Goodbye Afghanistan: il ruolo del comando ITA-JFHQ

(di Franz Ferro)
16/08/21

Dopo vent’anni di presenza nel Paese dell’Asia Centrale, le potenze occidentali stanno evacuando il personale diplomatico presente a Kabul.

La capitale afghana è di fatto nelle mani dei guerriglieri coranici che, nelle scorse settimane, hanno ripreso il controllo delle maggiori città del Paese – compresa Herat, dove fino a qualche settimana fa erano dispiegato il contingente italiano – prima ancora del ritiro delle forze statunitensi, originariamente previsto per il 31 agosto.

Entro la mezzanotte di domenica 15 agosto, tutto il personale americano dovrebbe aver lasciato l’ambasciata di Kabul.

In una dichiarazione dell’8 luglio u.s. (non proprio profetica) il presidente americano aveva detto che non credeva nel successo dei talebani in quanto i governativi afghani potevano disporre di una forza di 300.000 soldati ben equipaggiati. Inoltre aveva aggiunto che “Il governo e la leadership afgani devono cooperare. Solo loro hanno la capacità di sostenere il governo in carica. La domanda è: genereranno il tipo di coesione per farlo? Non è una questione di sé hanno la capacità, in quanto ce l’hanno, hanno le forze, hanno l'equipaggiamento. La domanda è: cosa faranno?”

La risposta: sono scappati!

Per quanto concerne il personale diplomatico italiano, presente nella capitale afghana, a chi è affidata l’operazione di evacuazione dei nostri connazionali?

Esiste un comando, a disposizione del capo di stato maggiore della Difesa, di cui non si è parlato e non si parla “troppo” pubblicamente: l’ITA-JFHQ, nei principali compiti del quale c’è proprio la pianificazione ed esecuzione di missioni di evacuazione di concittadini italiani in aeree di crisi (NEO: Non-Combatant Evacuation Operation).

Vediamo cos’è.

L’Italian Joint Force Headquarters (ITA-JFHQ) è un comando interforze di livello brigata, permanentemente attivato (circa 30 unità) ad altissima prontezza operativa (immissione in teatro dei primi elementi entro 24 h dalla ricezione dell’ordine), a disposizione del Comando Operativo di Vertice Interforze (COVI). Esso può soddisfare una vasta gamma di esigenze operative del capo di stato maggiore della Difesa grazie ad una struttura organizzativa flessibile e snella, ma anche la capacità di operare in configurazione sea-based, ed impiegando assetti del serbatoio JRRF (Joint Rapid Reaction Force).

Tra i compiti principali, quelli di pianificare e conduzione di operazioni:

  • Non combatant evacuation (NEO)

  • Small scale (Early Entry Force)

  • Disaster relief

  • Humanitarian assistance.

Dispone inoltre della possibilità di:

  • Approntare rapidamente dei Operational Liaison & Reconnaissance Teams (OLRT), che in termini pratici si traduce come team per ricognizione e collegamento al fine di assistere il COVI nella pianificazione di qualsiasi tipo di operazione

  • Costituire un Advanced party di un J(C) HQ di livello superiore

  • Contribuire all’attivazione di un EU FHQ su base nazionale

  • Possibilità di inviare in teatro operativo, per periodi di tempo limitati, personale prontamente spendibile ed esperto in vari settori

  • Coadiuvare il COVI nella pianificazione, condotta e valutazione di esercitazioni interforze.

È questo il comando, ad esempio, cui venne affidata la delicata apertura del teatro operativo a Misurata (Missione Ippocrate, Libia), nel 2016. Stesso dicasi per il Niger, nel 2018 (MISIN, Niamey).

Fu sempre questo comando da cui partirono le pianificazioni e condotta di numerose missioni di evacuazione di nostri connazionali all’estero, attività sempre opportunamente coordinata tra COI e ministero Affari Esteri e Cooperazione Internazionale. Per citarne solo alcune: NEO (Non-combatant Evacuation Operations) in Libia e Costa d’Avorio nel 2011, Sud Sudan nel 2013, ancora Libia nel 2014 e 2015, Nepal nel 2015.

E vale la pena ricordare che proprio quando il generale Portolano rivestiva il ruolo di capo reparto operazioni del COI, nel 2013, il JFHQ (alle dipendenze del generale Boni) venne attivato per una lunghissima serie di ricognizioni in Libano, necessarie alla pianificazione di un’eventuale estrazione dei concittadini italiani presenti nel paese qualora la guerra civile che imperversava in Siria fosse tracimata in qualche modo nel Libano.

Non è certo nelle intenzioni dei talebani ostacolare la fuoriuscita degli occidentali dall’Afghanistan. Quindi permetteranno che le operazioni di esfiltrazione, dallo scalo aereo di Kabul, avvengano nel modo più rapido possibile, onde evitare la reazione delle forze americane inviate per supportare l’evacuazione dei connazionali.

La questione del salvataggio degli interpreti riguarderà solo quelli che, allo stato attuale, sono presenti a Kabul.