Siria: dietro i ribelli turkmeni si scontrano due imperi

(di Giampiero Venturi)
26/11/15

Nel groviglio siriano le alleanze sono fluide e non sempre è facile capire chi combatte cosa. La disgregazione dello Stato centrale seguito alla guerra civile siriana ha reso ancora più difficile la situazione sul terreno. Interi settori del Paese hanno finito per autogestirsi o aggregarsi ad un "grande fratello" esterno. È il caso dei turkmeni, minoranza che popola la fascia di terra compresa tra il nord della Siria, l’Iraq, l’Iran e la Repubblica del Turkmenistan, patria d’origine sul Mar Caspio.

Non è un territorio etnicamente omogeneo e contrariamente a quanto qualcuno si affanni a sostenere, non è masi stata oggetto di rivendicazioni politiche rumorose. La terra abitata dai turkmeni per alcuni tratti si mescola anzi al Kurdistan, già di per sé non facile da individuare in considerazione della massiccia sovrapposizione di popolazioni arabe e iraniche.

Damasco non ha mai riconosciuto una vera rappresentanza ai turkmeni, anche se per calcolo politico è sempre stata molto scrupolosa all’equilibrio tra minoranze etniche e religiose (i cristiani sono sempre stati tutelati da Assad). Per dirla tutta, a nessuno è mai interessato il destino di popolazioni montanare seminomadi, di stirpe non molto diversa da quelle che hanno abitato molte regioni meridionali dell’Impero zarista prima e sovietico poi.

Le cose sono cambiate da quando nel guazzabuglio siriano è cresciuto il ruolo della Turchia, mamma etnico-culturale di molti popoli che traversano l’Asia in diagonale fino alla Mongolia. Dalla disgregazione dell’URSS in poi, la rinascita di istanze sopite da secoli ha cominciato a stuzzicare le ambizioni di molti popoli euroasiatici spesso con un malcelato senso di rivalsa verso gli antichi “padroni-colonizzatori” russi.

A questo proposito, anche per capire meglio cosa sta succedendo in Siria dopo l’episodio dell’aereo russo abbattuto, dobbiamo considerare due fattori:

- la rivalità storica tra Turchia e Russia

- la rinascita dell“imperialismo ottomano”

Mosca e Ankara si guardano in cagnesco da secoli e non perdono occasione per dimostrarlo. Il Presidente Putin è stato l’unico tra gli statisti di rango a presenziare la cerimonia del centenario del genocidio armeno a Yerevan. Ad eccezione della Francia, storicamente ostile alla Turchia, tutti i Paesi europei hanno preferito allinearsi al basso profilo degli USA che per non irritare Ankara non hanno mai riconosciuto l’ecatombe armena.

I contenziosi strategici tra Russia e Turchia sono praticamente infiniti. Tra il Mar Nero e il Caucaso la posta in gioco è enorme. In particolare parliamo di:

  • sbocchi strategici sul Mediterraneo necessari alla Russia e controllo del Bosforo;
  • egemonia sul Mar Nero;
  • sostegno turco alle riottose repubbliche islamiche di Inguscezia, Cecenia e Daghestan interne alla Federazione Russa;
  • sfruttamento delle risorse energetiche sul Mar Caspio e influenza su Azerbaijan e Turkmenistan, Paesi legati per DNA alla Turchia ma ex facenti parte dello spazio sovietico;
  • Questione Armena e Guerra del Nagorno Karabakh dove Russia e Turchia si sono schierate su fronti opposti.

A questo va sommata la riscoperta dell’identità musulmana sunnita della Turchia odierna, sempre più lontana dal solco laico voluto da Ataturk. La cortina islamica sbandierata da Ankara permette di raccogliere popoli cuscinetto intorno al sogno ottomano di rinascita in qualche modo genetico del popolo turco.

I turkmeni delle montagne siriane e dell’Iraq si adattano bene alla situazione. Etnicamente vicini ai turchi, hanno relazioni ambigue con l’ESL (i disertori dell’esercito di Damasco), con Al Nusra (la Al Qaida siriana, all’inizio sostenuta da Servizi occidentali…) e gli estremisti salafiti di Ahrar al Sham. Sono però nemici dei peshmerga curdi e anche se in teoria avversi all’ISIS finiscono per averne gli stessi obiettivi: una Grande Turchia a nord; una grande massa araba sunnita (e islamista) dall’Eufrate in giù.

L’esistenza nel nord della Siria dell’Esercito della Conquista, gruppo ribelle armato dalle monarchie del Golfo e da Ankara è la sintesi perfetta di questo disegno.

A rompere le uova nel paniere ci sono le proiezioni imperiali della Russia a sua volta tornata al senso d’identità pre sovietico. L’immagine dei resti del pilota russo abbattuto tra cui spiccavano un crocifisso e una Madonna ortodossa, spiega più di molte analisi…

Il resto della partita la fanno gli islamici sciiti, sia arabi come Assad e Hezbollah, che persiani come gli iraniani.

Nel vespaio siriano due cose appaiono oggi sicure: nonostante gli USA spingano per il contrario, stiamo tornando a schemi di geopolitica antecedenti alla Guerra Fredda; tutto manca in Siria tranne che i presupposti affinché la guerra continui.

Vedremo.

(foto: Suriye Türkmen Sancağı/ВВФ)

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