessario per consentire ai tecnici di poter operare nelle migliori condizioni di vita. Malindi divenne così un nome conosciuto e un'altra pietra miliare nel cammino italiano verso lo spazio. Il 27 aprile 1967 da quella innovativa piattaforma prese il volo il San Marco 2, diventando il primo lancio completamente autonomo dell’Italia e dell’Europa.

Negli anni successivi, per vari motivi, il vantaggio strategico conseguito negli anni ’60 si è perduto, e altri attori si sono sovrapposti con successo nella gestione dei servizi connessi al settore e nella conseguente acquisizione dei fondi internazionali, relegando l’Italia al ruolo di contributore, competente e generoso, ma sempre un contributore netto, non un main contractor.

Gli aspetti tecnico-operativi

Prima di affrontare il discorso strategico ed economico correlato alla questione dell’utilizzazione dello spazio, è necessario effettuare un rapidissimo accenno ad alcuni fondamentali aspetti tecnico-operativi del lancio dei satelliti, generalmente da collocare su orbite geostazionarie equatoriali, in quanto in tale posizione essi riescono a “coprire” aree più vaste di quanto potrebbero fare da orbite polari. Circa l’ottanta percento del fabbisogno mondiale di servizi correlati ai satelliti è, infatti, fornito da satelliti in orbita geostazionaria equatoriale. Ciò le rende strategicamente più interessanti ed economicamente più appetibili anche sotto il profilo commerciale (televisione, comunicazioni, dati, ecc…).

Come noto, il problema principale del lancio è come raggiungere la giusta velocità per portare un dato carico sull’orbita prescelta. In tale ambito va sottolineato che quella nota come la velocità di fuga è la minima velocità da imprimere a un veicolo spaziale per sfuggire al campo gravitazionale terrestre ovvero per porsi su una determinata orbita. Ora, se prendiamo un qualsiasi punto della superficie, il razzo alla partenza possiede già una certa velocità per effetto della rotazione terrestre. Una velocità che è intuitivamente nulla ai poli e che aumenta proporzionalmente al coseno della latitudine fino a essere massima all’equatore. Di conseguenza, lanciare all’equatore risulta estremamente vantaggioso perché, se si lancia verso est, è il nostro stesso pianeta a fornirci una significativa spinta aggiuntiva gratuita, che ci permette di risparmiare carburante o di aggiungere carico pagante. Un lancio dall’equatore per un’orbita geostazionaria infatti permette, a parità di potenza impiegata, di trasportare tra il 17% e il 25% di massa in più rispetto, per esempio, a un lancio da Cape Canaveral (situato a 28°30’ di latitudine nord). Qualora si lanciasse verso ovest, invece, la rotazione terrestre frenerebbe il nostro razzo. È per questo motivo che i lanci vengono sempre effettuati verso est, in modo da usare il moto di rotazione terrestre come una fionda.

Attesa la convenienza energetica a lanciare verso est vi è poi un ulteriore problema, del quale gli organizzatori devono tener conto, ovvero la necessità che il lancio avvenga avendo spazi liberi verso oriente, per evitare la caduta su aree popolate dei serbatoi supplementari e degli stadi del vettore dopo il loro distacco, ma anche per scongiurare il pericolo di causare danni per l’eventuale caduta del vettore stesso, o di suoi rottami, nel malaugurato caso di incidente nelle prime fasi di volo.

Ricordiamo tutti le terribili immagini del 28 gennaio 1986, quando il Challenger esplose 73 secondi dopo il lancio, uccidendo i sette astronauti che si trovavano a bordo. Un bilancio di vittime che avrebbe potuto essere enormemente maggiore se a oriente del punto di lancio ci fosse stata una zona densamente popolata.

Per comprendere le distanze di sicurezza in gioco basti ricordare che, alla quota e velocità a cui normalmente avviene il distacco del primo stadio, i rottami cadono a circa 366 km dal punto di lancio mentre, per il secondo stadio, la caduta avviene a circa 1.600 km. Questo significa che la zona di sicurezza abitativa si estende per circa 2.000 km a est del punto di lancio. Ciò limita le zone “utili” a poche aree intorno al mondo. Se guardiamo una cartina geografica, notiamo subito che la ristretta fascia attorno all’equatore (dove l’”effetto fionda” è massimo), le aree “aperte” verso est e, quindi, utili al lancio sono molto più numerose sul mare che su terra.

Ma ci sono anche rilevanti aspetti giuridici di cui tener conto. L’attività di lancio da base fissa, infatti, sia che avvenga da base posta su terra che da base situata su piattaforma in mare, ma all’interno delle acque territoriali, è intuitivamente sottoposta a vincoli che si possono riassumere con la necessità di autorizzazione da parte dello Stato di giurisdizione e con l’esigenza di ripartire chiaramente le responsabilità (giuridiche ed economiche) in caso di incidente durante le varie fasi dell’attività.

In tale ambito, l’autorizzazione alla costruzione di una base di lancio fissa nell’area di giurisdizione di uno Stato non viene data per beneficienza o per spirito di squadra, ma è vincolata a un ritorno economico o politico di quello stesso Stato. Ciò aggiunge significative spese e vincoli a carico degli utilizzatori della base. Per quanto attiene alle responsabilità, la “Convenzione sulla responsabilità internazionale per i danni causati da oggetti spaziali” (entrata in vigore il 1 settembre 1972) oggi risulta inadeguata, in quanto non permette di chiarire le responsabilità tra lo Stato che lancia, lo Stato che fa lanciare o lo Stato dal cui territorio o dalle cui installazioni è lanciato un oggetto spaziale. È, quindi, chiaro come un eventuale incidente nel caso, per esempio, di vettore tedesco, lanciato da una base russa posta sul territorio (o acque territoriali) indiane, potrebbe aprire contenziosi internazionali interminabili … e costosi sulle responsabilità e i relativi indennizzi per gli eventuali danni.

Riassumendo, la migliore combinazione possibile per il lancio di oggetti spaziali è la possibilità di lanciare da una base di controllo autonoma, posta all’equatore, in acque internazionali e con un sufficiente spazio disabitato verso est.

Dall’era atomica all’era spaziale - Gli aspetti strategici

Quando si parla di spazio, satelliti artificiali e sicurezza a molti vengono in mente le immagini del famoso film “007 Una cascata di diamanti” nel quale il cattivo Blofeld, da una piattaforma in mare (fotogramma), costruiva, metteva in orbita e controllava un satellite che utilizzava innumerevoli diamanti per concentrare un raggio laser mortale sugli obiettivi desiderati e poter ricattare il mondo. Come vedremo, l’ipotesi non è poi così fantasiosa.

Anche se già da tempo aveva assunto una particolare connotazione militare correlata, in particolare, alla reciproca verifica dell’effettiva riduzione degli armamenti nucleari di Russia e Stati Uniti, prevista dai principali accordi strategici, con il tempo lo spazio ha assunto una crescente importanza e ultimamente è diventato obiettivo di una nuova corsa alla sua conquista, affiancando il militare ai settori civile e scientifico. Prima limitata agli aspetti della sorveglianza remota e della comunicazione, l’attenzione è ora catalizzata sulle potenzialità collegate alla disponibilità, in particolare, di un preciso sistema di geolocalizzazione e di efficaci strumenti remoti di scoperta e di deterrenza da posizionare in orbita.

Le stesse armi ipersoniche, che rappresentano un altro game changer (v.video) nella gara alla deterrenza, senza il sostegno dei dati trasmessi via satellite vedrebbero il loro ruolo enormemente ridimensionato. Il relativamente nuovo ambiente, di conseguenza, sta sempre più assumendo la connotazione deterrente che fu (e per molti versi continua a essere) caratteristica dell’arma atomica nel corso della Guerra Fredda.

Esiste, tuttavia, una profonda differenza concettuale. Nell’era nucleare l’arma atomica non poteva evitare di essere colpiti ma costituiva un deterrente perché era in grado di assicurare la mutua distruzione. La deterrenza nell’era spaziale sarebbe prodotta, invece, dalla capacità dei sensori dei satelliti di individuare con congruo anticipo eventuali azioni ostili, permettendo un’adeguata difesa e una sostanziale protezione da attacchi. Questo elemento è quindi destinato a contribuire in maniera significativa alla modifica degli equilibri politici mondiali, tanto più rapidamente quanto più rapido sarà il progresso tecnologico che renderà disponibili nuovi mezzi e nuovi sensori. Nel medio periodo verranno quindi prevedibilmente introdotti nuovi elementi nel sistema, di cui bisognerà tener dovuto conto. Elementi che giustificano la terminologia di “era spaziale” o di “nuova frontiera”.

La presenza di satelliti sempre più complessi e capaci di sorvegliare gli avversari, di scoprire eventuali azioni ostili con il maggiore anticipo possibile (vedi il lancio di missili ipersonici), di fornire informazioni in tempo reale agli uomini a bordo delle armi più moderne, di guidare eventuali armi unmanned, di sconvolgere le comunicazioni avversarie e di alterarne la trasmissione dati modificherà inevitabilmente la struttura, gli equilibri, le leggi e le procedure del sistema internazionale tradizionale. Una prima conseguenza sarà la divisione della comunità internazionale in due categorie: gli Stati che hanno capacità di operare nello e dallo spazio e gli Stati che ne sono privi, con i primi che avranno superiori capacità politiche, prima ancora che militari. Ciò significherà anche una rivalutazione delle alleanze, oggi in relativa crisi di identità, facendole tornare strumento tipico della politica estera.

In tale ambito, essendo quello militare uno strumento di politica estera, la sopravvivenza e l’operabilità di un sistema di combattimento o di deterrenza, compresa l’arma nucleare, dipendono dall’esistenza di adeguate infrastrutture con un’avanzata capacità di operare nello spazio. Qualunque Paese o alleanza che oggi intenda disporre di un credibile sistema di difesa, autonoma o collettiva, deve quindi poter contare su di un adeguato sostegno dallo spazio. Ciò non vuol dire avere armamenti nucleari nello spazio, ipotesi giuridicamente esclusa dai Trattati e allontanata dal concreto pericolo che eventuali esplosioni atomiche nello spazio possano danneggiare anche il proprio sistema satellitare. Vuol dire disporre di evoluti mezzi di avvistamento, di rilevazione e di controllo che permettano alle potenze spaziali di essere sempre più difficilmente attaccabili con armamenti poco sofisticati, accrescendo le condizioni di relativa sicurezza.

Ma i satelliti che dovranno provvedere alla nostra difesa dovranno essere protetti a loro volta. Una difesa che non può essere garantita dalle armi convenzionali o nucleari posizionate sulla superficie terrestre. Ecco perché sono allo studio i cosiddetti “satelliti-killer”, destinati a distruggere quelli avversari, cui si aggiungono i “satelliti anti-killer”, destinati ad assicurare la protezione del proprio sistema satellitare, utilizzando preferibilmente armi laser o particelle atomiche. Tuttavia, al momento nulla esclude che tali satelliti non possano eventualmente ricoprire anche un ruolo di minaccia contro le altrui infrastrutture, missili lanciati dalla superficie terrestre o installazioni militari avversarie, concretizzando nella sostanza quanto fantasiosamente ipotizzato da Ian Fleming.

Tutto ciò pone, quindi, problemi di strategia tridimensionale, dato che un qualsiasi eventuale conflitto del futuro non potrà avvenire se non con l’iniziale tentativo di “accecare” l’avversario, eliminando o rendendo inutilizzabili i suoi sistemi spaziali.

Allo scopo di permettere di affrontare la questione con la dovuta serietà e competenza, la Difesa si è subito organizzata e, per esempio, all’interno dello Stato Maggiore della Marina è stato costituito l’Ufficio Spazio e Innovazione Tecnologica, incaricato di confrontarsi con il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti nel settore Spazio, con le altre articolazioni della Difesa e con gli Enti civili che si occupano della materia. In tal modo la Marina fornisce il suo contributo alla Difesa per il “…potenziamento delle dimensioni cibernetica e spaziale, in un vitale trinomio con il mare, sempre più centrale nelle dinamiche quotidiane”3.

La decisione italiana di maggiore attenzione verso lo spazio segue analoghe scelte dei principali Paesi europei, della Russia (nel 2015 Putin ha costituito una forza spaziale militare), degli Stati Uniti (nel 2019 Trump ha costituito lo U.S. Space Command), della NATO, con la decisione di attivare il Comando Spazio e il relativo Centro di Eccellenza (CoE), e della Cina, che si sta organizzando.

Lo Spazio diventerà, quindi, un luogo sempre più frequentato, dove si scontreranno gli interessi strategici delle maggiori potenze mondiali.

Le prospettive economiche

A parte gli aspetti tecnico-organizzativi e strategici, rivestono particolare interesse anche le prospettive economiche correlate all’attività spaziale. L’interesse dei privati è, infatti, in continua crescita e si registra un costante aumento dei Paesi, oggi una cinquantina circa, che hanno avviato progetti di sfruttamento commerciale e scientifico della nuova frontiera.

Ciò è stato favorito anche dal progresso tecnologico, che ha portato a un significativo abbassamento dei costi. Il lancio di un satellite, per esempio, fino a una decina di anni fa costava intorno a 200 milioni di dollari, mentre attualmente la spesa complessiva è di circa 50 milioni di dollari. L’introduzione dei razzi riutilizzabili, già in avanzato stato di sperimentazione, promette di ridurre ulteriormente i costi di messa in orbita dei satelliti artificiali, anche se rimarranno comunque non trascurabili.

Ciò nonostante, questo tipo di attività avrà elementi di rilevante interesse anche sotto il profilo economico. Come scrive Limes4, “…nel 2016 questo settore nel suo complesso era pari a 360 miliardi di dollari, un quarto rappresentato dalla spesa governativa dei vari paesi e il rimanente da quella privata. Secondo Morgan Stanley (2019) nel 2040 si raggiungerà la somma di 1,10 trilioni di dollari. Nove paesi impegnano un miliardo di dollari ogni anno e quasi 20 hanno una spesa governativa attorno ai 100 milioni...”. Cifre enormi che rendono bene l’idea dell’interesse annesso alla questione.

Una direzione che stanno seguendo molti Paesi come, per esempio, la Francia e la Germania, che si sono attivati per garantirsi i guadagni, la visibilità, i ritorni politici e i sostanziosi finanziamenti internazionali correlati a questa attività.

La Francia il 28 gennaio 2021 è riuscita a far collocare a Tolosa la sede del costituendo Centro di Eccellenza (CoE) delle attività spaziali della NATO, superando la Germania, che aveva proposto Kalkar (Renania Settentrionale-Vestfalia), dove si trova già il Joint Air Power Competence Centre, una sorta di centro studi che ha come compito quello di fornire soluzioni alle sfide riguardanti il dominio aereo e spaziale.

Berlino, già dall’estate 2020 ha cominciato a pensare a una propria autonomia, ipotizzando di costruire una piccola base di lancio mobile nel Mare del Nord5 e di mettere in orbita nel più breve tempo possibile un non meglio specificato satellite. Come ha molto candidamente sottolineato Matthias Wacher, presidente dell’associazione industriali tedesca, la Germania ritiene di dover mettere al più presto la propria “impronta” sulla materia, in modo da influire più degli eventuali concorrenti sulle scelte (europee, nda) che verranno fatte. Una mossa, quindi, che avrebbe un valore politico e non strategico in quanto, anche il posizionamento di un satellite su orbita polare6 (quindi con utilità molto relativa) sarebbe un modo per potersi proporre come paese “lanciatore” e, di conseguenza, assicurarsi i cospicui fondi europei e NATO destinati a queste attività. In perfetta sintonia con Wacher, il coordinatore della politica aerospaziale tedesca, Thomas Jarzombek (CDU), sembra abbia poi fornito una sponda istituzionale alle sue dichiarazioni, inserendo l’iniziativa della nuova base di lancio tra le start-up, allo scopo di favorire il suo finanziamento anche attraverso il recovery fund. C’è da scommettere che, dopo la citata decisione della NATO sul CoE a Tolosa, Berlino procederà più speditamente nella realizzazione dei suoi progetti spaziali.

Tutto questo attivismo conferma che le attività connesse al posizionamento dei satelliti in orbita sta stimolando gli appetiti dei vari Stati perché fonte di significativi ritorni politici, economici e industriali.

Detto questo, abbiamo visto che un sistema di lancio sea-based offre un vantaggio economico enorme rispetto alle strutture situate sulla terraferma in quanto i missili possono essere lanciati da una posizione ottimale, aumentando considerevolmente il carico pagante e riducendo significativamente i costi dell’operazione.

In tale ambito, la recente proposta della Marina di impiegare l’Incrociatore portaeromobili Giuseppe Garibaldi quale futura base di lancio presenta numerosi aspetti di novità e interesse geopolitico ed economico. La disponibilità di una piattaforma semovente idonea al controllo e al lancio e in grado di portarsi autonomamente e con relativamente poca spesa in acque internazionali (quindi non soggette ad alcuna autorizzazione da parte di autorità straniere) laddove più opportuno per il lancio del vettore rappresenta, infatti, un elemento di cambiamento sostanziale nel gioco spaziale italiano ed europeo. Ciò, oltre a sparigliare le carte franco-tedesche, potrebbe favorire anche una crescente collaborazione fra privato e Difesa, con positive ricadute economiche, strategiche e industriali per entrambi i settori.

In sostanza, l’impiego di Nave Garibaldi per la messa in orbita di satelliti militari e commerciali permetterebbe di fornire un indispensabile servizio all’Italia e, con le dovute forme di pagamento, all’Unione Europea, alla NATO e agli utenti che ne dovessero chiedere l’utilizzazione, proprio per le peculiarità della piattaforma e per la possibilità di impiegare da bordo sistemi di lancio “a freddo” (ovvero con l’impiego di vettori a combustibile solido, più stabile e sicuro), sui quali la Marina ha acquisito una significativa esperienza fin negli anni ’60, con i lanci sperimentali dei missili balistici navali “Polaris”, inizialmente da bordo dell’Incrociatore lanciamissili Giuseppe Garibaldi.

In questo contesto, la Marina Militare ha sponsorizzato un apposito progetto denominato “SIMONA” (Sistema Italiano Messa in Orbita da NAve), nell’ambito del Piano Nazionale di Ricerca Militare (PNRM), per lo sviluppo di un sistema di allontanamento di un vettore orbitale, prima di comandarne l’accensione, da utilizzare su piattaforma navale. L’impresa, che si concluderà entro il 2023, permetterà di verificare preliminarmente la fattibilità all’impiego di Nave Garibaldi (giunta al termine della propria vita operativa), come piattaforma di lancio di piccoli satelliti e rappresenta, quindi, un passo importante verso l’esplorazione di soluzioni innovative per conferire al Paese una capacità autonoma di accesso allo spazio, e un elemento di grande interesse anche per le positive ricadute in termini di progresso delle capacità industriali del Paese.

Di fronte a una crescente domanda di servizi spaziali, la proposta italiana permette di riempire uno spazio strategico ed economico al momento vacante, e di offrire una validissima e meno costosa alternativa alle dispendiose installazioni fisse, che potranno continuare a fare il proprio lavoro, ma a costi economici e politici superiori.

Anche sotto il profilo giuridico si semplificherebbero le cose, in quanto sarebbe chiara l’eventuale responsabilità del Paese lanciatore, essendo unico, e i ritorni economici e politici non sarebbero divisi con altri attori.

Si tratta di un’attività talmente redditizia che già nel 1995 la Sea Launch, un consorzio multinazionale composto dal gruppo navalmeccanico norvegese Kvaerner, dalla compagnia russa RSC-Energia, dalla statunitense Boeing Commercial Space e dall’ucraina NPO-Yuzhnoye, offriva servizi a pagamento di messa in orbita di carichi commerciali (prevalentemente satelliti geostazionari per comunicazioni) di interesse di committenti internazionali.

Per le operazioni di lancio dall’Oceano Pacifico veniva impiegata la Odyssey (foto), una piattaforma semisommergibile mobile per l’effettuazione di prospezioni petrolifere, riadattata a centro spaziale galleggiante. Dei mezzi a disposizione del consorzio faceva parte anche una nave appoggio, la Commander, che veniva impiegata come centro operativo per i lanci, per trasportare apparecchiature sulla piattaforma e per l’assemblaggio dei razzi. L’impresa, che si poneva in concorrenza con i vettori Ariane, ebbe un notevole successo e la Sea Launch lavorò proficuamente fino al 2014 quando, per effetto dell’intervento russo in Ucraina, l’attività venne sospesa a tempo indeterminato, gli assets furono suddivisi tra i diversi partners, e iniziò una lunga diatriba legale internazionale, non ancora completamente definita.

Conclusioni

Il XXI secolo ci sta confermando quanto scritto da Jean-Jaques Servan-Schreiber nel suo libro “Le defì mondial” (1980), con il quale anticipava la tendenza a valutare le relazioni internazionali del futuro in termini economici. Ma l’economia è anche funzione della forza politica e della capacità militare.

Il problema che oggi è all’attenzione degli Stati è quello di acquisire un maggiore peso politico ed economico tramite l’accesso alla categoria di “Stato spaziale”. Infatti, a similitudine di quanto avvenuto nella prima metà del XX secolo, dove lo status di potenza coloniale era condizione essenziale per poter svolgere una politica estera attiva, a breve la capacità spaziale potrebbe diventare un requisito indispensabile per accedere a una capacità effettiva nel campo della politica estera.

Attorno alla questione spaziale si sta giocando, quindi, una partita geopolitica, economica e strategica fondamentale, alla quale l’Italia deve partecipare con tutta la forza della sua comprovata competenza ed esperienza in materia.

Per Malindi (foto) l’Italia sta spendendo somme enormi che, da sole, giustificherebbero un deciso cambio di atteggiamento e che potrebbero essere meglio impiegate in nuovi progetti in grado di garantire un maggior ritorno nazionale. Nell’attuale quadro estremamente dinamico e competitivo l’Italia dovrebbe, quindi, cercare di far riconoscere le proprie competenze nel settore spaziale, anche rimodulando i suoi rapporti con la Francia, altro importante attore spaziale europeo, che é incatenata al contesto industriale correlato al lanciatore Ariane, al quale il nostro Paese si è legato a doppio filo con il lanciatore Vega. In aggiunta, oggi il Kenia non è più l’oasi di pace che era negli anni ’60. Quel Paese é attualmente diventato un’area instabile, flagellata sia dall’estremismo religioso di matrice islamica che dagli effetti delle vicende somale, che vedono il confine tra i due Paesi molto permeabile da parte dei gruppi jihadisti, tant’è che anche i numerosi resort turistici, nel frattempo sorti al posto degli insediamenti dei tecnici italiani degli anni ‘60, sono stati oggetto di sanguinosi attentati.

La base spaziale italiana di Malindi, durante il lungo periodo di distrazione della politica italiana, è stata sostanzialmente abbandonata per le attività ad alta redditività come i lanci e costosamente mantenuta per impieghi di bassa redditività. Farle riacquisire la sua piena capacità operativa oggi costerebbe cifre enormi. Nel frattempo, per il suo mantenimento continuiamo a spendere più soldi di quanti ne rientrino per i servizi resi.

L’Italia ha oggi le competenze tecnico-scientifiche, la disponibilità di una nave con spiccate capacità di comando e controllo, una piattaforma autonoma e sufficientemente grande da poter essere impiegata come base di lancio e come unità di assemblaggio dei vettori (hangar interno) ma sufficientemente piccola per poter essere gestita con costi relativamente contenuti (che, comunque, sarebbero abbondantemente superati dagli introiti per i servizi offerti) e l’esperienza per poter proporsi quale credibile Paese “lanciatore”.

Se pensiamo a tutte le attività nazionali di successo fatte nel corso della nostra storia, emerge un dato molto inquietante, che illustra abbastanza bene la difficoltà che assilla l’Italia nel suo complesso. È quello di non riuscire a sfruttare le iniziative e gli interventi fatti per trarne ogni possibile ricaduta positiva. Purtroppo non riusciamo quasi mai a capitalizzare gli sforzi fatti e i risultati positivi raggiunti. La “macchina” italiana gira a mille, ma raccoglie dieci, e non sempre. Una caratteristica negativa nazionale che bisogna assolutamente cercare di modificare.

L’Italia al momento è, per esempio, il principale contributore netto dell’European Space Agency (ESA) in quanto spende una cifra intorno ai tre miliardi all’anno … per non avere alcun ritorno economico né politico. Francia e Germania, che ci precedono di pochi decimali quali contributori lordi, si sono assicurati un ritorno economico significativo, in quanto fanno rientrare dalla finestra buona parte di quello che esce dalla porta (la Francia con la base di lancio di Kourou, nella Guyana francese, messa a disposizione delle attività dell’ESA, la cui sede è peraltro a Parigi, e la Germania con la l'European Space Operations Centre - ESOC di Darmstadt, che segue e controlla i satelliti europei in orbita). Vista la citata recente decisione della NATO, c’è da aspettarsi che la Francia decida a breve di mettere a disposizione dell’Alleanza la base spaziale di Kourou, con un suo ulteriore guadagno. Dobbiamo comprendere che è il main contractor che ha i principali ritorni economici e politici, non il contributore, per quanto estremamente generoso.

In tale ambito, il settore spaziale sarà fonte di crescita economica e politica se si potrà disporre delle indispensabili tecnologie e autonomia per portare i satelliti in orbita e, quindi, di proprie basi di lancio, i cui servizi potranno essere offerti ai partners, magari proprio anche all’ESA in combinazione/parallelo con Kourou, e alla NATO. È, quindi, indispensabile fare gioco di squadra e proporsi rapidamente come Paese “lanciatore” in grado di soddisfare le esigenze europee e NATO. L’unione fa la forza. Soprattutto in un Paese come il nostro, troppo spesso frammentato da gretti individualismi e campanilismi.

Essere tra i pochissimi Paesi ad avere la capacità di posizionare satelliti in orbita permetterebbe di attrarre anche l’attenzione di coloro che sono interessati all’attività spaziale per mero interesse economico, come Elon Musk, Jeff Bezos, Richard Branson e tutti coloro che si interessano di space economy e che hanno sempre maggior bisogno di dati per far funzionare efficientemente il loro sistema economico e quello mondiale. A ciò si aggiungerebbero anche le possibilità di impiego per il personale italiano coinvolto nel progetto nazionale, come carriera e/o sbocco post carriera sia presso l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) sia presso l’European Space Research Organization (ESRO). Ciò accrescerebbe ulteriormente il prestigio nazionale.

Ma per far questo bisognerà realisticamente considerare e mettere in ordine di priorità gli interessi nell’ottica della loro concretezza, della loro materialità, delle loro implicazioni politiche, economiche e militari, evitando visioni limitate e “parrocchiali”, che non si preoccupano delle ricadute economiche e politiche, ed emarginando tutte le parti che, per cecità strategica, ingordigia o desiderio di supremazia interna, si vorrebbero concentrare esclusivamente sul dominio diretto degli stanziamenti, sull’uso proprio ed esclusivo della materia, penalizzando il “sistema Italia” e relegandolo a comparsa sulla scena internazionale che si sta delineando nel settore spaziale.

In tal senso l’intelligente e lungimirante iniziativa della Marina, con l’offerta di Nave Garibaldi quale base di lancio relativamente poco costosa, semovente, autonoma e ad alta capacità di comando e controllo, accrescerebbe il prestigio del nostro Paese, contribuirebbe ad aumentare la sicurezza nazionale e potrebbe anche diventare “vettore” strategico di importanti ricadute economiche e tecnologiche, che genererebbero un importante reddito da esportazione di servizi ormai diventati indispensabili e che porterebbero benefici strategici a tutto il comparto Difesa, ma anche a tutto il settore industriale di elevata tecnologia, marittimo e delle comunicazioni, evitando significativi esborsi all’estero per l’acquisto degli stessi servizi. Questa è una delle principali sfide che oggi dobbiamo affrontare, dalla quale con ogni probabilità dipenderà il futuro ruolo geopolitico dell’Italia.

1 Alouette 1 nel 1962

2 Il progetto prevedeva anche la costruzione di una serie di satelliti interamente italiani per attività scientifiche e l’addestramento di personale italiano per tutte le fasi operative, dalla preparazione al lancio al controllo in orbita.

3 “Linee guida 2020”, documento d’indirizzo emanato dallo SMM nel dicembre 2019.

4 www.limesonline.com/il-nuovo-settore-spaziale-tra-privatizzazione-e-militarizzazione/122282

5 Sebastian Sprenger, German industry pushes for space launch site in the North Sea, Defencenews on line, 8 ottobre 2020

6 Abbiamo visto come per le orbite equatoriali il lancio da latitudini elevate sia estremamente costoso in termini energetici, economici e di carico pagante.

Foto: U.S. DoD / web / DARPA /  MoD Fed Russa / Marina Militare / Frank Leuband / presidenza del consiglio dei ministri

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