I nuovi equilibri dell’Indo-Pacifico

(di Tiziano Ciocchetti)
06/08/22

Mentre l’Europa è concentrata sulla guerra in Ucraina, in questi giorni, la tensione scaturita dalla visita ufficiale della Speaker della Camera Nancy Pelosi a Taipei, e fermamente condannata da Pechino, rimette al centro degli interessi globali l’area Indo-Pacifica.

La Russia osserva con attenzione il salire della tensione tra gli Stati Uniti e la Cina su Taiwan. Mosca non sembra pronta a buttarsi nella mischia. D’altronde non è stata coinvolta in nessuna delle precedenti crisi Cina-Taiwan, nonostante la “fratellanza ideologica” con il regime di Pechino. Il Cremlino, ovviamente, desidera che la questione di Taiwan si aggravi in modo da distogliere l'attenzione immediata dall'Ucraina.

Gli Stati Uniti sono una superpotenza indo-pacifica, la U.S. Navy può disporre di 11 portaerei a propulsione nucleare, a cui vanno aggiunte le unità di scorta (tra cui anche sottomarini lanciamissili balistici). La Cina al momento dispone di sole due portaerei operative (Shandong e Liaoning) a propulsione convenzionale.

Tuttavia c’è un’altra superpotenza nella regione che ha un forte interesse a limitare l’espansionismo di Pechino: l’India.

Da tempo Nuova Delhi lancia segnali in direzione di un riconoscimento ufficiale di Taiwan.

Nel 2014, il primo ministro Narendra Modi ha invitato l'ambasciatore di Taiwan Chung Kwang Tien e il presidente dell'Amministrazione Centrale tibetana, Lobsang Sangay, per la sua cerimonia di insediamento.

I tempi sono ormai maturi perché gli indiani intensifichino le relazioni diplomatiche e commerciali con Taipei.

Come è noto, oltre l’80% del commercio mondiale viaggia su nave, circa la metà passa per lo Stretto di Malacca. Tale passaggio rappresenta “l’anello di congiunzione” tra l’Oceano Indiano e il Pacifico, nonché un nodo strategico per l’ingresso nel Mar Cinese Meridionale.

Un eventuale blocco dello Stretto, causato da un confronto aperto tra Cina e USA, colpirebbe gli interscambi mondiali e pregiudicherebbe l’approvvigionamento energetico dell’intera Asia.

È indubbio che l’ascesa economico-militare di Pechino passi per il controllo del Mar Cinese Meridionale e dello Stretto di Malacca.

Quest’ultimo si estende per circa 800 km per una larghezza minima di 3 km, e rappresenta de facto l’arteria della mobilità economica e militare tra Asia ed Europa. In queste acque transitano qualcosa come 90 mila navi l’anno (di cui circa il 35% sono petroliere).

La spinta alla militarizzazione del Mar Cinese Meridionale è dovuta anche al fatto che Pechino intende diminuire la dipendenza dallo Stretto (diversificando le forniture energetiche aumentando quelle via terra) e, al contempo, garantire maggiore sicurezza alle linee di comunicazione marittime. Anche attraverso il mantenimento di una presenza militare costante intorno a Malacca e lungo le coste dell’Oceano Indiano.

Inevitabilmente, tale presenza della PLAN (People’s Liberation Army Naval) impatta con gli interessi strategici indiani nell’area.

Ecco perché Nuova Delhi ha inaugurato, da tempo, un vasto programma di potenziamento navale, volto alla sorveglianza delle vaste aree oceaniche di interesse nazionale nonché la protezione delle rotte commerciali, fondamentali per garantire al Paese l’approvvigionamento delle risorse energetiche.

Questo è il focus strategico su cui l’India dovrebbe costruire il proprio assetto nazionale, già rilanciato dal primo ministro Modi, al suo insediamento nel 2014, in chiave economica-militare. Infatti l’area Indo-Pacifica è la direttrice naturale dei progetti di Pechino legati alla Maritime Silk Road, ovvero la Via della Seta marittima che, tra l’altro, non tocca i porti indiani ma ha un suo importante centro gravitazionale nel complesso portuale pakistano di Gwadar (così come nello Sri Lanka e in Bangladesh).

Questi fattori, tra loro correlati, nonché l’atavico antagonismo sino-indiano e indo-pakistano, sono alla base del potenziamento navale della Marina Militare di Nuova Delhi.

La Flotta indiana di superficie può schierare 10 cacciatorpediniere, tre della classe Kolkata (foto), tre della classe Delhi, tre della classe Rajput (ex sovietici) e uno della classe Visakhapatnam. Comune denominatore dei destroyers è l’armamento missilistico, costituito da nuovo supersonico antinave/land attack BrahMos (600 km di gittata massima). Nel prossimo futuro sarà in grado di schierare anche 19 fregate, sette Project 17A, tre della classe Shivalik, sei della classe Talwar e tre della classe Brahmaputra.

La Marina indiana intende costruire tre gruppi aeronavali permanenti, incentrati sia sulla portaerei Vikramaditya (STOBAR), che sulla Vikrant, prima portaerei costruita in India. In costruzione c’è una terza portaerei, la Vishal (65.000 t di dislocamento) che dovrebbe essere pronta per la fine del decennio.

La volontà di implementare la Flotta, da parte di Nuova Delhi, è probabilmente dovuta anche all’ingresso in linea dei nuovi DDG Type-055 cinesi (dotati di 112 celle VLS) da 13.000 t e ai numerosi Type-052D.

Nel breve periodo si rafforzerà sicuramente la collaborazione tra India e Giappone. Le relazioni tra i due paesi asiatici sono eccellenti, consolidate da valori condivisi e interessi comuni. Ciò ha portato alla stipula di un accordo formale molto amplio e articolato, denominato Joint Declaration on Security Cooperation. Tale accordo prevede la condivisione della politica estera, la cooperazione tra le forze militari, lo scambio di informazioni e la collaborazione nel settore dell’industria della difesa.

Tuttavia, l’aspetto che più interessa l’India riguarda il controllo delle linee marittime, grazie alla possibilità di fare affidamento sulla potenza navale di Tokyo.

Certamente, come potenza militare, l’India ha ancora molte lacune da colmare. Tuttavia già ora rappresenta una forza importante nella regione dell’Indo-Pacifico e, attualmente, Nuova Delhi possiede circa 150 testate nucleari. Inoltre è ormai operativo il missile balistico Agni V, un vettore a tre stadi, a combustibile solido, in grado di colpire la capitale cinese, grazie a un raggio d’azione di oltre 5.500 km.

Foto: MoD People's Republic of China / U.S. Navy