La NATO deve migliorare la difesa da future minacce biologiche

(di Maurizio Geri)
01/04/20

La NATO è ancora impreparata alle minacce biologiche e i rischi futuri potrebbere essere molto più gravi di questa pandemia. Le minacce biologiche future, naturali come quella attuale o anche artificiali nel caso di un attacco predeterminato, saranno sempre più veloci, dirompenti e senza confini. Come recentemente argomentato dall’ammiraglio Stavridis, ex Suprema Allied Commander Transformation della NATO: c’è bisogno di un war plan per il futuro. E va iniziato subito.

L’Italia dovrebbe essere in prima linea su questo, non solo perché è stata il primo Alleato ad essere attaccata dall’epidemia, ma perché il Mediterraneo e la regione MENA (Middle East and North Africa, ndr) a Sud dell’Alleanza è molto fragile rispetto a questi rischi, date le dinamiche complesse di conflitti, crisi economiche, fragilità istituzionali, e sfide sociali. La NATO infatti ha aperto proprio in Italia già due anni fa la Strategic Direction South, un comando per l’analisi dei problemi di sicurezza nella perifieria Sud dell’Alleanza. Inoltre, nel mondo che cambia, soprattutto a livello ambientale e climatico, questo genere di crisi possono diventare sempre più frequenti. Quindi prima si pensa alla trasformazione dell’Alleanza per difedersi da minacce globali e invisibili e meglio è.

Come detto in un mio articolo precedente, la NATO dovrebbe svolgere quattro ruoli principali: un’azione di coordinamento per la difesa comune; una maggiore cooperazione fra il mondo civile e quello militare; un ruolo decisivo di surveillance; e infine una difesa da attacchi ibridi, cibernetici e informatici di attori non statali o dalle dittature che competono sullo scacchiere mondiale. In questo articolo analizziamo invece nello specifico come migliorare gli strumenti che la NATO ha per la difesa da minacce biologiche, che sembrano le più impellenti fra le minacce CBRN (Chimica, Biologica, Radiologica o Nucleare).

Gli alleati investono già risorse in capacità militari che vanno dalla ricognizione alla previsione, protezione e decontaminazione da CBRN. Inoltre la NATO ha adottato nel 1999 una Weapons of Mass Destruction Initiative (WMDI), per un approccio politico-militare comprensivo in caso di attacco CBRN. Per questo l’Alleanza ha già una Task Force “Combined Joint CBRN Defence” (con un battaglione multinazionale), un Centro di Ecccellenza “Joint CBRN Defence” e un “Joint CBRN Defence Capability Development Group”. Oggi però è arrivato il momento di aggiornare questa iniziative e fare una salto di qualità.

Ma come migliorare questi strumenti che la NATO ha per difendersi da minacce biologiche? Qui elenchiamo quattro punti specifici:

1) La NATO dovrebbe innanzitutto sviluppare maggiori capacità necessarie per la difesa CBRN. Queste non comprendono solo quelle militari ma anche quelle civili, per esempio i programmi di vaccinazione e di decontaminazione delle aree infettate, così come è necessario modificare la dottrina esistente basata sull'adozione di queste nuove capacità. Questo significa anche creare chiari documenti di standardizzazione, dagli standard per la ricognizione sui contagi alla regolamentazione per ridurre gli spostamenti di truppe ed evitare il diffondersi della malattia causata dall’attacco biologico. Si potrebbero condurre esercizi e simulazioni, non solo nei propri paesi ma anche nei paesi partner, con i programmi di Sicurezza Cooperativa, in particolare con il Programma di Scienze per la Pace e la Sicurezza già attivo.

2) La NATO dovrebbe usare meglio i suoi team e centri dedicati alla protezione della salute e alla protezione dei civili in casi di emergenza. Oltre a quelli menzionati, prima di tuttto il “CBRN Medical Working Group”, stabilito sotto il COMEDS (Chiefs of Military Medical Services) come un gruppo responsabile per la standardizzazione di tutte le attività NATO legate alla protezione della salute; il “Civil Emergency Planning Committee”; la “NATO Research and Technology Organisation”; e l’“Euro-Atlantic Disaster Response Coordination Centre” (EADRCC), di cui la Spagna aveva chiesto l’attivazione con questa crisi. Sotto gli auspici di questi centri gli Alleati hanno dal 1998 organizzato un’inventario di capacità militari e civili che possono essere usate per i paesi in difficoltà o sotto attacco. In questo senso la NATO dovrebbe usare di più anche il suo Comando di Trasformazione Strategica a Norfolk, in VA, dove viene fatto periodicamente lo Strategic Foresight Analysis report per l’alleanza, seguito dal Future Framework for Alliance Operations. Questi strumenti dovrebbero essere la base per fare piani dettagliati su possibili futuri rischi e soprattutto preparare l’Alleanza cominciando da esercitazioni che simulano ambienti contaminati o usando big data analysis per previsioni più dettagliate.

3) La NATO dovrebbe aumentare la cooperazione all’interno delle sue strutture fra mondo civile e militare e anche con altri attori internazionali. Ci dovrebbe essere maggior cooperazione innanzitutto fra l’intelligence NATO e la comunità di scienziati che lavorano su salute pubblica e globale, ma anche con la comunità scientifica e tecnologica e il settore privato che si occupa di produrre materiale medico necessario per le pandemie. Recentemente per esempio, nella crisi del COVID-19, l’Agenzia NATO per il Supporto e l’Approvvigionamento (NSPA) ha collaborato con una start-up Italiana, per produrre maschere per respiratori con stampanti 3D. La NATO poi dovrebbe promuovere la cooperazione regionale e l’interoperabilità; aumentare la sua cooperazione anche con l’UE e con UN o WHO, in modo da avere già modelli di azione cooperativa pronti in caso di esplosione di epidemie.

4) La NATO dovrebbe infine aggiornare la sua difesa cyber ed AI. Le due minacce infatti, qualla biologica e quella cyber/AI, saranno sempre più collegate. Con il lockdown le nostre società diventano molto più fragili ad attacchi informatici, con le quarantene per esempio tutte le persone vivranno e lavoreranno da casa con una necessità di servizi online sempre attivi. Un cyberattack che bloccasse tutti le funzioni internet in fasi di epidemie sarebbe uno shock devastante. Ma soprattutto l’Alleanza dovrebbe sviluppare di molto la sua Intelligenza Artificiale, dato che l’era di AI è già iniziata e potrebbe mettere a rischio le capacità della comunità scientifica o dei governi stessi di difendersi dal virus. Sviluppando l’Artificial Intelligence sia con biotecnologie che tecnologie informatiche, la NATO deve arrivare ad essere fra i primi nella creazioni di strumenti bio-informatici che possano non solo tracciare i virus nelle persone ma aiutarle a combatterli con le nanotecnologie appena i vaccini o gli antivirali saranno a disposizione. Questo rappresenterà forse anche un tipping point per la nostra umanità, dato che, come affermano alcuni intellettuali come Yuval Harari, stiamo attraversando una transizione da Homo Sapiens a un altro tipo di specie.

Insomma c’è bisogno di una agenda strategica proattiva per questa nuova era di incertezze, non solo di reazioni immediate che si concentrino sul “qui e ora”: ci sarà bisogno di un “piano A” e molti altri “piani B” e di una strategia efficiente e sostenibile nel tempo. Potremmo dire che, guardando al buon senso, la NATO dovrebbe usare di più i principi presenti nelle forze armate, in particolare l’aeronautica: l’affidabilità (cioè la capacità di funzionare efficacemente nel tempo) e la ridondanza (cioè l’avere sempre un secondo mezzo o sistema per sopperire se il primo si guasta). Non c’è tempo da perdere.

Foto: NATO / FabFactory