“Il ponte sul fiume Kwai” 2.0 e la mistificazione del terrorismo

(di Nicola Cristadoro)
25/10/22

L’evoluzione nelle modalità del conflitto e la conseguente agenda della propaganda che ne sostiene le ragioni dell’una e dell’altra che si fronteggiano, hanno ingenerato ulteriore confusione in un quadro di situazione già abbastanza complesso.

Mi riferisco, segnatamente, all’uso improprio del termine “terrorismo” in relazione a quelli che sono comuni atti di guerra; che siano da attribuire a formazioni regolari o irregolari, poco importa.

Le definizioni di terrorismo sono molteplici e una codificazione univoca che tenda a definirlo a livello globale è pressoché impossibile, a causa delle profonde differenze culturali che esistono tra gli stati. Addirittura assistiamo al paradosso che, nei paesi dove il mancato rispetto dei diritti umani è largamente diffuso, gli atti terroristici sono percepiti dai regimi al governo alla stregua di una indesiderabile forma di opposizione all’autorità.

Fatta questa premessa, dato il contesto eminentemente militare in cui sono stati condotti gli attacchi alle persone e alle infrastrutture che hanno indotto ora i Russi, ora gli Ucraini ad indicarli come “terrorismo”, voglio cominciare dalla definizione che viene data al terrorismo in ambito Nato:

L'uso illegale o la minaccia dell’uso della forza o della violenza, per instillare paura e terrore, contro individui o proprietà, nel tentativo di costringere o intimidire governi o società o per ottenere il controllo su una popolazione, per raggiungere obiettivi politici, religiosi o ideologici.”1

In mancanza di una definizione formulata espressamente in ambito militare, per par condicio e, soprattutto, per il coinvolgimento diretto nei fatti che prenderò in esame, ritengo di riportare il concetto di “terrorismo” così come espresso dalla Duma della Federazione Russa:

Secondo la Legge sulla lotta al terrorismo, "il terrorismo è un'ideologia di violenza e la pratica di influenzare il processo decisionale delle autorità statali, dei governi locali o delle organizzazioni internazionali associata all'intimidazione della popolazione e/o ad altre forme di violenza illegale"2

Un’altra definizione del fenomeno data dal sistema russo sotto il profilo legislativo, è la seguente:

L’esecuzione di un attentato (lett. “un'esplosione”, n.d.a.), di un incendio doloso o di altri atti che intimidiscano la popolazione e mettano a repentaglio la vita delle persone, che provochino ingenti danni materiali o altre gravi conseguenze, al fine di destabilizzare le attività delle autorità pubbliche o delle organizzazioni internazionali o di influenzare il loro processo decisionale, o la minaccia di commettere tali atti al fine di influenzare il processo decisionale delle autorità pubbliche o delle organizzazioni internazionali.3

Prima di entrare nel merito degli argomenti oggetto di questa trattazione, è necessario dare ancora qualche indicazione terminologica, come la definizione di “guerriglia”:

Operazioni militari o paramilitari condotte in un territorio ostile e/o sotto il controllo del nemico, prevalentemente da forze irregolari locali.4

Per chiudere il discorso a livello puramente concettuale, va detto che il terrorismo differisce dalla guerriglia in quanto, rappresenta una linea d’azione secondaria o complementare della “sovversione” e, inoltre, a differenza della sovversione, necessita di un minore supporto da parte della popolazione.

Per comprendere questo concetto, spostiamo l’attenzione su un contesto storico-sociale completamente diverso da quello in esame, ma che offre un esempio abbastanza chiaro di quanto detto. Mi riferisco agli “anni di piombo” vissuti in Italia dagli inizi degli anni ’70 fino alla metà degli anni ’80 del secolo scorso, così definiti a causa dei numerosi attentati commessi dalle altrettanto numerose organizzazioni terroristiche sia sul fronte della “sovversione”, segnatamente di sinistra, sia su quello dell’“eversione”, di matrice neofascista.

Se consideriamo, ad esempio, organizzazioni come Potere Operaio e la sua evoluzione in Autonomia Operaia siamo nell’ambito della “sovversione”, siamo cioè a un livello di attività teoretico-concettuale svolta in opposizione ad un sistema costituito fondante uno Stato, con l’apporto di un sostegno da parte di forze esogene allo Stato stesso, in questo caso il Partito Comunista sovietico. Diverso è il discorso se parliamo di Brigate Rosse, Nuclei Armati Proletari o Proletari Armati per il Comunismo, questi ultimi creati proprio da fuoriusciti da Autonomia Operaia che scelsero di passare alla lotta armata; in questo caso siamo di fronte a vere e proprie organizzazioni terroristiche.

Nell’ambito dell’“eversione” – attività mirata a “sovvertire” le istituzioni di uno Stato con il supporto di forze endogene ad uno Stato di cui, però, non condividono la linea politica - faccio l’esempio di Terza Posizione, organizzazione indicata come l’area politico-ideologica della “nuova destra eversiva”, unitamente al gruppo denominato Costruiamo l’Azione. Il movimento venne costituito a Roma negli anni 1978-79, qualificandosi come organizzazione dai confini volutamente indefiniti, assimilabile – sebbene con dimensioni inferiori – ad Autonomia Operaia. L'approccio teorico era “rivoluzionario” e proprio del radicalismo di destra ed era volto a sovvertire il vigente assetto costituzionale e a conquistare il potere mediante la creazione di un proprio modello di stato, (né marxista né capitalista; da qui il nome di Terza Posizione) attraverso una rivoluzione di popolo da attuarsi gradualmente e preparata dalle “avanguardie”, le quali dovevano costituire all’interno delle scuole, dei quartieri, delle fabbriche e delle campagne, le strutture opportune per educare il popolo e condurlo alla rivoluzione. Questo, almeno, nell’idea della compagine politica che contraddistingueva il gruppo rispetto ad altri orientati marcatamente all’azione terroristica, quali Ordine Nuovo, le Squadre di Azione Mussolini (attive nella prima metà dei ’70) e, soprattutto, i Nuclei Armati Rivoluzionari, nei quali confluirono i militanti di Terza Posizione anch’essi bramosi di essere meno teorici e più (c)attivi come i loro omologhi di sinistra.

Il “carburante” del terrorismo, dunque, è costituito dalle emozioni che riesce a suscitare: sorpresa, incredulità, angoscia, stanchezza. Il terrorismo tende a esaltare l’effetto psicologico sortito sulla popolazione–obiettivo, con un favorevole rapporto costo/efficacia.

Fatta questa serie di premesse, vediamo se una certa tipologia di azioni compiute sia dagli Ucraini, sia dai Russi nel mese di ottobre 2022 ed indicate dagli uni o dagli altri come “atti terroristici” commessi dall’avversario, siano da considerarsi veramente tali o se, piuttosto, non siamo in presenza di un uso improprio del termine “terrorismo” da parte di entrambe le parti. Parlare di terrorismo, d’altronde, evoca sempre situazioni esecrabili e, in virtù di quanto detto in merito all’impatto emotivo che questa modalità di aggressione sortisce, rappresenta sempre uno strumento oltremodo efficace nelle attività della propaganda.

Cominciamo con i danni arrecati al ponte di Kerč' (foto apertura), infrastruttura di altissimo valore simbolico per Mosca, che unisce la penisola di Taman', nel territorio di Krasnodar (Russia), con la penisola di Kerč' in Crimea.

Il ponte di Kerč', lungo quasi 19 chilometri, è stato inaugurato personalmente da Putin con grande clamore nel 2018, dopo che Mosca si era impossessata della penisola nel 2014. All'epoca la costruzione del ponte era stata definita illegale sia da Kiev, sia dai suoi sostenitori occidentali. Dall'inizio della guerra del Cremlino contro l'Ucraina, il ponte ha avuto un'importanza cruciale per il trasferimento di uomini, armi e carburante alle unità russe che combattono nell'Ucraina meridionale. Il ponte è anche un'arteria vitale per il porto di Sebastopoli, dove ha sede la flotta russa del Mar Nero.

L’8 ottobre un’esplosione, nella quale sarebbero rimaste uccise tre persone, ha causato il crollo parziale di due campate. Secondo i media russi, il Comitato Nazionale Antiterrorismo - non un pool investigativo qualsiasi - ha dichiarato che sul ponte è stato fatto saltare un camion carico di esplosivo. Due giorni dopo, il presidente Putin ha accusato l'Ucraina di aver orchestrato quello che ha definito un attacco terroristico su un’infrastruttura-chiave che collega la Russia alla Crimea e il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza, Dmitry Medvedev, ha rincarato la dose, affermando che la Russia dovrebbe “distruggere i terroristi” responsabili dell'attacco:

Questo è un attacco terroristico e un sabotaggio commesso dal regime criminale di Kiev, non ci sono dubbi e non ci sono mai stati, ha detto Medvedev. Secondo lui, la risposta della Russia a questo crimine non può che essere la distruzione diretta dei terroristi, come è consuetudine nel mondo. Ha aggiunto che questo è ciò che si aspettano i cittadini russi.

L'esplosione sul ponte di Crimea è stato un atto di terrorismo organizzato dai servizi speciali ucraini. Il presidente russo Vladimir Putin ne è stato informato dal capo del Comitato investigativo, Aleksandr Bastrykin. Il capo del Comitato investigativo ha dichiarato che, secondo lui è ravvisabile un caso ai sensi della parte 2^ dell'articolo 205 'Terrorismo', come confermato dai dati della fase iniziale dell'indagine.5

Un altro esempio:

Per Putin, se Kiev continuerà a compiere attacchi terroristici sul suolo russo, la risposta sarà ancora più dura. Questi bombardamenti sono solo un 'primo episodio' di rappresaglia, ha rincarato il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev, chiedendo il 'totale smantellamento' del potere politico ucraino. E intanto, in un crescendo continuo di tensione, dopo il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream, Gazprom ha annunciato di avervi trovato nel 2015 congegni esplosivi riconducibili alla Nato.6

Al di là del valore simbolico, in uno scenario operativo quale è quello ucraino, da un punto di vista militare il ponte rappresenta uno straordinario k-terrain, cioè un elemento del terreno il cui possesso conferisce un marcato vantaggio e a chi lo detiene che, pertanto, deve essere difeso contro chi ha tutto l’interesse a conquistarlo a sua volta o, altrimenti a distruggerlo. Ecco, allora, che trovo condivisibile la definizione di “sabotaggio”, mentre ho delle forti riserve su quella di “terrorismo”.

Per quanto la narrativa russa si sforzi di ricondurre l’impiego del camion-bomba alle situazioni prefigurate nell’articolo 205 del Codice Penale russo, non siamo assolutamente nella logica di influenzare o destabilizzare la volontà di un governo o di organizzazioni internazionali; siamo in presenza di un normalissimo atto di guerra, ancorché condotto con procedure asimmetriche - cioè non da forze regolari - come è prassi nella guerra ibrida, di cui anche i Russi sono profondi conoscitori ed estimatori. Anzi, è andata ancora bene che gli attaccanti non abbiano scelto di causare l’esplosione durante il transito di un convoglio nemico, scelta assolutamente razionale in una logica di guerra. Inoltre, non dimentichiamo che, di fatto, la Crimea non è territorio russo, come non lo sono le altre province arbitrariamente annesse dal Cremlino. L’Ucraina, dunque, combatte sul proprio territorio e non vuole destabilizzare proprio nessun governo. L'Ucraina ha ottenuto un successo fulmineo con la sua offensiva nel nord-est, ma la sua spinta nel sud per eliminare un punto d'appoggio russo sulla sponda occidentale del fiume Dnipro è stata meno rapida. Anche lì ci sono ponti che possono suscitare un certo, letale, interesse.

Riguardo ai congegni esplosivi riconducibili alla Nato e trovati nel 2015, viene da chiedersi se coloro che rilasciano siffatte dichiarazioni riflettono sui contenuti di quanto affermano. Cosa vuol dire “riconducibili alla Nato”? Quale sarebbe l’elemento distintivo che indurrebbe a prefigurare una attività “bombarola” para-terroristica genericamente attribuibile alla Nato? E la tempistica poi… Qualcuno scopre gli ordigni nel 2015 e rivela un complotto terroristico ai danni di Gazprom, guarda caso, proprio ora che il gas è diventato strumento di ricatto economico a livello planetario e, in questo frangente, sì sono stati realmente compiuti degli attentati al gasdotto? Inoltre, sono anche mutate le condizioni in cui ciò si è verificato e il quadro di situazione bellico configura anche questi attacchi come atti di guerra e non terroristici, paradossalmente e secondo una certa logica attribuibili ai Russi stessi, nell’intento di danneggiare l’economia dell’Unione Europea (soprattutto tedesca).

Anche sul fronte opposto, peraltro, si ricerca l’effetto emotivo attraverso l’uso improprio del termine “terrorismo”:

Una dopo l'altra, la vendetta di Vladimir Putin per l'attacco al ponte di Crimea si abbatte sulle città dell'Ucraina. … 'Si tratta del secondo attacco missilistico massiccio dopo il 24 febbraio e, probabilmente, del più grande bombardamento della storia in termini di infrastrutture energetiche importanti. Ora può essere chiamato terrorismo energetico, una continuazione del terrorismo nucleare e mi riferisco alla centrale di Zaporizhzhia, continuamente bombardata dai russi, ha detto il ministro degli Interni ucraino, Denys Monastyrskyi.7

E ancora:

Un altro tipo di attacchi terroristici russi: prendere di mira le infrastrutture energetiche e critiche. Dal 10 ottobre, il 30% delle centrali elettriche ucraine è stato distrutto, causando massicci blackout in tutto il Paese. Non c'è più spazio per i negoziati con il regime di Putin, afferma Zelensky.8

A parte la curiosa definizione di “terrorismo energetico” che si presta a interessanti approfondimenti per l’apertura di nuove prospettive in materia di guerra ibrida - potremmo definire il “terrorismo energetico” una linea d’azione peculiare della economic warfare – in realtà siamo in presenza di normali atti di guerra, con l’attacco ad infrastrutture che ricadono sempre nella categoria dei k-terrain.

Detto ciò, non significa che gli attacchi indiscriminati condotti dalle forze russe sui centri abitati ucraini non siano inquadrabili come crimini di guerra, ai sensi del diritto bellico internazionale. “Crimini di guerra”, appunto, ma non “terrorismo”.

Per onestà intellettuale, tuttavia, corre l’obbligo di sottolineare come, sovente, attraverso la storia delle operazioni militari, le stragi di civili o la distruzione di infrastrutture vitali per la sopravvivenza delle popolazioni siano stati liquidati come “effetti collaterali” e messi in conto da parte dei vincitori come eventi ineluttabili. A tale proposito, mi sono sempre chiesto come avrebbe dovuto essere contestualizzato un tragico episodio risalente alla 2^ Guerra Mondiale e per me emblematico della “banalizzazione” del male, senza scomodare la profondità dell’opera di Hannah Arendt.

La strada che conduceva a casa dei miei nonni attraversava il quartiere di Gorla, a Milano. Una volta mio padre mi raccontò delle “bombe sganciate dagli americani sul quartiere, che colpirono una scuola elementare e uccisero molti bambini”. Questa era la semplicità della sua narrativa di un uomo che si rivolgeva al figlio piccolo cercando di fargli capire che nella vita potevano accadere cose molto brutte, senza traumatizzarlo. Si trattava della scuola elementare “Francesco Crispi”, dove persero la vita 184 bambini, 14 maestre, 4 bidelli e 1 assistente sanitaria, quando nell’ottobre del 1944 una delle bombe, sganciate con l’intento di colpire le fabbriche Breda, Alfa Romeo e Isotta Fraschini, cadde sulla scuola, provocando la strage. All’epoca non c’erano “bombe intelligenti” e, a quanto pare, anche non tutti i piloti degli aerei lo erano. Come dicevo, si trattava di “effetti collaterali” e, probabilmente, se gli Alleati avessero perso la guerra, qualcuno forse avrebbe dovuto risponderne, ma non come responsabile di atti terroristici ai danni della popolazione, bensì come crimine di guerra.

Certamente è un crimine di guerra l’omicidio del direttore della Filarmonica di Kherson Yuriy Kerpatenko, ucciso da soldati russi nella sua abitazione per essersi rifiutato di esibirsi in un concerto organizzato dalle forze di occupazione. Ma non è terrorismo. Diversamente, se un fanatico filorusso, che indossi un’uniforme o meno, collocasse un ordigno o si facesse esplodere nella metropolitana di Kiev stipata di gente al riparo dalle bombe (che macabra, ironica sorte!) o tra le persone in fila per comprare generi alimentari in un supermercato di Kherson, allora si tratterebbe di terrorismo, ma non a scopo sovversivo, bensì nel quadro di quelle procedure di ibridizzazione della guerra contemporanea di cui anche il terrorismo può essere espressione.

Non è neppure terroristico il gesto compiuto da tre reclute musulmane di etnia tagika nella caserma di Belgorod, centro di addestramento ove confluiscono molti dei soldati richiamati in servizio con la “mobilitazione parziale” voluta da Putin per ripianare le numerose perdite subite dalle forze russe nei combattimenti. Ricordiamo brevemente l’accaduto: al rifiuto dei tre Tagiki di addestrarsi per combattere una guerra di cui non condividevano le ragioni, è seguito un diverbio con il comandante della base, il colonnello Andrei Lapin, sul significato del jihad, con una drammatica deriva degli eventi. In breve, il colonnello avrebbe asserito che quella contro l’ucraina è una “guerra santa” a tutti gli effetti e i Tagiki avrebbero replicato che la “guerra santa” è una sola e si fa in nome di Allah contro gli infedeli; il dibattito sarebbe stato troncato dall’Ufficiale russo con la lapidaria sentenza: “Allora questo Allah deve essere un codardo se non vi permette di combattere per un Paese al quale avete fatto un giuramento di fedeltà.9 Parole che devono essere risuonate vagamente offensive all’udito dei tre riservisti che, trovatisi in poligono per le esercitazioni di tiro, hanno invitato le reclute musulmane ad allontanarsi dal resto del gruppo in cui erano inserite ed hanno aperto il fuoco uccidendo undici soldati (compreso il comandante dalla base), secondo quanto riferito dalla Tass. Immediatamente il pensiero evoca lo spettro del radicalismo islamico come ragione fondante il fatto di sangue, in realtà si è trattato “banalmente” di una definitiva replica, incisiva e perentoria, per lavare l’onta subita.

Arriviamo al 23 ottobre, quando sul versante russo vengono immediatamente alla ribalta le accuse mosse dal Ministro della Difesa Šojgu che ha dichiarato il timore dell’utilizzo di una “bomba sporca” da parte degli Ucraini contro le truppe russe:

Il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu ha avuto oggi contatti telefonici con gli omologhi di Francia, Regno Unito, Usa e Turchia. Con Sébastien Lecornu, Ben Wallace, Lloyd Austin e Hulusi Aka. Il tema in cima alla sua agenda è il timore che l’Ucraina possa lanciare 'possibili provocazioni militari' usando una 'bomba sporca', si legge nella nota del ministero di Mosca.10

Assistiamo allo sfruttamento di uno stereotipo caratteristico delle forme di minaccia terroristica post-Guerra Fredda - da quando, cioè, sul mercato clandestino degli armamenti si sono rese disponibili anche le componenti per le testate nucleari –, mirato al rovesciamento di una narrativa che finora ha sistematicamente indicato nei Russi i possibili artefici di un attacco con armi atomiche. Ancora una volta siamo in presenza di una campagna di info-ops che vede il Cremlino impegnato nel tentativo di ridimensionare agli occhi della Comunità Internazionale la propria immagine, deteriorata anche dai sempre più frequenti discorsi che dipingono la Russia come il Leviatano dell’olocausto nucleare. Cercare, però, di passare per vittime di un’Ucraina malvagia ed incosciente sembra decisamente eccessivo e, sinceramente, piuttosto ridicolo.

Voglio chiudere queste riflessioni con una nota di colore, citando il film The Peacemaker, che narra proprio una vicenda di fantasia, relativa al furto di testate nucleari MIRV da parte di ufficiali russi corrotti, allo scopo di venderle ad organizzazioni terroristiche. Un eroico George Clooney affiancato da un’affascinante Nicole Kidman (e poteva essere diversamente?) sconfiggono il male, soprattutto impedendo al personaggio del nazionalista serbo Dušan Gavrić, di far esplodere l’ordigno di cui è in possesso nel centro di New York. Sembra che in origine per il ruolo di Dušan Gavrić siano stati contattati gli attori serbi Predrag Manojlovic, Lazar Ristovski e Dragan Nikolic che, tuttavia, hanno tutti rifiutato la parte. Passare da terroristi non piace a nessuno, nemmeno a quelli che lo sono davvero e che, proprio per questo, di volta in volta si autodefiniscono “martiri”, combattenti per la libertà”, “prigionieri politici” … a seconda delle coordinate geografiche, delle epoche storiche e, soprattutto, degli atti con cui declinano le loro devastanti imprese.

1 AAP-06, Nato glossary of terms and definitions, Edition 2021.

2 Duma di Stato dell’Assemblea Federale della Federazione Russa, Какие законы способствуют борьбе с терроризмом (Quali leggi contribuiscono alla lotta contro il terrorismo), 03/09/2020. http://duma.gov.ru/news/49398/

3 “Уголовный кодекс Российской Федерации” от 13.06.1996 N 63-ФЗ (ред. от 24.09.2022), УК РФ Глава 24. ПРЕСТУПЛЕНИЯ ПРОТИВ ОБЩЕСТВЕННОЙ БЕЗОПАСНОСТИ, Статья 205. Террористический акт. (“Codice penale della Federazione Russa” del 13.06.1996 N 63-FZ (modificato il 24.09.2022), CC RF Capitolo 24. REATI CONTRO LA PUBBLICA SICUREZZA, Articolo 205. Atto terroristico).

4 AAP-06, ibid.

5 Y. Ryabinina, Медведев: Ответом на теракт на Крымском мосту может быть только уничтожение террористов “Medvedev: La risposta all'attacco terroristico al ponte di Crimea non può che essere la distruzione dei terroristi”, Tass, 10/10/2022. https://rg.ru/2022/10/10/reg-ufo/medvedev-otvetom-na-terakt-na-krymskom-...

6La vendetta di Putin, missili su Kiev e tutta l’Ucraina, ANSA, 11/10/2022.

7Ibid..

8Kiev, dal 10/10 distrutto 30% centrali elettriche ucraine, ANSA, 18/10/2022.

9D. Raineri Russia, a Belgorod strage di soldati in caserma: la mobilitazione di Putin scatena l’odio etnico, La Repubblica, 17/10/2022.

10G. Carrer, "Fermate Kiev, hanno la bomba sporca". Shoigu telefona a Francia, Regno Unito, Usa e Turchia, Huffpost, 23/10/2022. https://www.huffingtonpost.it/esteri/2022/10/23/news/fermate_kiev_hanno_...

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