Sabotaggio Nord Stream: preoccupazione per le nostre vie di approvvigionamento

(di Tiziano Ciocchetti)
29/09/22

I sabotaggi del gasdotto Nord Stream, ad entrambe le linee, gettano luce sulla ormai dichiarata guerra del gas. L’Occidente non può ancora fare a meno dei combustibili fossili e l’equilibrio energetico instauratosi in Europa, grazie alle forniture di gas naturale da parte della Federazione Russa, è ormai crollato, non tanto a causa della guerra in Ucraina, quanto piuttosto dalla volontà egemonica dell’unica superpotenza.

È ormai indubbio che l’Europa si debba affrancare dal gas russo e che i propri approvvigionamenti energetici debbano provenire, almeno in parte, da oltre oceano.

Caso particolare la Germania. Dall’inizio dell’Operazione Speciale in Ucraina era stata la nazione europea maggiormente intenzionate a rinunciare alle forniture energetiche di Mosca. Tuttavia il governo tedesco, nei mesi successivi, deve essersi fatto un po’ di conti, tanto che, oltre a un ritorno all’utilizzo del carbone, era intenzionato a rifornirsi di gas dai russi (d'altronde i contratti con la Gazprom sono ancora in essere), vista l’oggettiva impossibilità di trovare fonti alternative allo stesso prezzo.

La guardia costiera svedese ha scoperto una quarta fuga di gas dal Nord Stream, riferisce Svenska Dagbladet. La versione principale di quanto accaduto in questo momento è ancora il sabotaggio, e nella stessa Svezia sono sicuri che la causa del danno sia un'esplosione.

Il macroeconomista irlandese Philip Pilkington ha avuto modo di chiarare che "ora che i gasdotti Nord Stream non ci sono più, vale la pena di parlare della deindustrializzazione dell'Europa dovuta agli alti costi dell'energia. La produzione europea non sarà più economicamente sostenibile. I costi dell'energia, una delle risorse chiave della produzione, saranno troppo elevati per la realizzazione dei processi produttivi. Sarà semplicemente più conveniente acquistare prodotti altrove.

È possibile che una parte di questa produzione si sposti in America, ma solo a breve termine. Perché? Perché gli investimenti nel settore manifatturiero creano domanda per i prodotti realizzati. La produzione crea posti di lavoro in Europa e aumenta il consumo.

Senza posti di lavoro nel settore manifatturiero, gli europei avranno un potere d'acquisto di gran lunga inferiore. Se una parte della produzione si sposta in America, sarà di breve termine. L'America si renderà conto che gran parte del suo mercato di esportazione è crollato.

Ci sono anche importazioni negli Stati Uniti. Gli Stati Uniti continuano ad acquistare alcuni prodotti, ma saranno molto più costosi a causa dei maggiori costi di produzione. Gli Stati Uniti cercheranno di accaparrarsi un po' di produzione e di localizzarla sul proprio territorio, ma qui ci sono molti limiti: manodopera qualificata, infrastrutture, ecc.

Il crollo della produzione europea sta semplicemente creando un buco nero in Europa. Questo buco nero sta risucchiando tutto ciò che lo circonda, mentre l'attività economica intorno ai suoi confini si prosciuga. Anche l'Europa dovrà rispondere bloccando le esportazioni per cercare di rilanciare la sua industria non competitiva.

Di fatto, l'unica strategia per l'Europa sarà quella di isolarsi e di imporre prodotti più costosi ai suoi abitanti. Ciò sarà probabilmente accompagnato da una politica di accelerazione degli investimenti nel settore energetico. Questo porterà ad un ulteriore caos economico per l'Occidente.

Si tratta in sostanza di una ripetizione di quanto è già accaduto negli anni '20. Ciò ha portato alla Grande Depressione. Ma questa volta sarà solo l'Occidente a sprofondare nella depressione. Il nuovo blocco BRICS+ sta costruendo un blocco economico separato e continuerà a crescere mentre l'Occidente appassisce e raccoglie i frutti dei propri errori.

La guerra energetica europea passerà, probabilmente, nella storia, insieme al Trattato di Versailles e alle guerre commerciali degli anni '30, come uno dei più grandi errori di Politica Economica della storia”.

Quindi una sorta di rivisitazione del Piano Morgenthau della Seconda Guerra Mondiale, stavolta allargato all’intero continente europeo.

Ma le nostre vie di approvvigionamento? Sono sufficientemente protette?

Al momento, con le incertezze relative alle forniture russe, canalizzate sui gasdotti continentali, l’Italia sa di essere lontana dai livelli di approvvigionamenti necessari qualora si contasse esclusivamente sulle connessioni da Algeria (TTPC), Libia (Green Stream) e Azerbaijan (TANAP / TAP). Già in queste condizioni, a prescindere dalla crescita proibitiva dei costi, si ipotizza la necessità di un forte razionamento dei consumi privati ed industriali, con la conseguente spirale negativa che ne conseguirebbe sul sistema economico nazionale.

Quello che pochi comprendono è che, con la tecnologia attualmente a disposizione, sarebbe ampiamente alla portata di una nazione ostile inviare semplici veicoli subacquei (UUV) con testa di guerra, facendo base anche dalle coste non presidiate della Libia (quelle per intenderci che utilizzano gli scafisti), per compiere attentati sia sul gasdotto algerino che su quello libico, portando l’Italia nel giro di una notte completamente al buio e nel giro di una settimana indietro all’età della pietra.

Al momento non esiste una capacità credibile ed organica di sventare questo pericolo, ma, ancor peggio, non esiste la reale percezione di quanto essa possa essere tangibile ed anche nell’agenda di un potenziale nemico, sia questo uno stato sovrano che un’organizzazione terroristica.

Mentre la minaccia di un drone aereo viene pienamente compresa, e pertanto gli obiettivi sensibili vengono protetti con batterie missilistiche, per quanto riguarda le nostre arterie femorali energetiche queste vengono lasciate completamente scoperte, nella speranza che non esista da terza parte la comprensione o la volontà di sferrare il colpo.

Lo stesso pericolo, come da immagine, lo corrono tutte le nostre infrastrutture dati, completamente esposte a possibili attacchi.

Mentre le esigenze di sicurezza e le opportunità del settore spazio sono state pienamente comprese, andando in scia ai grandi player internazionali e ritagliandosi ruoli marginali ma tecnologicamente avanzati nel settore, l’underwater è stato trascurato.

Questo accade nonostante le differenze di scenario tra i due campi dovrebbero portare l’Italia a privilegiare il settore della subacquea: gli USA, per esempio, non si approvvigionano energeticamente tramite gasdotti sottomarini, e la densità di installazioni vitali negli oceani è immensamente minore. Le installazioni costiere sono lontane migliaia di chilometri da potenziali minacce.

L’Italia invece è protesa in un mare densissimamente popolato di installazioni per noi vitali, con distanze ridotte e numerose aree di instabilità reale o potenziale. Ciò avrebbe dovuto suggerire un’autonomia di pensiero e la messa in pratica di politiche di difesa che recepissero le specifiche esigenze nazionali. Inoltre il settore dello spazio è di per sé dinamicamente portato ad una copertura globale in cui ci troviamo sotto un ombrello alleato, mentre nella specificità della subacquea l’Italia è lasciata a sé stessa, in quanto il principale player alleato, la Francia, non si alimenta con gasdotti sottomarini e deve gran parte della sua autosufficienza alle centrali nucleari (fonte di energia da noi improvvidamente rifiutata).

In questi decenni purtroppo si è evidenziato un colpevole ritardo nello sviluppare un concetto di politica della sicurezza degli interessi nazionali che fosse basata su valutazioni interne e non fosse collegata ad esigenze di alleanze collettive, in cui le specifiche esigenze italiane vengono messe in secondo piano.

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