Palombari alla ricerca di codici segreti: la storia dei tin openers

(di Andrea Mucedola)
31/05/22

Nel 1918, il contrammiraglio William Reginald “Blinker” Hall, capo della divisione di intelligence navale britannica (NID) responsabile di decifrare codici, comunicazioni classificate nemiche, era visibilmente in ansia. I messaggi intercettati e decretati parlavano dei movimenti militari della Germania imperiale, fornendo un potenziale apporto di valore inestimabile per condurre una guerra di successo.

Le attività di decretazione dei codici erano però complesse in quanto questi venivano mutati spesso per renderli ancora più difficile da decifrare. La rete segreta degli agenti dell’ammiraglio raccoglieva codici, chiavi di cifratura e altro materiale di intelligence attraverso intercettazioni radio, ispezioni alle navi tedesche e operazioni di spionaggio.

Un aiuto sostanziale derivò dall’impiego di decifratori meccanici che potevano, quasi in tempo reale, trasmettere il movimento degli U-Boot tedeschi, delle truppe e delle comunicazioni consolari al governo britannico. Furono i decifratori di Hall che, nel 1917, decifrarono il telegramma Zimmerman, in cui la Germania offriva un’alleanza al Messico se fosse scoppiata la guerra tra gli Stati Uniti e la Germania, uno dei motivi che si ritiene spinsero gli Stati Uniti ad entrare in guerra nel 1918.

(estratto del telegramma Zimmermann, inviato il 16 gennaio 1917, al culmine della prima guerra mondiale, dal ministro degli Esteri dell’Impero tedesco, Arthur Zimmermann, all’ambasciatore tedesco in Messico, Heinrich von Eckardt e decrittato dall’ammiraglio inglese William Hall. In esso si istruiva l’ambasciatore tedesco ad approcciare il governo messicano con la proposta di formare un’alleanza contro gli Stati Uniti. Il suo contenuto spinse il presidente Wilson, contrario alla guerra, a convocare il Congresso. Il 6 aprile gli Stati Uniti diventarono cobelligeranti accanto all’Intesa nel conflitto)

Il reclutamento degli informatori avveniva spesso sfruttando le loro debolezze, avidità, sesso e frustrazioni rendevano uomini chiave facili pedine. Una delle fonti più importanti era un segretario che lavorava negli uffici della marina imperiale tedesca, che forniva chiavi di cifratura direttamente al DNI. Tuttavia, nel 1918, l’uomo chiave scomparve senza lasciare traccia. La scomparsa dell’informatore mise in crisi l’efficacia dell’intelligence britannica.

Hall convocò nel suo ufficio il capitano di corvetta Guybon Damant (nella foto il 3° seduto da sinistra), un ufficiale artigliere di 36 anni, originario dell’isola di Wight, ma anche un palombaro esperto di immersioni in acque profonde.

Nel 1917, Damant era stato incaricato dall’Ammiragliato di recuperare 44 tonnellate di lingotti d’oro che erano affondati a bordo della HMS Laurentic nel nord dell’Irlanda (cosa che fece ad intermittenza dal 1917 al 1924). La sua nuova missione era di guidare un’unità segreta di cinque subacquei in grado di recuperare i codici della Germania imperiale dalle profondità degli abissi.

Il pericolo degli U Boot tedeschi

Nel 1917 la Kriegsmarine aveva iniziato un’offensiva navale contro gli alleati usando gli U-Boot per affondare le navi alleate. Le prime operazioni ebbero un certo successo ma, verso la fine del 1917, il progresso delle tattiche antisommergibile e dell’impiego scientifico dei campi minati difensivi e protettivi iniziarono a invertire la tendenza a favore degli Alleati.

Hall si rese conto che i sommergibili tedeschi, in uscita dalle loro basi in Belgio, avrebbero trasportato a bordo le chiavi di cifratura e materiale prezioso di intelligence. Bisognava aspettare un’occasione propizia. Fu così che, nell’aprile del 1918, Damant ed altri ufficiali specialisti furono incaricati dal DNI di immergersi segretamente sui relitti dei sommergibili tedeschi nella Manica.

Il 20 maggio venne localizzato l’UB-33 che era affondato colpito da una mina navale sul Varne Bank, nel canale della Manica, a circa 23 metri di profondità. Damant e i suoi palombari si recarono portando con loro la pesante attrezzatura composta da un pesante abito di robusta sargia, un corsetto decisamente ingombrante ed un elmo da palombaro. Per evitare che il palombaro si capovolgesse, la tuta era appesantita con pesi e stivali con la suola di piombo. In pratica, circa 90 chili di attrezzatura subacquea che consentiva loro di muoversi con fatica sul fondo.

Un altro elemento di difficoltà era costituito dall’ingresso nel relitto. Una volta arrivati sulla verticale del battello, sarebbero dovuti entrare nello scafo attraverso lo stretto portello della torre di comando, che poteva essere deformato dalle esplosioni precedenti, o aprirsi un varco con delle cariche esplosive. Cosa sconsigliata per il rischio di nuove esplosioni.

Altro problema era la presenza di mine in zona, la cui esplosione, anche a distanza, avrebbe potuto rompere i timpani ai palombari, danneggiarne gli organi interni o ucciderli sul colpo. Mine armate potevano essere contenute anche all’interno dell’U-Boot cosa che incrementava il livello di pericolo per il palombaro. Inoltre, l’uso di esplosivi per aprire un varco nello scafo era considerato pericoloso in quanto avrebbe prodotto lamiere contorte e taglienti che avrebbero potuto tagliare le manichette di alimentazione dell’aria.

Per incentivare i palombari fu promessa dall’Admiralty un’indennità di 300 fino a 500 sterline ai parenti più prossimi in caso di incidente.

Penetrando nei relitti, i palombari avrebbero dovuto muoversi in un ambiente con visibilità zero che rendevano complessi i movimenti: immaginiamoci stretti cunicoli di ferri ritorti e taglienti che avrebbero potuto tranciare le manichette dell’aria. Ciò nonostante le missioni di Damant ebbero qualche successo e i primi documenti incominciarono ad arrivare al DNI.

Una delle operazioni più fortunate avvenne il 4 ottobre. Damant e la Sezione Speciale a bordo della nave appoggio Corycia scoprirono il relitto dell’UC70 al largo di Whitby. Operando come avevano fatto su altri battelli, con un palombaro all’interno e uno vicino al portello, lentamente ispezionarono il relitto alla ricerca di informazioni. Non potendo usare esplosivi ebbero la possibilità di ispezionare un U-boot in buone condizioni.

Scoprirono che alcuni membri dell’equipaggio si erano suicidati all’interno del battello dopo l’affondamento.

La ricerca fu infine fruttuosa e trovarono dei codici cifranti di gran valore.

Fino alla fine della guerra, l’11 novembre 1918, i palombari recuperarono metodicamente materiali da almeno 15 diversi relitti, fornendo informazioni preziose che consentirono al DNI di decifrare le comunicazioni tedesche più velocemente, e consentendo agli alleati di impiegare truppe, navi e materiali in modo coordinato.

Il miracolo fu che nessuno di loro rimase gravemente ferito o ucciso. Il loro lavoro restò secretato per molti anni fino al 1969-70 con il rilascio di gran parte di ciò che è oggi noto come ADM 116 e ADM 137, conservato nei National Archives, nei quali emerse il lavoro di Damant e degli altri coraggiosi palombari, i “Tin-Openers“.

La sezione fu sciolta nel 1919, sebbene una loro nave appoggio, la Racer, rimase in servizio e operò sul relitto dell’HMS Laurentic. Ma questa è un’altra storia del mare...

Foto: web / “Tin Openers” Myth and Reality: Intelligence from U-boat Wrecks during WW1 di Innes McCartney

(articolo originariamente pubblicato su https://www.ocean4future.org)

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