Base a Mare: la casa degli incursori

17/05/18

In una giornata uggiosa sferzata da un gelido vento marino, un gruppo di ragazzi in mimetica attende impaziente sul marciapiede di una banchina in località Marina di Pisa: alcuni di loro indossano un basco amaranto, altri un cappello alpino o il basco nero della fanteria. Un corpulento sottufficiale con il capo coperto da una cuffia di lana, preme un tasto posto sotto una pensilina protetta da una vecchia tettoia, mentre fa cenno di prepararsi. Dopo pochi istanti, dall’altra parte del canale, spunta un gommone il cui motore, spinto a regime minimo, rompe il silenzio e la tensione della fredda mattina; con una manovra semplice l’imbarcazione si accosta ad un gradino di cemento, iniziando a imbarcare i primi volontari. Da quell’istante in poi – pensano i giovani aspiranti – tutto sarà diverso, tutto cambierà trasformandosi in un incubo o in un sogno. In qualsiasi modo si concluda però, nessuno potrà mai dimenticare il giorno in cui ha deciso di tentare l’arduo sentiero per diventare incursore del Nono, ma ancor di più nessuno potrà cancellare dalla propria mente l’aria respirata in quel luogo sacro: la Base Addestramento Incursori altrimenti conosciuta come "Base a Mare".

Una storia di fatica e sudore

Non credo esistano in Italia e forse anche in Europa, delle basi militari inserite in un contesto paesaggistico naturale da sogno come quello di San Rossore. Come una macchia grigia in mezzo al verde e al blu profondo del mare, la BAI offre una varietà morfologica unica nel suo genere e che ben si adatta a tutte le esigenze addestrative di un reparto d’élite come il Nono. Il mare, la spiaggia, boschi e case abbandonate costituiscono, infatti, il panorama ideale per forgiare l’animo e la tecnica dei futuri incursori del “Col Moschin”. La Base a Mare non è però un centro d’addestramento qualsiasi, non appartiene alla fitta schiera delle strutture militari anonime o di “passaggio” nella carriera di un militare. Le fondamenta sono state scavate dalle mani degli stessi incursori – in quel tempo sabotatori – e da molti ragazzi di leva che hanno avuto il privilegio di affiancare uomini di immenso valore. Una storia di fatica e sudore, certo, ma anche di grandi soddisfazioni e momenti spensierati tra commilitoni appartenenti tutti ad una stessa famiglia.

Ma come nacque l’idea di collocare una caserma nel bel mezzo di una riserva presidenziale? Il primo a pensare alla costruzione di una base anfibia per i sabotatori fu Valdimiro Rossi, ufficiale della Folgore e futuro innovatore del Nono reparto: egli, durante la sua permanenza alla brigata, accennò ai superiori la possibilità di attrezzare un’area militare alla foce del Serchio. L’idea del futuro Comandante Rossi non vide mai la luce, tuttavia qualcuno raccolse le sue intenzioni per poi realizzarle grazie all’intervento di una persona molto influente: nientemeno che il presidente della Repubblica. Alla fine degli anni Sessanta al Quirinale sedeva Giuseppe Saragat che, tra le sue amicizie intime, vantava quella del generale Alberto Li Gobbi, comandante della brigata Folgore. Il soldato e il presidente condividevano la passione per la caccia e si ritrovavano spesso a fare lunghe passeggiate all’interno del Parco di San Rossore, popolato dalla fauna tipica dell’Appennino.

Negli anni Sessanta le aree adibite per l’addestramento dei paracadutisti erano circoscritte: l’esercito italiano stava uscendo a testa alta da una lunga crisi proprio grazie al lavoro di uomini come il generale Li Gobbi, ma purtroppo presentava ancora gravi carenze strutturali. Allo stesso modo erano anni difficili altresì per chi sceglieva la carriera nei Sabotatori, un’unità misconosciuta ai più ma che aveva già dato prova del suo valore durante l’alluvione dell’Arno e nel corso della missione in Alto Adige contro i terroristi altoatesini. La figura del sabotatore, scaturita dalla nuova filosofia di “forza speciale” nata nell’ultima guerra, era predisposta per combattere in ogni ambiente operativo. Ma se nel settore montano le cose andavano bene grazie a precursori come Pietro Amadio, vero lupo delle Alpi, il problema più difficile da risolvere riguardava la preparazione anfibia che, prima della Base a Mare, veniva svolta sotto il Ponte di Calafuria, un angusto tratto di costa poco distante da Livorno. Fu così che il presidente della Repubblica concesse al battaglione sabotatori un piccolo istmo di terra, lambito da una lato dal Tirreno e dalla parte opposta dall’Arno per usufruirne come punto d’appoggio per i lanci in mare e le operazioni anfibie. Il luogo era immerso nella natura selvaggia e incontaminata, la superficie era dominata da grovigli di rovi e fitti canneti e pareva strano costruirci sopra qualcosa. L’allora comandante del battaglione Sabotatori, il colonnello Italo Cavallino comandò la prima squadra addetta alla nuova base. Come ufficiale responsabile del piccolo gruppo fu nominato il tenente Enrico Persi Paoli affiancato da uomini in seguito divenuti leggenda nella storia del Nono: i marescialli Mario Del Bianco, Marco Bodocco, Giuseppe Vit e Franco Bernardi. La squadra di sabotatori fu accompagnata all’interno del parco dal parroco di San Rossore e non appena giunsero a destinazione si resero conto che la situazione era davvero disperata: come ricavare una darsena da un posto del genere?

I sabotatori disponevano solo di pochi attrezzi compresa una ruspa, ma nulla di straordinario. Non c’era un riparo, nessun alloggio o altra comodità; erano comunque tutti avvezzi alle privazioni e non si persero d’animo. Era come trovarsi in un campo addestrativo dove mancava ogni genere di conforto: il primo alloggio era una tenda 4x4 e il cibo arrivava ogni giorno dalla Vannucci. La ruspa veniva usata a turni, ma in quelle condizioni diventava necessario l’apporto di personale specializzato: dopo qualche tempo arrivarono sul posto i genieri dell’esercito al comando del sergente Paolo Bandini i quali sistemarono il terreno per i lavori futuri. Dal gruppo originario si staccò solo Marco Bodocco che lasciò il posto ad un altro sabotatore, il sergente maggiore Giuliano Bellini reduce da una brillante esperienza come istruttore alla Scuola di Fanteria di Cesano. L’opera dei genieri agevolò di fatto lo sviluppo della Base, ciò nondimeno la progettazione e l’organizzazione delle strutture scaturirono dalla mente geniale di un sabotatore: Giuseppe Vit detto “Bepi”. Originario di Portogruaro, Vit non sapeva nulla di ingegneria, non aveva nessun titolo universitario né aveva mai costruito edifici o porticcioli, eppure covava in lui una capacità innata di organizzare il lavoro, ma soprattutto le sue forti braccia creavano laddove non esisteva nulla. Fu dal “sogno” di quell’uomo che nacque il disegno originario della Base a Mare: Grazie a “Bepi” Vit e al lavoro dei suoi colleghi la terra venne scavata così da dare spazio all’acqua per poi ormeggiarvi le prime imbarcazioni.

Giuliano Bellini ricorda quel periodo con felicità e commozione; erano giornate faticose anche perché parte del lavoro veniva svolto dopo le ore di normale addestramento. Qualche volta succedeva di ricevere la vista del presidente Saragat in persona. Un giorno – ricorda sempre Bellini – mentre i sabotatori stavano lavorando arrivò il capo dello Stato che, vedendo i militari spossati e affamati, donò loro vino e abbondante cacciagione.

I materiali usati per l’edificazione dei primi alloggiamenti provenivano dalla caserma Vannucci e da attrezzature in disuso disponibili presso altre unità. Giorno dopo giorno Persi Paoli e i suoi uomini assistevano al miracolo e in pochi mesi dal nulla nacque la prima base anfibia delle forze speciali dell’esercito italiano e tutto senza l’aiuto di ditte esterne o personale civile. Dopo mesi di arduo lavoro il risultato fu talmente esemplare e funzionale che diversi proprietari di Club navali della zona guardarono alla Base come modello a cui ispirarsi. L’allora Comando Regione dell’esercito provvide poi alla consegna di quattro fabbricati per ospitare i soldati che oggi rappresentano il nucleo originario della Caserma MOVM Ciro Scianna.

Naturalmente la Base a Mare, per assolvere al compito per cui era nata, necessitava dei natanti. La prima ad entrare in darsena fu una piccola barca di appena 9 metri dotata di due motori, acquistata dal battaglione sul Lago Trasimeno: fu battezzata col nome “Buscaglia” in ricordo di un commilitone e compagno di corso del tenente Persi Paoli.

I lavori alla BAI proseguivano senza requie e non passava giorno in cui venissero apportati miglioramenti; in questo frangente è bene ricordare il servizio svolto da tutti quei ragazzi di leva che, pur non essendo sabotatori, trascorsero il periodo di naja nelle file del reparto. La Compagnia Comando e Servizi ha sempre svolto un lavoro essenziale per il funzionamento quotidiano della base, compreso il servizio di vigilanza nelle altane che ancora oggi circondano il perimetro della Scianna.

Il paracadutista Renato Valente della CCS ricorda come alla BAI svolgesse “una moltitudine di lavori: pitturato, estirpato erbacce, tirato ghiaino, fatto centinaia di litri di miscela (per i gommoni) pompato litri e litri di gasolio nel serbatoio del Caria e assieme a Carlo Franceschini montato e smontato le canoe”. Nel suo narrare traspare una smodata ammirazione per i suoi superiori e in particolare per il Comandante Vincenzo Mollo il quale incarnava l’animo umile e determinato di un vero incursore.

Oltre a Enrico Persi Paoli e Giuseppe Vit da questo luogo transitarono come comandanti gli allora capitano Francesco Miglioranza, il tenente Giovanni Castellano, il già citato tenente Vincenzo Mollo e a seguire i capitani Claudio Marini, Aldemiro Cardillo, Stefano Iubini e Piero Tanda. Ciascuno portò con se una buona dose di esperienza e tutti contribuirono in qualche modo all’evoluzione di un luogo che incarnava perfettamente lo spirito inquieto dei sabotatori/incursori, sempre in perenne movimento.

La Base Addestramento Incursori

La rete di cinta che circonda la BAI salvaguarda un patrimonio emozionale di grande valore e per gli incursori non esiste altro posto degno di rappresentare i valori per cui hanno tanto faticato. Sebbene alla BAI un allievo incursore trascorra il suo periodo più duro, è singolare notare le dinamiche mentali che mutano un luogo dapprincipio insidioso in un ambiente familiare del quale non si può più fare a meno.

Le odierne dotazioni della Base a Mare sono tra le più moderne e offrono una possibilità unica per imparare e poi perfezionare le tecniche operative in ambiente anfibio. La primigenia “Buscaglia” fu poi sostituita dal “Caria” al quale si sono aggiunti i potenti gommoni RHIB (Rigid Hull Inflatable Boat). All’interno della caserma trovano spazio ampi magazzini per l’assemblaggio del materiale operativo anfibio, una stanza di massima sicurezza per il caricamento delle bombole di ossigeno, una stiva per le varie tute stagne utili alle operazioni e un’ampia sala all’interno della quale è sistemata una vasca per saggiare la “prima” acquaticità degli allievi.

In questa ambientazione suggestiva – ma solo per chi è in grado di comprenderne il significato – venerdì 11 maggio 2018 si è svolta la celebrazione dei 50 anni della sua fondazione. Una cerimonia alla quale hanno presenziato il comandante del COMFOSE, generale Ivan Caruso, il comandante del Nono colonnello Giuliano Angelucci e una folta rappresentanza dell’ANIE guidata dal colonnello Angelo Passafiume e dal suo presidente onorario generale Franco Angioni. Tra gli ospiti – ma sarebbe meglio chiamarli famigliari del Nono – c’era anche la consorte di Giuseppe Vit, i parenti del maresciallo Bodocco e di Vincenzo Mollo. Dopo un breve discorso del generale Caruso e del comandante Angelucci, ha preso la parola il generale Enrico Persi Paoli il quale ha raccontato per sommi capi le tappe che hanno portato alla nascita della Base a Mare. Ha poi menzionato i sacrifici e la fatica dei suoi commilitoni, ma nelle sue parole traspariva chiaramente l’idea che ce l’avrebbero fatta a tutti i costi. A corollario della festa gli istruttori TCL del reggimento hanno effettuato un aviolancio sulla base dopo il quale vi è stata la cerimonia di intitolazione di una nuova sala briefing all’incursore primo maresciallo Carlo Franceschini.

Dopo un piccolo rinfresco la BAI ha, infine, chiuso le porte ai suoi invitati per riprendere il quotidiano lavoro che permette ad una base unica nel suo genere di mantenere sempre una perfetta efficienza.

Ringraziamenti

Per la stesura di questo articolo è doveroso nonché piacevole ringraziare il comandante del Nono reggimento colonnello Giuliano Angelucci per la sua impeccabile ospitalità.

Un particolare ringraziamento va anche al comandante generale Enrico Persi Paoli e al maresciallo Giuliano Bellini: grazie alla loro memoria, hanno reso inedite alcune parti di questo articolo.

Grazie anche al presidente colonnello Angelo Passafiume e a tutta l’ANIE di cui mi onoro far parte. In questo contesto vorrei anche spendere un vivo riconoscimento a Renato Valente, Decimo Moretto e Andrea Guzzo, degni rappresentanti della compagnia comando e servizi del reggimento per il loro ottimo contributo.

Paolo Palumbo

(foto: Viviana Cariola, Piero Tanda)

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