Vaccino COVID-19. La Cina è più vicina?

(di Antonio Vecchio)
21/03/20

La corsa per il vaccino contro il morbo causato dal coronavirus Sars-Cov-2 è già iniziata, coinvolgendo diversi centri di ricerca in Europa, USA e CINA.

Quella in atto tra i due maggiori competitor globali promette di aggiungere un ulteriore terreno di scontro ai tanti che già dividono Pechino da Washington.

Da settimane Trump e Pompeo non perdono occasione per addossare la responsabilità del “virus cinese” (o “di Wuhan”) ai silenzi di Xi Jinping nelle fasi iniziali dell’epidemia e alla sua incapacità di contenere la diffusione del virus fuori dal paese.

Accuse dure, alle quali la Cina ha risposto di tutto punto incolpando gli USA per aver loro prodotto in casa la pandemia e averla poi esportata in Cina con alcuni atleti nel corso dei giochi mondiali militari tenutisi lo scorso ottobre proprio a Wuhan.

In gioco, da una parte e dall’altra, c’è la necessità di capitalizzare l’emergenza.

Una esigenza, questa, che da parte americana risponde a logiche esterna e interna.

Da un lato, Trump intravede una finestra di opportunità per sferrare un colpo letale alla credibilità internazionale del Dragone, anche allo scopo di bloccare le numerose collaborazioni commerciali con paesi amici e alleati (come nel caso del 5G).

Sul fronte interno, invece, ha il fine di preparare la nazione alle ingenti perdite che dovrà ben presto sopportare per l’assenza di un sistema sanitario in grado di gestire la pandemia.

La sanità USA è infatti l’insieme di singoli pacchetti di assistenza individuale forniti su base contrattuale dalle compagnie assicurative.

La riforma di Obama, lontanamente assimilabile a quelle pubbliche del vecchio continente, copre, e in maniera parziale, solo una piccola fetta di popolazione.

Spostare l’attenzione dal fronte interno alla responsabilità tutta cinese del contagio permette all’amministrazione di rafforzarsi in maniera significativa, in questo agevolata dal tradizionale stringersi del suo popolo, nei periodi di emergenza, attorno al Commander in Chief.

Un vantaggio non da poco, considerata l’imminenza delle prossime elezioni presidenziali.

Dovremo pertanto abituarci nei prossimi mesi a un’inasprimento del confronto sino-americano, come riflesso degli alti e bassi delle curve del contagio e delle difficoltà incontrate dalla Casa Bianca per far fronte all’emergenza.

La strategia di Trump si propone inoltre di impedire la propaganda di Pechino, condotta anche con la “diplomazia delle mascherine” per capitalizzare a livello internazionale il contenimento del contagio.

È chiaro al presidente americano il pericolo che essa si traduca nel consolidamento della strategia della “collana di perle” che da tempo caratterizza la politica estera di Xi Jinping per avviluppare il globo.

Ecco allora che il terreno di scontro tra Washington e Pechino si allarga sino a coinvolgere le ricerche per la messa a punto di un vaccino, l’unico strumento in grado di assicurare l’immunità di gregge.

Il presidente lo ha ben chiaro, a giudicare dal tono con cui ha annunciato lo scorso 16 marzo che ,“I’m pleased1 to report that vaccine candidate has begun the phase 1 clinical trial. This is one of the fastest vaccine development launches in history. We are racing to develop anti viral therapies and the treatments. And we had some promising results, early results, but promising, to reduce the severity and duration of the symptoms. I have to say that our government is prepared to do whatever it takes, whatever it takes we are doing”.

Una strada in salita, che non consentirà nel breve risultati immediati. Anche per questo, il presidente ha cercato di assicurarsi con un miliardo di dollari l’esclusiva2 del prodotto che la tedesca CureVac sta mettendo a punto, al momento il più promettente.

Lo sforzo americano, come ha dichiarato il segretario alla difesa americano, Mark Esper, coinvolge anche lo U.S. Army Medical Command di Camp Detrick e il laboratorio militare americano, Walter Reed Army Institute of Research3.

Dalla Associated Press4 si apprende inoltre che a Seattle, il National Institutes of Health ha avviato, in coordinazione con la società di biotecnologia Moderna con sede nel Massachusetts, una prima fase sperimentale per testare un vaccino che coinvolge 45 volontari adulti sani, dai 18 ai 55 anni.

Un primo inizio che lascia ben sperare, anche se, stando alle dichiarazioni di Anthony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, dovranno passare almeno 18 mesi per avere un siero efficace.

Molti meno di quelli che Xi Jinping promette dovranno passare per ottenere un prodotto made in China, la cui realizzazione è stata affidata all’Accademia delle Scienze mediche militari (AMMS) diretta dal generale Chen Wei5.

Il ruolo che l’esercito di liberazione popolare (PLA), le forze armate di Pechino, ha giocato sin dall’inizio dell’emergenza è stato cruciale; si pensi solo ai 10mila medici e paramedici inviati a Wuhan in concorso agli ospedali locali.

La città, tra l’altro, da settembre 2016, è sede del quartier generale di supporto logistico congiunto, che ha soprasseduto alla distribuzione di forniture mediche per il personale medico militare oltre che del trasporto dei generi necessari agli 11 milioni di abitanti del capoluogo.

Il generale Chen, 54 anni, è una scienziata, epidemiologo e virologo molto esperta nello sviluppo di vaccini ricombinanti, quelli cioè che usano un virus o un batterio innocuo per introdurre il materiale genetico del patogeno nel corpo e così costruire l’immunità.

Il suo ruolo è stato riconosciuto anche nelle operazioni di soccorso durante il terremoto del Sichuan del 2008 e in quelle legate allo sviluppo di un vaccino durante l'epidemia di Ebola del 2014-16 in Africa occidentale.

La scienziata, nel corso della precedente emergenza SARS del 2002-2003 (per la quale - ricordiamo - non fu mai prodotto un vaccino), si distinse con la realizzazione di uno spray nasale per proteggere gli operatori sanitari, che si rivelò all’epoca molto utile, così come lo è stato ultimamente a Wuhan, dove nessuno dei militari è stato infettato (notizia però non confermata).

Ora - annuncia CCTV, il più grande network televisivo della Cina - l’AMMS è stata autorizzata ad avviare una sperimentazione clinica, e c’è già chi giura che i risultati siano molto vicini.

Sulla principale piattaforma di social media cinese, WeChat, circolano immagini che mostrano la scienziata nell’atto di iniettarsi un possibile vaccino.

Segno che la determinazione è tanta, ma anche che la pressione con cui la Commissione Militare Centrale, guidata da Xi Jinping in persona, guarda con viva attenzione il lavoro dell'Accademia delle Scienze mediche militari e non accetterebbe un fallimento.

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