Sicurezza ed emergenze epidemiche: nuova trasformazione per l’Alleanza Atlantica?

(di Maurizio Geri)
24/03/20

La Guerra Fredda ci aveva abituato ad aver paura soprattutto di un tipo di arma di distruzione di massa: quella nucleare. Dopo trent’anni il rischio maggiore sembra venire invece da un’altra delle tre principali armi NBC (nucleare, biologica, chimica) anche se non usata da nessun nemico ma prodotta da noi stessi: quella biologica. Ad oggi la NATO e le forze armate degli Alleati (e men che meno gli eserciti del resto del mondo) non hanno ancora strumenti adeguati a far fronte a emergenze epidemiche e guerre biologiche come quella attuale.

La crisi del Coronavirus ha dimostrato la fragilità di sistemi di sicurezza ma anche socio-politico-economici sia nazionali che regionali (l’Unione Europea in primis) a causa della gravità della minaccia senza precedenti, ma anche anche della mancanza di capacità previsionali e di visioni strategiche chiare, concrete ed efficaci. Le minacce biologiche future, naturali come quella attuale o anche artificiali nel caso di un attacco predeterminato che usi virus come armi, saranno sempre più veloci, dirompenti e senza confini, e quindi ci sarà bisogno di uno sforzo comune dell’Alleanza.

Negli ultimi 20 anni abbiamo avuto sul pianeta tre Sindromi Respiratorie Acute Severe da Coronavirus, la SARS-Cov nel 2003, la MERS nel 2012, e questa SARS-Cov 2, e due pandemie, l’Influenza Suina del 2009 e l’attuale Coronavirus. Solo l’ultima però ha avuto un’alta trasmissione di contagio inter-umano che ha creato la situazione attuale senza precedenti nella storia dell’umanità, dato anche il livello di interconnessione complessa raggiunto con la globalizzazione moderna.

Quanti anni dobbiamo aspettare per la prossima pandemia? Non necessariamente un decennio perchè gli eventi di “Black Swan”1 sono sempre più imprevedibili e immediati nel mondo odierno. E che velocità di trasmissione potrebbe avere, e soprattutto, che livello di mortalità la prossima pandemia? Come le due SARS (intorno al 10%) la MERS (35%) o ancora maggiore? Non lo sappiamo ma dovremmo prepararci per gli scenari peggiori. Il vaso di Pandora è stato aperto e non sappiamo cosa ci aspetta in futuro.

Il ruolo delle forze armate potrebbe sopperire agli impegni delle istituzioni civili in caso di gravi crisi come questa, anche grazie all’ambito di cooperazione Civile-Militare. La NATO dalla fine della Guerra Fredda si è adattata alle nuove minacce e ai nuovi equilibri internazionali e soprattutto ha espanso il suo concetto strategico ad altri due pilastri a parte la deterrenza e difesa: la sicurezza cooperativa e la gestione delle crisi. Per il primo ha aperto canali di cooperazione fra gli altri con i paesi del Mediterraneo (Mediterranean Dialogue) con i paesi del Golfo (Instanbul Cooperation Initiative) e con l’Unione Africana. Per il secondo ha svolto soprattutto operazioni nei Balcani.

Ma come fare oggi per applicare queste due nuovo sfere di azione ad un nemico invisibile, mutabile e velocissimo, che non può essere eliminato con l’uso della violenza? Il ruolo fondamentale dei militari è quello di portare ordine fuori dal caos ma questo non necessariamente si ottiene con la forza (alcuni analisti italiani hanno cominciato a ricordare finalmente l’importanza sociale dello strumento militare).

La NATO quindi potrebbe svolgere una funzione cruciale nel garantire “sicurezza umana”, oltre che per difendere la sicurezza nazionale, se avesse a disposizione strumenti adeguati: la spesa del 2% per la difesa promessa da ogni paese potrebbe essere impiegata anche per queste crisi. Ma queste sono prima di tutto decisioni politiche.

Molti non sanno che la NATO è un’alleanza Politico-Militare, cioè la cooperazione politica è importante tanto quanto quella militare, e ovviamente la precede in termini di tempo. Quindi il coordinamento politico fra i 29 stati, con gli USA in prima fila, potrebbe dare una nuova spinta all’Alleanza, dopo tre decenni dalla fine del Bipolarismo.

Alcuni analisti, come il presidente dell’Atlantic Council, hanno addirittura suggerito l’attivazione dell’Art. 5 come dopo l’11 Settembre, in modo da dare la leadership e coesione necessarie per combattere una minaccia come questa. Ma indipendentemente da questa possibilità quali sono ad oggi i ruoli e le strategie innovative che l’Alleanza dovrebbe adottare di fronte a sfide biologiche come questa o anche peggiori in futuro, che potrebbero mettere a repentaglio l’esistenza stessa della nostra civiltà moderna e la sopravvivenza della nostra specie?

Il primo importante compito di un’alleanza come la NATO è quello di svolgere un’azione di coordinamento per la difesa comune. Crisi come quella del Coronavirus, che possono creare sconvolgimenti sociali, economici politici e geopolitici, avranno infatti sempre più bisogno di cooperazione internazionale, regionale prima e globale poi. Anche se all’inizio ci possono essere rigurgiti nazionalistici e populisti nel lungo periodo gli stati da soli non ce la farebbero a rispondere ai bisogni di una popolazione e un territorio globalizzati, complessi e quindi fragili. Perciò la NATO come ruolo di Alleanza dovrebbe garantire prima di tutto un modello di risposta comune, in collaborazione ovviamente con le istituzioni politiche, in primis l’Unione Europea, per dare risposte immediate e mettere in sicurezza i paesi. E poi pensare a una maggiore sicurezza cooperativa a livello globale, perchè i virus non hanno frontiere, sia collaborando con le Nazioni Unite che eventualmente con il G20, per avere un’azione veramente planetaria e sostenuta dalle maggiori potenze economiche.

Il secondo ruolo sarebbe quello di cooperazione fra il mondo civile e quello militare. Già in Italia si sta realizzando una sforzo straordinario, con l’impegno delle Forze Armate ad aiutare in vari modi le istituzioni pubbliche, non solo con la logistica nei trasporti e le comunicazioni ma con le competenze del Servizio di Sanità militare e quelle del Corpo degli Ingegneri (per esempio recentemente nell’aiutare i produttori di respiratori). Ma non basta, ci vuole un piano anche di Difesa Civile nazionale, in cui gli eserciti collaborino con le istituzioni civili, per lo sviluppo di una capacità di resilienza nazionale e individuale.

Un’attività di tutela e soccorso ai civili in situazioni di estrema emergenza, seguendo i principi di prevenzione, riduzione del danno, resilienza e recupero, è diversa dalla Protezione Civile, e non è mai stata realizzata veramente (anche se il rischio nucleare l’ha sempre tenuta in considerazione). Anche la NATO sa che la resilienza civile è la prima linea di difesa e quindi potrebbe aumentare la sua collaborazione con istituzioni civili per garantire in caso di gravi crisi la continuità di servizi governativi, fonti energetiche, risorse di cibo e acqua, sistemi di trasporti e comunicazioni etc. per poi aiutare dove possibile la popolazione inerme.

Ci sono molti esempi che si possono seguire, in primis l’esercito Statunitense che in Africa per la crisi di Ebola si è coordinato con ONG come Medici Senza Frontiere o la Croce Rossa, usando navi ospedale come la Comfort e la Mercy (attualmente utilizzate per la crisi a New York e Los Angeles) approntando la costruzione immediata di ospedali da campo e usando altri mezzi e strumenti operativi di cooperazione civile-militare.

La NATO potrebbe avere anche un ruolo decisivo di surveillance, per aiutare la gestione della crisi e mettere sotto controllo l’estensione di un contagio. I velivoli da ricognizione sono già impiegati in ambito civile, ad esempio per il monitoraggio del territorio con il controllo del traffico umano e l’immigrazione clandestina, o per operazioni di salvataggio da disastri naturali, ma dovremmo usare di più gli aeromobili a pilotaggio remoto, cioè i droni.

Gli Stati Uniti fanno un sempre maggior uso di questi anche con navi drone (foto) per l’osservazione navale del loro continente, in modo da mantenere l’operatività costantemente anche in situazioni di emergenza. La NATO non ha ancora navi del genere ma attualmente sta sviluppando il sistema di ricognizione Alliance Ground Surveillance (AGS) con 15 paesi inclusi nel progetto e cinque NATO RQ-4D aerei a pilotaggio remoto (la base operativa sarà Sigonella). Questa potrebbe essere un’area di sviluppo industriale e tecnologico a cui dedicarsi in futuro anche con conseguenze economiche non indifferenti.

Il ruolo di rafforzamento NATO in caso di crisi biologiche e pandemiche andrebbe infine anche nella direzioni di difendersi da attacchi ibridi, cibernetici e propagandistici di attori non statali (come gruppi terroristici o criminali) e dalla Great Powers Competition di Cina e Russia. Questi due paesi in particolare stanno sfruttando la crisi attuale con il loro Sharp Power e Soft Power mandando aiuti e tentando di indebolire e dividere l'Europa e l’alleanza Atlantica (con rappresentanti di paesi Europei che già cominciano a criticare l’inazione dell’UE e lodare l’aiuto Asiatico).

Insomma la NATO può e deve continuare la sua trasformazione e aumentare il suo ruolo di attore fondamentale nella gestione delle crisi e nella sicurezza cooperativa.

Non sappiamo come andrà a finire questa crisi ma una cosa è certa, le lezioni apprese saranno tante e il mondo non sarà più lo stesso. E nemmeno il ruolo dei militari e di un’alleanza come la NATO.

1 Gli eventi Black Swan (secondo una teoria del filosofo Libanse-Americano Nassim Nicholas Taleb) sono eventi di grande impatto, difficili da prevedere e molto rari, dei quali è impossibile calcolare la probabilità.

Foto: U.S. Army / U.S. DoD / Esercito Italiano / U.S. Navy

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