Navi troppo grandi per un paese troppo piccolo

(di Davide Merli)
12/08/22

Chiunque abbia tenuto d’occhio il rinnovo del naviglio della Marina Militare (limitando l’analisi alle "navi grigie", ossia le navi da combattimento, ed escludendo il naviglio ausiliario) non può non aver notato che a partire dal varo del Cavour (nella foto d'apertura in secondo piano), nel 2004, il dislocamento delle navi è aumentato vertiginosamente.

L’incrociatore portaeromobili Cavour, dislocante 27.000 tonnellate, andava ad affiancare il Giuseppe Garibaldi, di appena 14.000 tonnellate. I due vecchi cacciatorpediniere della classe Audace, risalenti ai primi anni ’70 e dislocanti 4.500 tonnellate circa, furono sostituiti con quelli della classe Orizzonte, di 7.000. Le di poco posteriori classi di fregate Lupo e Maestrale, di 2.500 e 3.000 tonnellate rispettivamente, sono in corso di sostituzione (alcune Maestrale sono ancora in servizio) con le Bergamini, da 6.900 tonnellate. I pattugliatori d’altura delle classi Cassiopea, Sirio e Comandanti saranno sostituiti dai Pattugliatori Polivalenti d’Altura della classe Thaon di Revel e, molto più avanti, dalle EPC (European Patrol Corvette): navi di circa 1'500 tonnellate saranno soppiantate da vascelli di 6.000 e 3.000 (valore teorico visto che le EPC sono ancora in fase di progettazione) tonnellate rispettivamente.

Per finire, i cacciatorpediniere classe Durand de la Penne da 5.400 tonnellate saranno sostituiti dai futuri DDX che, a quanto è dato sapere, dislocheranno 11.000 tonnellate. Per farla breve: tra qualche anno la Marina Militare non disporrà di nessuna nave al di sotto delle 3.000 tonnellate di dislocamento, fatta eccezione per motovedette costiere e navi d’appoggio agli incursori del COMSUBIN.

La tendenza al gigantismo è connaturata all’evoluzione della marineria: dalle triremi antiche divenute quinqueremi alle galee medioevali evolutesi in galeazze e galeoni, dai vascelli a vela con un numero sempre maggiore di ponti alle navi corazzate divenute giganti del mare come la Yamato o le Iowa, sempre, nel corso della storia, la nuova generazione di navi è stata più grande di quella precedente. Sempre. Ma tutte quante, una volta raggiunto l’apice del loro sviluppo se non prima, sono state sconfitte da mezzi più piccoli.

Nel 1588, quando l’"Invincibile Armada" di Ferdinando II di Spagna tentò di sbarcare nell’Inghilterra di Elisabetta I, i grandi galeoni spagnoli furono sconfitti (con l’aiuto delle tempeste, ovviamente) dai piccoli e agili vascelli inglesi.

Quando, alle soglie della Grande Guerra, le corazzate monocalibro divennero la spina dorsale delle grandi marine europee, furono progettare le torpediniere, piccole navi armate quasi esclusivamente di siluri, così minacciose che si dovettero inventare i cacciatorpediniere per proteggere la flotta dai loro attacchi.

Più avanti arrivarono le motosiluranti: ogni anno la Marina Militare festeggia la propria festa il 10 giugno, anniversario dell’Impresa di Premuda, quando due "gusci di noce" chiamati MAS (Motoscafi Armati Siluranti), dislocanti una trentina di tonnellate e con dieci uomini d’equipaggio, affondarono la Szent Istvan, corazzata austro-ungarica da 20.000 tonnellate e oltre mille uomini d’equipaggio.

Nel successivo conflitto, le grandi navi da battaglia furono affondate da "mezzucci" di poche tonnellate e di uno, massimo tre uomini d’equipaggio chiamati aerei: Yamato, Bismarck, Prince of Wales furono affondate (o nel caso della Bismark, condannate a morte ma non ancora finite) dagli aerei, senza contare le navi vittime della Notte di Taranto o dell’attacco a Pearl Harbour.

A dispetto di queste lezioni, il gigantismo è continuato anche nella Guerra Fredda. Per restare nell’ambito della Marina Militare, le classi di cacciatorpediniere che si sono susseguite sono state: Fante (ex-classe Fletcher statunitensi, 3.100 tonnellate), Artigliere (ex-classi Benson e Gleaves statunitensi, 2.600 tonnellate) Indomito (2.500 tonnellate), Impavido (4.000 tonnellate), infine i già citati Audace (4.500 tonnellate) e De la Penne (5.400 tonnellate).

La crescita del dislocamento, come si può notare, c’è stata, ma è stata lenta, così come lo era stata nei decenni e nei secoli precedenti. Con gli anni 2000, essa ha subito una brusca accelerata: in molti casi il salto generazionale ha comportato il raddoppio netto del tonnellaggio.

Ma perché? Alla base del gigantismo navale del passato c’era una semplice esigenza: l’aumento della potenza di fuoco. Banalmente, nave più grande voleva dire cannoni di maggior calibro (o, nelle epoche antiche, più uomini per l’abbordaggio e più massa per lo speronamento). Il principio è però venuto a cadere con l’arrivo degli aerei e, più avanti, dei missili antinave.

Nella stragrande maggioranza delle marine occidentali e non solo il missile antinave è sempre lo stesso, che sia sparato da una corvetta o da un incrociatore: Otomat, Harpoon (foto) ed Exocet sono imbarcati su qualsiasi nave sia stata pensata per il combattimento, e negli ultimi due casi una versione modificata della stessa arma è lanciata anche da aerei e sottomarini. In queste condizioni, la differenza di potenza non è più data dalle dimensioni dell’arma, ma dal numero.

Verrebbe quindi da pensare che le nostre nuove navi siano state progettate per portare una maggiore quantità di armamenti. Purtroppo, non è così, come queste tabelle di raffronto possono dimostrare. Partiamo dalle portaeromobili.

Già da questa prima tabella emerge come a un aumento del dislocamento non sia corrisposto un aumento proporzionale delle capacità belliche: il Cavour disloca quasi il doppio del Garibaldi (più del doppio se, di quest’ultimo, si considera il dislocamento prima dei lavori di ammodernamento), ma questo non vuol dire che abbia il doppio dei velivoli. Il Cavour beneficia del fatto di essere stato progettato già in partenza per operare con velivoli ad ala fissa, quindi può ospitare degli aerei allo scoperto, sul ponte di volo, oltre che nell’hangar, facendo lievitare il numero di velivoli trasportati a una trentina. Non così il Garibaldi, che nacque come portaelicotteri e fu modificato in corso d’opera, quindi la domanda sorge spontanea: e se anch’esso fosse stato progettato con gli stessi criteri? Quanti velivoli avrebbe potuto portare?

Per avere un metro di paragone, la spagnola Principe de Asturias, di poco precedente il Garibaldi e con un dislocamento di 17.000 tonnellate, era in grado di trasportare un massimo di 29 velivoli e imbarcava 4 sistemi di difesa contraerea Meroka, ma non aveva missili.

Il Cavour, con 10.000 tonnellate in più, ha un reparto di volo simile (a patto di lasciare una decina di velivoli allo scoperto), ma maggiori capacità di difesa. È chiaro che l’aumento del dislocamento non è stato sfruttato a dovere e che una nave più piccola avrebbe avuto capacità paragonabili.

Passiamo ora ai cacciatorpediniere.

Anche tenendo conto dei progressi tecnologici (come l’aumento della cadenza di tiro dei 76/62), risulta chiaro che gli Orizzonte hanno una potenza di fuoco addirittura inferiore a quella dei loro predecessori: i 76/62 sono passati da 4 a 3, il 127mm è scomparso, rendendo queste navi incapaci di effettuare il tiro controcosta. La vera novità è rappresentata dai sistemi di lancio verticale (VLS), capaci di ospitare missili antiaerei Aster 15 e 30. Di per sé queste armi sono molto più performanti dei precedenti Aspide e Standard SM-1, inoltre ve ne è un numero maggiore pronto al lancio: il Mk13 poteva lanciare un solo missile e poi doveva essere ricaricato, l’Albatros poteva lanciarne 8. Invece, i 6 moduli VLS degli Orizzonte, se utilizzati appieno, permettono di avere 48 missili pronti al lancio.

I VLS sembrano essere più ingombranti (almeno per quanto riguarda lo spazio occupato sul ponte di coperta) dei precedenti sistemi; quindi, si potrebbe pensare che l’aumento del dislocamento sia servito ad alloggiare queste armi. Vedremo più avanti come questo ragionamento sia del tutto fallace.

Proseguiamo con le fregate, usando la classe Maestrale come pietra di paragone e tenendo conto di entrambe le versioni della classe Bergamini.

Nel caso delle fregate, si può dire che la classe Bergamini abbia una potenza di fuoco pari a quella della classe Maestrale. Anche qui è da notare l’adozione dei lanciatori a celle verticali, che ha aumentato le capacità antiaeree. Tuttavia, al raddoppio del dislocamento non è corrisposto un aumento della potenza di fuoco. Anzi, la classe Bergamini è stata giudicata incapace di ricoprire contemporaneamente i ruoli di scorta antiaerea/attacco antinave e quello di scorta antisommergibile, portando alla divisione in due sottoclassi, o varianti, quasi identiche per armamento, ma con grandi differenze nel campo dell’elettronica.

Avrete notato che nella tabella delle fregate sono stati inseriti anche i PPA. Questo perché è impossibile confrontare i Thaon di Revel con i pattugliatori che andranno a sostituire: questi ultimi erano armati solo con l’artiglieria e un elicottero, mentre i PPA disporranno anche di missili antinave e antiaerei.

Di fatto, a dispetto del nome i PPA (foto) sono delle vere e proprie fregate, con una panoplia quasi identica a quella delle Bergamini in versione multiruolo (almeno nella versione Full, livello a cui possono essere portate in poco tempo anche le versioni Light e Light+).

Chiudiamo questa rassegna con un ultimissimo dato: il da poco varato Trieste dovrebbe sostituire una delle navi anfibie della classe San Giorgio.

Il Trieste, con le sue 36.000 tonnellate di dislocamento, è in grado di trasportare 605 uomini oltre al suo equipaggio, una nave della classe San Giorgio, con 8.000 tonnellate, 350.

Da questi raffronti risulta evidente che l’aumento del dislocamento non ha comportato un aumento della potenza di fuoco o della capacità di trasporto di arei e uomini.

Fa eccezione la difesa contraerea con i VLS, i quali, dicevamo, possono essere visti come una delle cause dell’aumento delle dimensioni delle navi. Ma il ragionamento non regge, in quanto navi di dimensioni simili possono portare un numero maggiore di armi.

Prendiamo in considerazione i cacciatorpediniere statunitensi classe Arleigh Burke e gli incrociatori Ticonderoga (la seconda versione, dotata di VLS) e confrontiamoli con gli italiani Orizzonte e i futuri DDX.

Tenendo conto che le navi americane sono state varate negli anni ’80, emerge di nuovo come le navi italiane non sfruttino adeguatamente le loro dimensioni.

Il quadro si fa ancora più sconfortante se vengono prese in considerazione navi molto più piccole, che sono comunque in grado di trasportare una quantità di missili pari o superiore. Basti pensare a due classi di navi israeliane, le Sa’ar 6, in corso di consegna, e le future Sa’ar 72.

Fatta eccezione per gli elicotteri e l’assenza di un cannone da 127mm capace di effettuare il tiro controcosta, è possibile notare che la classe Sa’ar 72, di appena 800 tonnellate, avrà prestazioni quasi equivalenti alla Thaon di Revel in versione Full e superiori alla versione Light, entrambe di oltre 6.000 tonnellate. Il confronto tra la classe Sa’ar 6 di 1.900 tonnellate e la classe Bergamini di 6.900 tonnellate, poi, è impietoso. A meno che le fregate Bergamini non imbarchino 16 missili Aster 30 nei primi due moduli VLS e missili leggeri in grado di essere disposti in gruppi di 4 in ogni singola cella come i CAMM o i CAMM-ER, disponendo così di altri 64 missili, le navi italiane sono surclassare da quelle israeliane con i loro 16 Barak-8 e 40 C-Dome, che ricoprono lo stesso ruolo degli Aster 30 (difesa aerea a medio/lungo raggio) e Aster 15/CAMM (difesa aerea a corto raggio) rispettivamente. E questo nonostante le navi italiane dislochino 5.000 tonnellate in più.

Per riassumere, tutto il naviglio militare varato negli ultimi vent’anni e anche quello futuro presentano dimensioni esagerate e una panoplia di armi non adeguata. E i dati che abbiamo riportato sono quelli con le navi al massimo delle loro capacità: in realtà gli Orizzonte (foto) al momento viaggiano con soli 4 moduli VLS (36 celle), le fregate Bergamini con 2 moduli (16 celle) e non sono mai state certificate per il lancio degli Otomat. Questo è un evidente errore di progettazione.

Eppure, l’errore è assolutamente voluto. La ragione sta nell’autonomia. Non tanto quella, strettamente numerica, delle miglia nautiche percorribili che, come potete vedere dalle tabelle, non variano di molto; quanto quella dell’ergonomia o, per dirla più semplicemente, della comodità. Le nuove navi offrono cabine di due persone, aumentabili a tre o quattro, anche all’ultimo dei marinai, con tutte le comodità del caso, in luogo delle "brande" e delle "cuccette" (i nomi la dicono lunga) di una volta. Anche le aree per mangiare sono cambiate: se nelle navi della Guerra Fredda i marinai mangiavano nei corridoi su tavoli a scomparsa agganciati alla parete, ora dispongono di vere e proprie mense. Queste comodità derivano, da un lato, dal fatto che ora la Forza Armata è composta da professionisti e non più da militari di leva, e quindi deve "trattare meglio" i suoi uomini; dall’altro, la Marina Militare prevede missioni più lunghe, in luoghi più lontani.

Questa tendenza è frutto della teoria del "Mediterraneo allargato", che ha spinto la Marina Militare ad aumentare il proprio raggio d’azione. Si aggiunga che per la Marina (e non solo) la parola d’ordine, negli ultimi decenni, è stata "proiezione della forza" (o della potenza, che dir si voglia), ossia (nei termini più generali possibili) la capacità di "agire" (anche con la forza) molto lontano dalle proprie basi di partenza. Anche per questo tutte le navi italiane varate nel XXI secolo state progettate già in partenza per poter portare un certo numero di fanti di marina del reggimento "San Marco" e di dispiegarlo tramite elicotteri o gommoni.

Dulcis in fundo, navi come il Cavour (foto) sono state pensate per impieghi "dual use", dedicando spazi altrimenti utilizzabili alla strumentazione per il soccorso delle popolazioni.

Tutto questo richiede, a parità di armi, equipaggio e rifornimenti imbarcati, spazi molto maggiori rispetto alle più spartane navi della Guerra Fredda, portando la Marina Militare a varare navi in grado di competere per tonnellaggio con quelle delle maggiori marine mondiali senza un aumento proporzionale delle loro capacità belliche e a perdere la capacità di far fronte al suo compito primario: la difesa delle rotte commerciali.

Come la Seconda Guerra Mondiale ha ampiamento dimostrato, la guerra navale italiana è, e sarà sempre, una guerra per le rotte commerciali. E questo richiede sì una "squadra da battaglia" in grado di mettere a segno colpi di valore strategico e difendere il Paese da similari attacchi avversari, ma anche, e soprattutto, un gran numero di unità leggere, il "naviglio sottile", economiche da costruire e da mantenere, che materialmente accompagnino i mercantili nei loro viaggi e li difendano da tutte le minacce, siano esse altre navi di superficie, aerei o sottomarini. Questo compito si è fatto ancor più complicato con la comparsa degli aeromobili e del naviglio a pilotaggio remoto, anche subacqueo. Per fronteggiare simili minacce serve una sorveglianza ravvicinata e continua, cosa che le nostre nuove navi, enormi, costose e, soprattutto, poche, non potranno garantire.

L’Italia fascista commise esattamente lo stesso errore, lasciando invecchiare il naviglio sottile (all’epoca torpediniere e cacciatorpediniere) e concentrandosi sulla produzione di grandi navi da battaglia (corazzate e incrociatori). Alla fine, l’errore fu compreso e si cercò di correre ai ripari col varo delle corvette classe Gabbiano, ma era decisamente troppo tardi. E per quanto l’allora Regia Marina abbia svolto un lavoro egregio, pagò un altissimo tributo per il suo errore strategico.

"Potenza regionale con interessi globali", questa è la definizione geostrategica dell’Italia. Per dirla semplicemente, un "Paese piccolo con grandi interessi", ma i "grandi interessi" non ci devono far dimenticare la prima parte della definizione: "potenza regionale", "Paese piccolo".

L’Italia non è gli Stati Uniti d’America, che possono operare in tutto il mondo dando per scontata (o quasi) la sicurezza delle acque di casa. In caso di conflitto "simmetrico" (e la guerra in Ucraina ha reso quantomai evidente che questo rischio esiste ancora oggi, con buona pace degli ottimisti illusi che la Storia fosse finita con la caduta del muro di Berlino) la guerra navale italiana si combatterebbe nel Mar Tirreno, nel Canale di Sicilia, forse nell’Adriatico, o tra le isole dell’Egeo, in generale nel Mediterraneo "stretto". Anche ammesso che la nostra flotta sia chiamata ad operare nell’Oceano Indiano o nel Pacifico, a farlo sarà sempre una squadra più o meno piccola che opererà in cooperazione con altre squadre alleate partendo da basi alleate.

Le navi "troppo grandi", anche quando ben progettate (cosa che quelle attuali, come abbiamo visto, non sono), ci sono utili, ma non deve essere quella la spina dorsale della nostra flotta, questo ruolo spetta alle "navi piccole".

Per concludere, cento anni fa Paolo Thaon di Revel (foto), l’ammiraglio cui è intitolato il capoclasse dei PPA, al termine della Prima Guerra Mondiale (sottolineiamo: la Prima), aveva compreso che la Marina italiana doveva essere formata da una piccola squadra da battaglia e da un gran numero di navi minori e una forte aviazione di marina, perché questo era ciò che la Grande Guerra aveva dimostrato.

Vent’anni dopo, il successivo conflitto dimostrò quanto avesse ragione.

Intendiamo aspettare il terzo fallimento o ci decidiamo a imparare dai nostri errori?

Foto: U.S. Navy / Marina Militare

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