Il recupero della capsula spia perduta (prima parte)

(di Andrea Mucedola)
25/03/22

Qualcuno ricorderà un famoso film girato durante la guerra fredda, Ice Station Zebra, ispirato ad un romanzo del 1963 dell’autore scozzese Alistair MacLean, una storia di spionaggio di agenti americani e sovietici che gareggiano per recuperare un satellite spia schiantatosi nell’Artico. Il romanzo e il successivo adattamento cinematografico del 1968, sebbene raccontasse una storia fittizia, in realtà si ispirò ad un evento realmente accaduto, il recupero di una capsula di un satellite spia americano CORONA, caduta nei pressi di Spitzbergen, Norvegia nell’aprile 1959.

Spiare dallo spazio

In tempi in cui si parla di guerre spaziali, queste storie non sembrano così eclatanti eppure, in quegli anni caratterizzati dalla guerra fredda tra le due grandi superpotenze, le informazioni fotografiche provenienti dagli aere e satelliti spia fecero la differenza.

Tutto iniziò con la serie CORONA, una serie di satelliti spia prodotti e gestiti dalla CIA con l’assistenza dell’aeronautica militare statunitense (USAF), impiegati per la sorveglianza fotografica dell’Unione Sovietica e della Repubblica Popolare cinese in sostituzione degli aerei spia U2. Le immagini raccolte avrebbero consentito di produrre mappe di aree sensibili per il Dipartimento della Difesa, identificando aeroporti, stazioni missilistiche e forze navali e terrestre.

Al momento del rientro i preziosi rullini fotografici venivano inviati a terra in un’apposita capsula che si dirigeva verso la zona di recupero. Alla quota di 18 km entravano in azione dei paracadute per rallentarne la discesa, e la capsula veniva presa “al volo” da un aereo, tramite un apposito sistema di recupero, oppure recuperata in mare. In realtà oltre il 20% dei lanci fallirono e dei 144 satelliti, lanciati dal 1959 al 1972, solo 102 fornirono fotografie utilizzabili, anche se spesso di pessima qualità.

Hexagon

Gli sforzi di migliorare la sorveglianza dallo spazio con i satelliti portarono allo sviluppo di numerose classi di satelliti, sempre più prestanti, tra cui la KH 9 Hexagon. Con una dimensione di circa venti metri di lunghezza e oltre tre di diametro, gli Hexagon erano i più grandi satelliti spia che gli Stati Uniti avessero mai inviato nello spazio ed operarono dal 1971 all’inizio degli anni ’80.

Di fatto la serie KH-9 fu un grande passo avanti per la sorveglianza satellitare, impiegando un sistema allora molto sofisticato consistente in due fotocamere a specchio rotante Perkin-Elmer “Twister” con obiettivi da 60 pollici, in grado di funzionare singolarmente o insieme per produrre immagini stereoscopiche. Le fotocamere potevano coprire un’area di 60 gradi su ciascun lato del veicolo spaziale, consentendo di coprire un’area di 80 per 360 miglia con una risoluzione da due a sei piedi (60cm x 1,8mt).

Il KH-9 includeva normalmente quattro capsule contenenti le pellicole fotografiche (una normale ed una agli infrarossi per vedere attraverso la copertura nuvolosa).

Il progetto KH-9 fu declassificato nel settembre 2011 e, il 26 gennaio 2012, il National Museum of the United States Air Force ne espose un esemplare insieme ai suoi predecessori KH-7 e KH-8.

La prima missione KH-9

Premessa la sua storia, oggi racconterò una delle storie più sorprendenti, ora declassificata, di quegli anni, il recupero negli abissi degli oceani di una delle capsule della prima missione KH-9 Hexagon.

La prima missione Hexagon (M1201) decollò dalla base dell’USAF di Vandenberg, California, il 15 giugno 1971. Dopo aver eseguito con successo la sua prima missione furono sganciate le capsule contenenti le immagini raccolte. Una di esse, a causa di un guasto al paracadute, precipitò in mare ed affondò nell’Oceano Pacifico a 4.900 metri di profondità.

La capsula perduta

La prima missione terminò male. I piloti del 6594th Test Group della Hickam Air Force Base, Hawaii, responsabili del recupero a mezz’aria delle capsule, individuarono il primo oggetto in discesa. Non potendo recuperare la capsula, a causa del paracadute gravemente danneggiato, marcarono il punto di ammaraggio e i subacquei della marina americana riuscirono a recuperarla prima che affondasse.

Sei giorni dopo, la seconda capsula venne agganciata in aria restituendo integro il suo carico prezioso ma il 10 luglio, durante il recupero della terza capsula, si ripresentò l’inconveniente ai paracadute, in maniera ancora più grave. In pratica il paracadute principale si staccò, lasciandola precipitare ad oltre 400 piedi al secondo nell’oceano.

A causa dei problemi con i paracadute, fu deciso di alleggerire la quarta capsula del suo carico, consentendone il recupero, il 16 luglio, con un C-130. Nonostante i problemi incontrati, la prima missione Hexagon fu definita un successo straordinario in quanto risultò che le immagini contenute in una sola capsula coprivano più di due terzi di tutti i siti missilistici sovietici conosciuti.

L’operazione di salvataggio

La perdita di una capsula era però considerata un serio problema. La CIA, autorizzò l’Office of Special Projects, responsabile dei satelliti da ricognizione, ad effettuare indagini informali con la Marina sulla possibilità di recuperare l’oggetto dal fondo dell’oceano. Il 27 luglio fu effettuata una prima riunione con rappresentanti della CIA, NRO, Air Force, nonché dell’industria per formalizzare i dettagli del recupero con la marina statunitense (USN) che aveva maturato, dal 1958 al 1984, molte esperienze di lavori ad alte profondità impiegando i tre batiscafi Trieste.

Vale la pena di ricordare la loro storia

Il Trieste I era stato costruito nel 1953 dal fisico svizzero Auguste Piccard a Trieste, Italia, ed era stato poi acquistato dalla Marina degli Stati Uniti. Il battello ottenne la fama internazionale il 23 gennaio 1960 quando raggiunse il fondo della Fossa delle Marianne.

Il Trieste I (nel 1963) e il Trieste II (nel 1964) furono impiegati dalla USN per ispezionare il relitto del sottomarino a propulsione nucleare USS Thresher dopo che era affondato nell’Atlantico settentrionale il 10 aprile 1963.

Una terza versione, il Trieste (DSV-1) era stata impiegato per l’ispezione del relitto del USS Scorpion dopo che il sottomarino nucleare era affondato il 22 maggio 1968 in situazioni misteriose a più di 10.000 piedi d’acqua, a circa 400 miglia a sud-ovest delle Azzorre.

Non essendo il DSV 1 mai stato impiegato oltre la profondità di 13.000 piedi, la USN chiese di effettuare un’immersione di prova a 20.000 piedi per verificarne la possibilità di raggiungere in sicurezza quella quota di lavoro. Fondamentale sarebbe stato individuare il punto di impatto nel modo più accurato possibile e quindi valutare l’effetto delle correnti sull’oggetto tenendo conto della forma, velocità di impatto e del presunto stato della capsula dopo l’urto.

Lo studio preliminare fu assegnato ad un team guidato dal dottor Fred N. Spiess, direttore del Marine Physical Laboratory (MPL), Scripps Institute of Oceanography, con il compito di determinare il punto iniziale di ricerca per posizionare dei trasponder acustici (Deep Ocean Transponder – D.O.T.) sul fondo dell’oceano, necessari per permettere al DSV 1 di navigare all’interno dell’area di ricerca.

Un altro dubbio che emerse fu se le pellicole sarebbero state ancora utilizzabili?

La casa produttrice, la Eastman Kodak, immerse un rotolo di campione di pellicola per cinque giorni in un ambiente ad una pressione di circa 305 atmosfere e alla fine dichiarò che una parte considerevole delle immagini avrebbe potuto essere recuperabile … solo se la squadra di salvataggio fosse riuscita a mantenere la pellicola protetta e bagnata fino alla sua lavorazione.

Per impedire alla luce ambiente di rovinare la pellicola, l’operazione sarebbe dovuta avvenire di notte. Inoltre, ad una profondità inferiore a 40 metri, i sommozzatori della USN avrebbero dovuto coprire la capsula con un telo oscurante, prima di riportarla in superficie.

In sintesi l’operazione fu giudicata fattibile e costo efficace

L’assistente segretario della Marina per la Ricerca e Sviluppo, Robert A. Frosch, accordò il necessario supporto della Marina e lo Scripps rispose positivamente, specificando che il successo dell’operazione sarebbe però dipeso dalla localizzazione della capsula, cosa non garantita, a causa dell’imprecisione della posizione dello splash down.

Quanto affermato da Frosch sull’accuratezza del punto di impatto fu profetica poiché esistevano opinioni ampiamente divergenti sulla sua posizione. Ad esempio il Satellite Tracking Center aveva calcolato tre punti di splash down: un punto originale, un punto successivamente modificato a causa di un errore di calcolo e un punto finale. Sulla base di diversi input, fu definita una zona di ricerca larga 1,5 miglia e lunga 8 miglia a 350 miglia a nord delle Hawaii.

La USNS De Steiguer, una nave da ricognizione oceanografica dotata di un “pesce” rimorchiabile fino ad una profondità di oltre 20.000 piedi, sarebbe stata a disposizione del dottor Spiess dello Scripps dal 1 di ottobre per una ricerca nella zona di operazioni di dieci giorni. Il DSV 1 avrebbe potuto iniziare le operazioni di recupero dopo il 5 ottobre. Tra i tanti dubbi c’era gli esiti dell’urto della capsula contro la superficie del mare. Quali sarebbero state le condizioni della capsula? Leonard B. Molaskey, responsabile dello studio del metodo per il recupero della capsula, sollevò nuovi dubbi su che cosa avrebbero trovato sul fondo.

I piani iniziali prevedevano di attaccare un gancio con un cavo alla capsula e di trasportarla verso la superficie, ma i timori che l’acqua di mare potesse aver indebolito gli elementi strutturali indusse il gruppo a respingere quell’idea. L’approccio si orientò quindi verso un design a “benna” in modo da racchiudere in sicurezza la capsula prima di portarla in superficie...

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Foto: U.S. National Reconnaissance Office / web / U.S. Navy

(articolo originariamente pubblicato su https://www.ocean4future.org)

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