Libia: si torna a combattere. La vera partita si gioca sul petrolio

(di Filippo Del Monte)
29/06/20

Dopo una settimana di relativa calma in Libia sono ripresi i combattimenti nell’area di Sirte tra le forze del governo di Tripoli e quelle di Tobruk. I caccia di Haftar hanno attaccato un convoglio tripolino nell’area di Al-Shueiref, zona desertica a sud-ovest di Sirte. Inoltre l’aeronautica haftariana ha colpito Sadada, ad est di Misurata, nel tentativo di bloccare l’avanzata delle forze fedeli a Sarraj.

Nel fine settimana il portavoce delle forze tripoline Mohamed Gununu aveva praticamente respinto ogni ipotesi di mediazione avanzata da varie parti bollandole come “inaccettabili” vista la “presenza di mercenari russi, siriani ed africani” a Sirte. L’abbandono completo dell’ultimo lembo di Tripolitania da parte di Haftar è la conditio sine qua non l’esecutivo di Tripoli – e con esso la Turchia – sarebbe disposto ad aprire una nuova fase di colloqui ma senza dialogare con il maresciallo di Libia o con le personalità a lui maggiormente legate. Secondo Gununu non si può parlare di cessate-il-fuoco fintanto che i giacimenti e gli impianti di raffinazione della “mezzaluna petrolifera” siano sotto il controllo “dei golpisti libici” e del “criminale di guerra” Haftar con il sostegno di potenze straniere come Egitto, Russia ed Emirati Arabi Uniti.

Mentre Tripoli porta avanti la sua offensiva militare e politico-mediatica, Haftar appare sempre più in difficoltà; due sono stati gli episodi che hanno duramente colpito l’immagine dell’ex uomo forte della Cirenaica in questi giorni: l’arresto da parte del governo sudanese di 122 persone fermate al confine con la Libia ed assoldate da Tobruk come mercenari e l’inchiesta aperta dalla Corte Penale Internazionale dopo il ritrovamento di 11 fosse comuni a Tarhuna, in Tripolitania, cui va ad aggiungersi l’accusa di pulizia etnica mossa contro Haftar dei Tebu del Fezzan.

Haftar si è incontrato a Bengasi con il primo ministro cirenaico Al-Thani e con il ministro degli Esteri Al-Hawij per ideare una valida exit strategy ma senza apparenti risultati degni di nota visto il ripetersi di appelli ad avviare una fase di dialogo che non fanno altro che evidenziare quanto ormai l’immagine del maresciallo sia deteriorata e le difficoltà cui, dopo le sconfitte subite, sta andando incontro il blocco composito che fa riferimento a Tobruk e Bengasi.

A tal proposito le ultime dichiarazioni del presidente egiziano al-Sisi, uno dei principali sponsor di Tobruk, fanno pensare proprio ad una “presa di coscienza” da parte del Cairo sulla debolezza politica e militare di Haftar e della Cirenaica. L’Egitto ha interessi da difendere, punta alla spartizione della Libia e sta lanciando messaggi ad Ankara per trovare una soluzione negoziale mettendo in mostra il suo potenziale militare secondo i canoni della “manovra Qader 2020”.

In Libia si gioca una difficile partita per il controllo dei pozzi petroliferi e la loro riapertura che, se in Tripolitania è già avvenuta dopo la liberazione del territorio, in Cirenaica è lungi dal divenire visto che il blocco della produzione e del commercio di oro nero garantisce ad Haftar un potenziale di ricatto molto forte e resta, ad oggi, una delle poche carte ancora in mano al maresciallo per garantire attualmente la sua posizione e, per un domani sempre più prossimo, una degna buonuscita. Il presidente della National Oil Company (NOC) Mustafa Sanalla ha come obiettivo prioritario proprio la riapertura dei pozzi cirenaici chiusi dal 17 gennaio scorso e che hanno portato ad una perdita complessiva di 8 miliardi di dollari per le casse libiche; senza contare che Sanalla è uno dei principali sostenitori dell’arrivo di tecnici stranieri nel Paese per i lavori di riabilitazione degli oleodotti sabotati dalle milizie haftariane o mercenarie al soldo di Tobruk nel corso del conflitto.

Notizia questa particolarmente interessante perché evidenzia come un ente di primo piano per la politica estera ed economica libica come la NOC sia più disponibile al dialogo con altre potenze rispetto al governo di Tripoli, da cui dipende, ormai appiattito sulle posizioni di Erdogan. Una occasione da sfruttare per chi saprà cogliere l’attimo e soprattutto avrà la volontà politica per farlo, a Roma si prenda nota.

Né la soluzione politica “semplice” prospettata da Conte né l’opera di sminamento dei sobborghi di Tripoli condotta dai nostri genieri possono fungere da politiche attive e volte a garantire gli interessi nazionali in Libia. La questione petrolifera è quella su cui puntare risorse – anche militari se necessario – per l’Italia.

Foto: Anadolu