I 150 caccia cinesi in 4 giorni e la difesa a “istrice” di Taiwan

(di Antonio Vecchio)
11/10/21

La notizia della creazione in seno alla CIA di un dipartimento dedicato alla Cina1 non ha stupito poi tanto gli osservatori internazionali, che da tempo aspettavano un tale provvedimento, così come avvenne durante la guerra fredda con l’apertura nell’agenzia di un ufficio riservato alla Russia, o, più recentemente, ai primi anni 2000, quando fu istituita una sezione dedicata al terrorismo di matrice jihadista.

La decisione è la conseguenza dell’escalation militare e della assertività verbale che Pechino ha dimostrato negli ultimi mesi.

Dall’inizio dell’anno sino ai primi di ottobre, infatti, i velivoli cinesi hanno violato la Air Defence Identification Zone (ADIZ) di Taipei oltre 600 volte, il doppio circa di quanto avvenuto lo scorso anno.

Una escalation accompagnata da una pletora di dichiarazioni, da parte di Xi Jinping e dei suoi ministri, volte a sottolineare l’ineluttabilità del ricongiungimento dell’isola alla Madrepatria.

Lo scorso 1 luglio, durante le celebrazioni per il centenario del partito comunista cinese (PCC), Xi si é espresso2 in maniera chiara al riguardo, quando ha affermato che: “risolvere la questione di Taiwan e realizzare la completa riunificazione della Cina è una missione storica e un impegno incrollabile del partito comunista cinese”.

Una narrazione riproposta la settimana scorsa, nel corso delle celebrazioni per i 110 anni dalla Rivoluzione del 19113, quando il timoniere è ritornato sul tema del secessionismo, giudicato “il più grande ostacolo alla riunificazione nazionale”, e su quello della volontà nazionale "nessuno dovrebbe sottovalutare la determinazione e la capacità del popolo cinese nel salvaguardare la sovranità e l'integrità territoriale”.

Ciò detto, ben si comprende la preoccupazione crescente della presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, che ha più volte richiamato le "conseguenze catastrofiche per la pace regionale e il sistema di alleanze democratiche” che una eventuale annessione cinese manu militari dell’isola avrebbe nel contesto globale, non fosse altro che per la “vittoria dell'autoritarismo sulla democrazia”.

A confermare l’estrema pericolosità del momento, ci ha pensato anche il ministro della difesa di Taipei, Chiu Kuo-cheng, che giorni fa ha indicato4 nel 2025 il limite temporale entro il quale Pechino lancerà l’attacco finale: è la situazione più difficile che io abbia mai visto in oltre 40 anni di vita militare, ha detto riferendosi agli oltre 150 aerei militari della Repubblica Popolare (RPC), che dal 1 al 4 ottobre scorsi hanno violato la ADIZ di Taipei.

Nel quadro generale di situazione, il momento delle scelte si avvicina anche per gli USA, che devono decidere sino a quando potranno continuare con la loro tradizionale politica della “ambiguità strategica”, consistente nel riconoscimento di “una sola Cina5”, quella di Pechino, pur mantenendo con l’altra, di Taipei, relazioni strettissime sulla base del Taiwan relations Act6, il documento, firmato dal presidente Carter nel 1979, con cui Washington, pur non assicurando l’intervento in caso di attacco, prometteva di “mettere a disposizione di Taiwan beni e servizi militari per la difesa dell’isola, nella quantità necessaria a consentirle una sufficiente capacità di autodifesa”.

Negli ultimi tempi Washington ha incrementato le vendite di materiali e armamenti7 a Taiwan, con la cessione di 66 nuovi F-16 Block 70/72, cui è seguita la vendita di 4 UAV super-MALE armati MQ-9B Sea Guardian, di 100 lanciatori da difesa costiera per missili antinave Harpoon Block II, di 11 lanciatori mobili HIMARS per missili balistici tattici ATACMS (con 64 missili) e di 135 missili aria-superficie standoff SLAM-ER con cui dotare gli F-16.

In linea con il Taiwan Act è anche la notizia8, rilanciata dal Wall Street Journal e non smentita dal Pentagono, della presenza nell’isola di due dozzine di incursori e marines statunitensi che starebbero addestrando da oltre un anno i taiwanesi nelle procedure di difesa statica e dinamica del territorio, anche all’uso di di barchini veloci.

Su queste attività congiunte, sarebbe circolato anche un video promozionale dell’U.S. Army’s 1st Special Forces Group, ritirato quando il filmato aveva iniziato a creare troppo clamore.

I taiwanesi, dal canto loro, non sono rimasti a guardare. Non solo hanno incrementato la voce di bilancio destinata alla difesa, che ha superato gli 11 miliardi di dollari nel 2020 (contro i 250 mld di Pechino…), ma hanno anche enunciato un nuovo Concetto di Difesa Globale (CDG).

Formulato9 nel 2010 dall'ex capo di stato maggiore generale, ammiraglio Lee Hsi-ming, il CDG parte dalla constatazione che le forze armate di Taiwan non possono vincere una guerra convenzionale contro la Cina.

Devono piuttosto concentrare le limitate risorse a disposizione per esprimere il giusto grado di deterrenza, e se questa fallisce, essere in grado di sopravvivere al primo attacco dell’esercito popolare di liberazione (EPL), rimanendo nelle condizioni di compiere ripetuti contrattacchi risolutivi, con l’uso di contromisure elettroniche, sistemi di comunicazione ridondanti/decentrati e potendo contare su forze ben equipaggiate e addestrate, dotate di grande mobilità e capacità di occultamento.

Il nuovo concetto di difesa, denominato “a istrice”, è disegnato, da un lato per sfruttare al meglio le possibilità di protezione offerte dalla particolare conformazione dell’isola, dall’altro per incrementare le capacità di difesa asimmetrica allo scopo di scoraggiare e respingere il più a lungo possibile lo sbarco e l’avanzata cinesi, con la “speranza” di un eventuale intervento dell’alleato americano.

Il CDG, infatti, pur auspicando fra le righe lintervento USA, stabilisce per la prima volta, che la difesa dell’isola spetta solo e unicamente alle forze armate di Taiwan.

Il nuovo concetto di difesa globale di Taiwan poggia pertanto su tre capisaldi concettuali, il primo dei quali è quello della conservazione della forza (force preservation), secondo cui le forze armate devono mantenere integre le loro capacità di difesa, col ricorso combinato a mobilità, mimetizzazione, occultamento, inganno, disturbo elettronico e ridondanza operativa.

Il secondo caposaldo è quello delle forze convenzionali, che devono preservare la loro prontezza e capacità di risposta, e che sono particolarmente utili nel contrasto di quelle manovre militari cinesi che si collocano al di sotto della soglia del conflitto armato (grey zone), come i passaggi di aerei e navi all’interno della ADIZ taiwanese. Forze convenzionali contrapposte efficienti e addestrate, rappresentano, evidentemente, per il pianificatore militare cinese un elemento di disturbo e un ostacolo da superare.

Centrali nell’architettura del CDG sono, infine, le capacità di guerra asimmetrica, che costituiscono il terzo pilastro concettuale, alle quali principalmente è devoluto il compito di superare il divario di forze con EPL.

Parliamo di sistemi asimmetrici di piccole dimensioni, mobili, letali e numerosi, in grado di operare dispersi nel terreno. Tra questi figurano le mine marine, i veicoli/aerei senza pilota (UAV) e le installazioni di difesa missilistica costiera automatizzate.

I generali taiwanesi sono convinti che solo ispirando le operazioni sul terreno a un uso combinato e armonico dei suddetti pilastri dottrinali, le forze armate di Taipei potrebbero combattere con favore nel momento in cui EPL dovesse sbarcare sull’isola, e distruggere (o solo respingere con successo) il nemico sulla spiaggia, prima che questi riesca ad addentrarsi nell’isola.

Significherebbe guadagnare un vantaggio temporale che fornirebbe alle forze armate americane, qualora lo volessero, il tempo di intervenire nell’isola a difesa dei suoi abitanti.

E qui il discorso si complica. Forzare l’inevitabile blocco navale cinese attorno all’isola, significherebbe per gli USA esporsi a una immediata ritorsione, condotta, ad esempio, da sottomarini localizzabili solo dopo il lancio dei missili diretti contro i vascelli americani. Ma non solo. L’intervento del gruppo di combattimento navale americano potrebbe provocare anche un attacco simultaneo con missili di precisione, convenzionali e nucleari tattici, lanciati contemporaneamente da più siti sulla terraferma.

In questo caso, agli USA non rimarrebbe che reagire su obiettivi dislocati sul territorio cinese, il che porterebbe il conflitto a un punto di non ritorno.

Visto da questa prospettiva, che conduce a possibili escalation cinetiche, l’intervento americano, al netto delle dichiarazioni e del supporto offerto a Taiwan, appare tutt’altro che scontato.

Non rimane allora da chiedersi se, oltre ai suoi abitanti, ci sia oggi nel pianeta qualcuno disposto a morire per Taiwan.

9 https://thediplomat.com/2020/11/taiwans-overall-defense-concept-explained/

Foto: Ministry of National Defense of the People's Republic of China / Xinhua / U.S. Army / Ministry of National Defense, R.O.C. / U.S. Air Force

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