Il recupero della capsula spia perduta (seconda parte)

(di Andrea Mucedola)
29/03/22

(Continua) Si arrivò quindi alla fase esecutiva.

Prima dell’inizio delle operazioni di recupero furono effettuate prove a terra e in mare per testare la funzionalità della benna e consentire ai membri dell’equipaggio di esercitarsi nel trasferimento della capsula dal Trieste II (DSV 1) alle navi di superficie.

Un’unità operativa integrata (IOU), composta dal USS Apache e dal USS White Sands, una nave ausiliaria di supporto per il DSV 1, lasciò San Diego per il sito scelto per le prove “in mare”.

I primi test furono deludenti. Il DSV 1, quasi immediatamente dopo l’immersione, ebbe diversi problemi al sonar, alle fotocamere, ai sistemi di navigazione ed agli impianti elettrici.

Giunto sul fondo, il braccio manipolatore mostrò notevoli difficoltà a lavorare sulla finta capsula. Il problema maggiore fu la mancanza di percezione della profondità all’esterno dell’oblò, cosa che rendeva estremamente difficile manovrare la benna sopra il bersaglio.

Durante le manovre, il cavo del verricello uscì dalla carrucola e si ruppe facendo cadere la benna. La sua perdita (pesava circa 450 chili) causò una risalita incontrollata del battello subacqueo di circa 400 piedi prima che il suo equipaggio potesse fermare la salita. Ci vollero poi 45 minuti per ritrovare la benna sul fondo ed il bersaglio. Alla fine, incapace di recuperare entrambi gli oggetti con il braccio meccanico, il batiscafo emerse con la benna appennellata verso il basso.

Dopo essere rientrati a San Diego per rifornirsi ed effettuare le necessarie modifiche, il gruppo navale ritornò subito in mare ma, ancora una volta, il test non ebbe successo.

Questa volta il batiscafo non fu nemmeno in grado di localizzare il bersaglio sul fondo dell’oceano ed ebbe un nuovo guasto al computer di navigazione, cosa che lo fece emergere a circa cinque miglia dal punto di destinazione.

Questo ritardo dell’approntamento incominciò a preoccupare la CIA in quanto la nave da ricerca USS De Steiguer (foto) stava già transitando nella zona di ricerca. Dopo una terza prova, sebbene ancora affetta da problemi, fu deciso di far raggiungere comunque la zona di operazioni.

In zona

Il 20 ottobre, il De Steiguer comunicò di aver identificato la capsula sul fondo e di averla fotografata. Giunti in zona, l’USS Apache e il White Sands si prepararono per l’operazione.

Alle 20:30 il White Sands iniziò ad allagare il bacino interno per permettere la messa a mare del DSV 1. Un’operazione che risultò non facile per la presenza di una fastidiosa onda lunga. Mentre l’USS Apache posizionava i trasponder subacquei (DOT) necessari per la navigazione del batiscafo, il White Sands si diresse sulla posizione dove il De Steiguer aveva posizionato un trasponder per contrassegnare la presunta posizione della capsula.

Un’ora e 45 minuti dopo l’inizio dell’immersione, il DSV 1 si fermò ad una profondità a circa 300 piedi dal fondo. Sebbene avesse scoperto diversi contatti al sonar, il batiscafo non riuscì ad ottenere nessun contatto visivo e temette di trovarsi in una posizione sbagliata. Dopo numerosi tentativi l’equipaggio decise di terminare la ricerca ed iniziò la risalita.

La mattina dopo, il tempo cominciò a peggiorare e lo fece costantemente nei giorni successivi con raffiche di vento di 30 nodi e moto ondoso con onde alte oltre tre metri (un mare agitato o mare 5). Questo impedì il recupero del DSV1 che dovette essere preso a rimorchio dall’USS Apache (foto) insieme alla stessa nave di supporto.

Il 10 novembre l’USS Apache, a corto di carburante, fu rilevato dal USS Current. A causa delle avverse condizioni meteorologiche, l’USS White Sands e il DSV 1 vennero portati a ridosso sul lato sottovento delle Isole Hawaii. Questo consentì al batiscafo di essere finalmente recuperato e stivato nel bacino allagabile.

Il contrammiraglio Paul L. Lacy Jr., comandante delle forze sottomarine della flotta del Pacifico, suggerì alla CIA di sospendere le operazioni fino ad un miglioramento delle condizioni meteorologiche ma l’Agenzia richiese di riprovare immediatamente, aumentando se necessario il supporto aggiuntivo della Marina. Vennero quindi assegnati due rimorchiatori, l’Abnaki e il Coucall, per una maggiore flessibilità di impiego nei movimenti dei mezzi.

Il 24 novembre il gruppo navale tornò nella zona di operazioni e l’USS Apache individuò tutti i DOT che risultarono ancora tutti funzionanti. A causa del maltempo, l’immersione fu ritardata fino al 30 novembre.

Durante la discesa, l’equipaggio del DSV 1 (Bartels, Stryker e Taylor) incontrò nuovamente problemi: il sonar andò in avaria e, a circa 15.000 piedi di profondità, un’interruzione di corrente causò la perdita sul computer di parte dei dati della navigazione.

Inoltre, a causa dello sgancio della benna, il batiscafo dovette procedere inclinato su un fianco. Possiamo immaginare la tensione di quei momenti...

Ad un certo punto fu ricevuto il segnale di uno dei trasponder che permise al DSV 1 di orientarsi e dirigersi verso la posizione presunta della capsula.

Nell’oscurità apparve la capsula sul fondo ma il battello era troppo abbrivato e, a causa dell’inerzia, andarono oltre il bersaglio. Tornati in prossimità si attivò la spia dell’allarme batterie a basso voltaggio. Questa nuova avaria impedì la posa un nuovo trasponder vicino al bersaglio e, con la poca energia rimanente (4 celle della batteria erano ormai esaurite), fu deciso di interrompere la missione, e riemergere.

A causa del costante peggioramento del tempo, le operazioni furono nuovamente interrotte. Due giorni dopo, raffiche di trenta nodi, con onde di oltre due metri, quasi causarono una tragedia. Il 5 dicembre la USS White Sands, mentre rimorchiava il DSV 1, rallentò e si fermò. Questo causò che il cavo di rimorchio si allentò e si avvolse attorno all’elica. Nel tentativo di cambiare il cavo di rimorchio, un’onda strappò il batiscafo che andò alla deriva. L’USS Apache riuscì a riprenderlo e rimorchiarlo, mentre il USS White Sands, immobilizzato era in balia delle onde. A questi punto il comandante in mare saggiamente decise di tornare a Pearl Harbor con l’intenzione di riprendere le operazioni dopo Natale.

Il 7 gennaio 1972 il direttore del programma HEXAGON, col. Frank S. Buzard, espresse la sua preoccupazione ai vertici dell’NRO, ipotizzando un possibile tentativo della marina sovietica di recuperare la capsula con il suo prezioso carico nel caso si fosse sospesa l’attività. Le operazioni restarono però sospese.

Il 16 agosto 1972, l’NRO comunicò che i sovietici non solo non avevano la capacità di recuperare la capsula ma non c’era nessuna prova che sapessero che si era schiantata. La CIA sottolineò che sebbene la Marina sovietica avesse nel Pacifico un rimorchiatore spia, per monitorare i movimenti delle navi di supporto ai sottomarini nucleari, il 10 luglio, giorno di caduta della capsula, la nave intelligence non era vicino all’area dello splash down.

Buzard, facendo riferimento ai rapporti della Defense Intelligence Agency, una delle tante agenzie di Intelligence statunitensi, rispose che i Sovietici non solo potevano essere al corrente della caduta della capsula ma avrebbero potuto avere la capacità di recuperare oggetti a quella profondità. Inoltre, aggiunse che le operazioni di salvataggio dovevano aver insospettito i Russi.

Il risultato di questa diatriba fu che cinque giorni dopo il gruppo navale lasciò nuovamente Pearl Harbor per la zona di ricerca. Tentativo ancora una volta dalle avverse condizioni meteorologiche. La Marina decise quindi di mettere la USS White Sands in bacino, rinviando le operazioni alla successiva primavera.

Come previsto dalla USN, le operazioni furono riprese l’8 aprile e, alle 17:00 del 25 aprile 1972, Bartels, Stryker e Taylor iniziarono la loro nuova immersione. Dopo circa 5 ore, finalmente, avvistarono nell’oscurità una massa aggrovigliata di metallo e cablaggi schermati e due pezzi frastagliati di lamina d’oro di circa sette pollici di diametro. Poi a seguire, a circa 260 iarde di distanza, un altro componente e, finalmente, la capsula. 

Dopo nove minuti di delicate manovre e sei tentativi, la benna arrivò in posizione per recuperare le pellicole fotografiche. Il batiscafo si sollevò dal fondo, rimanendo immobile per dieci minuti per consentire al limo e al fango di defluire, e quindi, ristabilita la visibilità, iniziò una lenta risalita. Dieci minuti dopo l’equipaggio si accorse che pezzi di pellicola iniziavano a staccarsi e perdersi nel blu. Quasi a metà strada dalla superficie, il rullo iniziò a spezzarsi in segmenti di circa 80 centimetri.

Quando il DSV 1 arrivò in prossimità della superficie, intorno alle 2:30 del 26 aprile, ovvero dopo più di nove ore dall’inizio dell’immersione, del prezioso carico era rimasto ben poco. Circa dieci minuti prima dell’arrivo dei sommozzatori, gli ultimi metri di pellicola si disintegrarono sotto i loro sguardi in una nuvola di polvere marrone rossastra lasciando solo brandelli di inutilizzabili.

Le lezioni acquisite

Le foto scattate durante l’operazione e l’analisi post-recupero indicano che la capsula si ruppe all’impatto e la pellicola si srotolò in parte anche sul fondo dell’oceano. Solo la parte superiore della capsula sembrò essere rimasta intatta.

Nonostante le tante difficoltà ed i risultati ottenuti, la missione fu considerata un successo, grazie soprattutto all’abilità dell’equipaggio.

Dai numerosi rapporti emerse che furono fatti molti errori, sia nella scelta dei mezzi di supporto che nell’organizzazione logistica, ma dobbiamo considerare che erano gli anni ’70. Localizzare un oggetto così piccolo ad una tale profondità, in un luogo così remoto ed in condizioni marine e meteorologiche difficili fu comunque un’impresa notevole. Tra le lesson learned, la CIA sottolineò: 

– la necessità di armonizzare a priori le operazioni per evitare di effettuare ricerche in posizioni errate. Ciò avrebbe consentito un uso migliore del DSV 1 già dalla prima immersione;

– le operazioni del batiscafo erano state ostacolate dalle condizioni meteorologiche per cui era necessario studiare dei metodi alternativi di supporto e recupero del mezzo per operare anche in condizioni limite;

– la lentezza di movimento del gruppo navale aveva limitato il numero di immersioni nella zona di ricerca (le navi, muovendosi a circa tre nodi, avevano bisogno di almeno tre giorni per il transito verso la zona di operazioni).

Nonostante tutto l’operazione dimostrò che era possibile eseguire il recupero di oggetti in acque profonde e le lezioni acquisite dalla USN sulle tecniche di recupero, rilevamento e navigazione subacquea, divennero poi normativa internazionale negli anni seguenti.

Una curiosità

Nonostante la segretezza dell’operazione, la notizia trapelò in parte e la rivista Undersea Technology pubblicò nel luglio 1972 un breve articolo sull’operazione di salvataggio raccontando che il Trieste II (DSV-1) aveva recuperato un “piccolo pacco elettronico” grazie alla “più grande operazione del suo genere mai realizzata con successo al mondo“. L’uscita dell’articolo sollevò naturalmente molte polemiche sulla fuga di notizie per ovvie ragioni di sicurezza.

Solo nel 2012 la documentazione segreta venne declassificata. Le immagini che abbiamo inserito fanno parte della documentazione declassificata originale.

Il Trieste II (DSV 1) nel 1972 ricevette per l’operazione un encomio di merito e rimase in servizio attivo nella flotta del Pacifico fino all’inizio degli anni ’80. Fu radiato nel 1984 e poi trasferito al U.S. Naval Undersea Museum nell’agosto 1988 per l’esposizione museale.

Per gli amanti del mare questa storia può rappresentare solo una curiosità, per altri rappresenta una storia di vita, di uomini, di sfide al limite del possibile che solo il mare può regalare.

Leggi: "Il recupero della capsula spia perduta (prima parte)"

Foto: CIA / U.S. Navy

(articolo originariamente pubblicato su https://www.ocean4future.org)

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