COMSUBIN: la Sala Storica

(di Tiziano Ciocchetti)
28/09/21

“Il Soldato in quanto tale, si trova al servizio della Nazione ed è estraneo a ideologie ed impegni di parte; i sentimenti che lo muovono sono l’amor di patria, l’attaccamento alla bandiera, il culto della tradizione, lo spirito di corpo, la dignità personale. Nella superiore vita morale implicita nella sua disciplina e nella sua abnegazione egli sente la Patria come l’unità, costante nel tempo e nello spazio, da cui procede ogni esistenza individuale, e ad essa si consacra. Noi tutti speriamo di non vedere ancora una volta la terra sconvolta da un conflitto generale, ma siamo certi che se tale prova venisse imposta ai popoli dalla irrecusabile storia, e qualunque sia la portata delle nuove armi, le virtù tradizionali del soldato sarebbero ancora necessarie. Noi sappiamo che da ieri, a ritroso nel tempo sino alle età più remote, la categoria del dovere militare, accettato sino agli estremi limiti del patimento e del sacrificio, creò un tipo umano da collocare sui sommi gradi della scala dei valori. E se, nelle generali trasformazioni che abbiamo sotto gli occhi, quel tipo fosse destinato a scomparire, l’umanità ne sarebbe impoverita”

(Estratto dal libro “Vita di Marinaio” dell’ammiraglio MOVM Gino Birindelli, padre fondatore del COMSUBIN e del corpo degli Incursori di Marina)

Difesa Online è stata in visita al Comando Raggruppamento Subacquei ed Incursori della Marina Militare, alla Fortezza del Varignano, ospiti del contrammiraglio Massimiliano Rossi, comandante del Raggruppamento.

All’interno della base abbiamo potuto assistere ad alcune attività addestrative degli allievi incursori e visitare la sala storica del reparto dove vengono conservati mezzi e gli equipaggiamenti in uso negli anni passati. Inoltre abbiamo visionato l’armeria del GOI e gli equipaggiamenti in dotazione al GOS, cui daremo ampia descrizione (anche con video inediti!!!) nei prossimi articoli.

Come molti dei nostri lettori sanno, nel Trattato di Pace, dopo la Seconda Guerra Mondiale, erano presenti clausole con specifici divieti alla costituzione da parte dello stato italiano di reparti d’incursori navali. Tuttavia, qualche “mente illuminata”, nell’ambito della Marina Militare, provvide in maniera occulta ad accantonare tutti quegli equipaggiamenti da immersione in uso durante il conflitto che, in un prossimo futuro, sarebbero potuti tornare utili. L’adesione alla NATO nel 1949 e la Guerra Fredda hanno comunque permesso alla Marina italiana di superare queste limitazioni, ricostituendo così il reparto di incursori navali.

Nella sala storica del Varignano abbiamo potuto visionare i veicoli subacquei utilizzati dal COMSUBIN dal dopoguerra fino agli anni ‘70 dello scorso secolo. Alla fine della guerra la Xᵃ MAS non aveva distrutto tutti i suoi mezzi, anzi alcuni finirono nelle mani degli Alleati. Sull’isola di Sant’Andrea, a Venezia, furono recuperati alcuni SSB. Dopo un processo di revisione tronarono efficienti e vennero denominati Semoventi Tipo A. contemporaneamente la Marina recuperò anche alcuni MTSM (Motoscafi Turismo Siluranti Modificati) e SMA che vennero ricondizionati e denominati MEB. Questi mezzi furono impiegati dagli incursori (probabilmente nelle operazioni di infiltrazione lungo la costa orientale dell’Adriatico) nella prima metà degli anni ’50.

Potevano essere trasportati in zona di operazioni impiegando la motosilurante MS 75, veterana di guerra, entrata in servizio con la gemella MS 74 nel 1943 e riconfigurata per il trasporto dei mezzi d’assalto. La MS 75, in base al Trattato di Pace, dovette essere ceduta all’URSS nel 1949, mentre la gemella rimase in servizio con la Marina fino al 1962. Il Semovente Tipo A, era in origine un SSB (Siluro San Bartolomeo) prodotto nel complesso dell’Officina Siluri San Bartolomeo, a la Spezia, nel 1943.

Nel 1952 venne realizzato il Semovente Tipo B, derivato direttamente dal Tipo A, con caratteristiche migliorate per quanto riguardava l’autonomia.

La profondità massima operativa raggiungeva i 10 metri, con una autonomia a pieno carico di circa 50 miglia.

L’architettura generale del Tipo B era molto simile al predecessore ma la linea si presentava più massiccia, in quanto la massa complessiva era stata incrementata fino a superare i 1.700 kg.

La testata di guerra, invece, aveva un peso minore in quanto i probabili bersagli avrebbero avuto un dislocamento inferiore rispetto al passato.

Per migliorare la silenziosità, fattore assai importante in questo tipo di operazioni, vennero abbandonate le due eliche controrotanti (Tipo A) in luogo di una quadripala avvolta in un anello protettivo, volto anche a migliorare la sicurezza degli operatori.

Negli anni successivi alla fine della guerra cominciano a mutare i concetti strategici circa l’utilizzo dei mezzi d’assalto navali, visto che la possibilità di avvicinarsi a una base nemica, senza essere scoperti, diventava sempre più improbabile. Per questo si decise di realizzare un mezzo in grado di navigare anche in affioramento, in modo da poter coprire distanze maggiori, per poi potersi immergere in prossimità dell’obiettivo.

Venne realizzato un semovente con una forma più adatta alla navigazione in superficie, proprio per muoversi con maggiore facilità a pelo dell’acqua ed essere rilevati con maggiore difficoltà dai radar.

Il nuovo mezzo, denominato semovente Tipo C, aveva un’autonomia di 26 miglia, una profondità massima operativa di 30 metri e una velocità in immersione superiore ai 2 nodi.

Arrivarono al Varignano nel 1954, in quel periodo gli scenari operativi in cui gli incursori avrebbero potuto essere impiegati erano le coste della Jugoslavia e dell’Albania, in quest’ultimo paese, specificatamente a Valona, facevano scalo i sommergili sovietici operanti nel Mediterraneo.

Lo stanziamento di fondi più cospicui, consentirono l’elaborazione di nuove dottrine operative e, conseguentemente, la possibilità di adottare mezzi più tecnologici: ci si rese conto della necessità di rilasciare i mezzi d’assalto il più lontano possibile dagli obiettivi.

Tali nuove dottrine vennero applicate ai mezzi della serie BIR (dalle iniziali dell’allora comandante del Raggruppamento Gino Birindelli).

Il BIR 58 (entrato in servizio nel 1958) aveva una configurazione a canoa ed era in grado di trasportare fino a 4 incursori (più il pilota). La propulsione era assicurata da due motori: uno elettrico e uno termico. Quest’ultimo era silenziato e subacqueo, in modo da ridurre sensibilmente la traccia acustica. La massa complessiva del BIR 58 raggiungeva i 1.500 kg, con una velocità massima di crociera pari a 3,5 nodi, mentre con il motore termico si toccavano i 4,5 nodi (la profondità operativa era di circa 20 metri).

La procedura prevedeva che un BIR 58 (nella foto seguente sullo sfondo) si avvicinasse, di notte, ad una insenatura della costa orientale dell’Adriatico, nel corso del giorno sarebbe rimasto occultato (lasciato sul fondo in bivacco), per poi riprendere l’azione una volta calata di nuovo l’oscurità. I problemi maggiori avrebbero riguardato il freddo e le condizioni metereologiche, dato che non era possibile impiegare il BIR 58 con un mare sopra stato 3.

Nel 1960 venne introdotto un semovente subacqueo di piccole dimensioni, denominato TE (Trasportatore Elementare). In praticava si trattava di un “trascinatore”, ovvero apparecchi con la forma di siluri, con propulsione elettrica, cui l’operatore si aggrappava posteriormente con le braccia. Il mezzo era equipaggiato con un propulsore elettrico in grado di sviluppare una potenza di 1,5 cv, consentendo una velocità massima di 2,4 nodi (autonomia di 60 minuti). La lunghezza complessiva era di 2,15 metri, con un diametro di 425 mm, tali dimensioni ne consentivano la trasportabilità all’interno dei tubi lanciasiluri dei sommergibili in dotazione alla Marina Militare (Classi Gato e Balao, ex U.S. Navy).

Successivamente furono sviluppate nuovi modelli di TE, in versione monoposto e biposto, i quali entrarono in servizio tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 dello scorso secolo, con la denominazione TEC (nella foto, in primo piano il "mono", in mezzo il "biposto").

La peculiarità dei nuovi mezzi risiedeva anche nella possibilità di essere aviolanciati. A tale scopo vennero utilizzati materiali come la fibra di vetro, onde avere allo stesso tempo pesi contenuti e buona resistenza meccanica. Il TEC biposto aveva una lunghezza di 5,6 metri, la propulsione era assicurata da un motore elettrico in grado di sviluppare una potenza di 2 cv a 130 volt, raggiungendo una velocità massima di 4,5 nodi a una profondità di 30 metri (l’autonomia era di poco superiore alle 25 miglia).

I TEC disponevano di elica quadripala posteriore, con anello protettivo. L’esemplare biposto esposto nella sala del COMSUBIN dispone di due piccoli timoni laterali, probabilmente per immergersi più rapidamente. Dietro il vano dove prendevano posto gli incursori vi era un contenitore per le cariche esplosive e altra attrezzatura.

Probabilmente, alcuni di questi mezzi, vennero aviolanciati, prima dai C-119 e poi dai C-130, con fuoriuscita dal portellone posteriore. Successivamente al lancio del TEC faceva seguito quello degli incursori, tuttavia la manovra era tutt’altro che semplice in quanto, nonostante l’utilizzo di velature direzionali, il mezzo ammarava a una certa distanza (specialmente con la presenza di forti venti) e, con l’oscurità, non era certo facile ritrovarlo. In seguito, questo sistema di infiltrazione venne abbandonato, preferendo incrementare le capacità di aviolancio in mare.

Foto: Difesa Online