Terra e Acqua: i termini del potere

(di Julian Carax)
29/09/20

Erodoto aveva descritto, con poche parole, gli elementi base di ogni dominazione: Terra ed Acqua; questo pretendevano i Persiani da chi cedeva le armi. Partiamo dalla Terra, da una zona estesa, e geopoliticamente rilevante, per poi stringere il diaframma sull’Acqua, su un’area relativamente più contenuta ma comunque attraversata dall’alta tensione delle relazioni internazionali.

Il Corno d’Africa, anche se lontano dall’eco di altri teatri di crisi1 è una regione caratterizzata dall’azione delle potenze egemoniche, da contraddizioni, divergenze di interessi, conflitti per procura; non a caso da tempo sono in corso rivolgimenti dovuti alla volontà delle entità politiche mediorientali, interessate a determinare un’interdipendenza tra i Paesi che si affacciano sul Mar Rosso, con interventi sia sulle dinamiche nazionali interne, sia sui conflitti che sconvolgono l’area.

Gli USA hanno inciso pesantemente sull’indirizzo politico, prima con la fallimentare strategia neocon di Bush, poi con il caotico disengagement di Obama che, propendendo per la dottrina del leading from behind, in concorso con i moti primaverili, ha agevolato l’affermazione di potenze regionali desiderose di rafforzare la loro egemonia2, con la creazione di assetti inediti che hanno avvicinato Turchia e Qatar contro le monarchie del Golfo3, regni in difficoltà nel contenimento dell’ambiziosa profondità strategica iraniana, non disgiunta dall’attivismo turco, finalizzato a compattare il consenso interno grazie alla politica estera.

L’Eritrea è stata caratterizzata da una politica cangiante in funzione delle elargizioni saudite e che, grazie anche al lavorio qatarino, ha condotto sia a più saggi consigli nei rapporti con l’Etiopia, sia ad interventi mirati con Sudan e Somalia. Insomma, la contemporaneità di conflitti endogeni ed esogeni, le dinamiche securitarie collegate a jihad, pirateria, crisi umanitarie e climatiche, hanno reso l’area una meta geopolitica rilevante, in cui esiste una competizione tra attori mediorientali (tra cui anche Israele), ed internazionali4, e che potrebbe volgersi in un prolungamento delle macro-dinamiche originate in MO.

La natura stessa degli investimenti riconduce a specifici obiettivi: investimenti portuali da parte degli EAU con forti presenze cinesi; costruzione di basi militari saudite e turche; il riorientamento diplomatico di Eritrea, Gibuti e Sudan pro Riyad, mercé aiuti militari ed in denaro per lo sviluppo; la mediazione di Arabia Saudita ed EAU tra Eritrea ed Etiopia con l’accordo di Jeddah del 2018 che ripropone l’Asmara sul palcoscenico internazionale dopo anni di isolamento diplomatico; l’impegno nella protezione dei flussi marittimi in Mar Rosso e nell’Oceano Indiano occidentale. Gli equilibri di potere regionali, condizionati da alleanze momentanee e contingenti, anche alla luce del fatto che i Paesi del Golfo vedono nei territori africani la loro naturale retrovia strategica, sono dunque stati ribilanciati in funzione dell’allargamento verso nuove aree di confronto, dove ciascun interlocutore ha operato per ridurre l’influenza altrui in funzione sia di un interesse strategico generale condiviso e determinato dalla percezione di una minaccia comune, l’Iran, sia di una serie di interessi particolari, per cui, per Sauditi ed Emiratini, l’Etiopia è la potenziale egemone subregionale dotata di forza negoziale dato il tasso di crescita del PIL, visto che le rivalità con la Somalia, o tra Sudan ed Egitto la inseriscono nella competizione macro regionale, e dove gli sforzi cinesi di radicarsi sul terreno sono più forti e contrastati, più in generale, dagli USA. Arriviamo dunque all’Acqua, non quella salata del Mar Rosso, ma quella dolce del Nilo, la maggior fonte di approvvigionamento idrico nordorientale.

L’uso delle acque nilotiche è stato regolamentato da trattati: a partire dal 1929 l’Egitto ha mantenuto una posizione prevalente, parzialmente rivista nel 1959, per giungere al 2011, con l’annuncio etiope di un progetto per la costruzione di una diga nel settentrione del Paese a 15 chilometri dal confine con il Sudan, vicino al lago Tana, la sorgente del Nilo Azzurro, la Grand Ethiopian Renaissance Dam, elemento di ulteriore rottura degli equilibri regionali e che, inizialmente, è stato finanziato con fondi nazionali. Il lancio del progetto è stato fondato su precisi fattori: l’usuale esclusione etiope dai precedenti tavoli negoziali sulla gestione delle acque, esigenze economiche collegate allo sfruttamento idroelettrico, riduzione degli effetti di un clima imprevedibile; tuttavia la realizzazione della GERD, peraltro a cura dell’italiana Salini Impregilo5, ha comportato delle ovvie conseguenze politiche anche per i paesi d’area, primo fra tutti l’Egitto, visto che le soluzioni etiopi aggraverebbero un quadro egiziano interno già molto complesso, che la riduzione dei volumi idrici renderebbe drammatico, sia per la produzione agricola, sia per quella idroelettrica assicurata al momento dal Lago Nasser.

Le tensioni, data l’estensione territoriale, non riguardano solo Egitto e Etiopia, dato che nello scacchiere nilotico è parte in causa anche il Sudan, tensioni aumentate nel 2019 quando l’Egitto ha cominciato a ventilare possibilità di guerra contro l’Etiopia. Molti i tentativi di mediazione internazionale6, con Russia ed USA (moderatamente pro Egitto), passando per il Sud Africa, in un contesto estremamente dinamico dove accordi ed abbandoni di tavolo si sono susseguiti incessantemente.

Più del 90% delle risorse idriche egiziane proviene dal Nilo, ed a fronte di previsioni di crescita demografica che superano i 100 milioni di abitanti, la salinizzazione del suolo impedisce le coltivazioni, tutti elementi di crisi che, tuttavia, non possono far recedere Addis Abeba che, non vincolata da nessun accordo, non è tenuta a farsi carico delle inefficienze e delle arretratezze del Cairo, che si è peraltro esposto in imprese faraoniche, come la costruzione della nuova capitale amministrativa. È ovvio che si tratta di accordi complessi che dovrebbero regolare il riempimento dell’invaso, nonché la gestione delle siccità e dei flussi idrici, nonché scongiurare un’ulteriore possibilità di scontro nel Corno.

Il governo egiziano, avulso da qualsiasi consapevolezza in tema di economia dell’acqua, ha indubbiamente pagato sia carenze strutturali storiche, sia l’instabilità politica che dal 2011, non solo ha agevolato ogni iniziativa volta ad approfittare della sua vacatio imperi, ma ha ostacolato tutte le azioni diplomatiche vanamente tese a persuadere l'Etiopia al rispetto di anacronistici accordi coloniali. Anche il Sudan ha parte in questo complesso gioco diplomatico, spostando tuttavia di volta in volta l’ago della bilancia, oscillando fra la tradizionale influenzabilità verso il Cairo, e le allettanti promesse economiche etiopi supportate dagli investimenti sauditi ed emiratini.

Con un cambio di strategia, l'Egitto, non estraneo ad attacchi informatici alle piattaforme etiopi, ha quindi coinvolto il Sud Sudan come partner, sostenendo sia il progetto – per ora fermo - di deviazione dell’acqua del canale Jonglei, sia cercando alleati a livello internazionale, come la Germania. Di contro, c’è da rimarcare il non così silenzioso inserimento di Ankara, visti i rapporti intercorsi tra il Ministro degli esteri Mevlüt Çavuşoğlu e l’ex Presidente etiope Mulatu Teshome Wirtu, rappresentante per i rapporti con l’Egitto: lo scontro tra Egitto e Turchia oltrepassa dunque il teatro libico, forte del fatto che più avanzano i lavori più aumenta la pressione sul Cairo, oppresso dal fattore tempo. L’Egitto dunque si piega al vento della realpolitik, riapre alle negoziazioni trilaterali, tuttavia insufficienti, non potendo evitare le tensioni specialmente con il Sudan, sia per quanto riguarda la contesa relativa alla zona geografica di confine di Hala’ib, sia per la concessione dell’isola sudanese di Suakin alla Turchia.

Realisticamente, l’accordo tra Etiopia ed Egitto appare comunque difficile, se non impossibile, a meno che gli intenti di giungere ad un effettivo ed equo compromesso non trovino concretizzazione. Mentre l’Egitto ha optato per consultazioni interne indirizzate alla discussione delle linee guida maturate nell’arco degli ultimi e travagliati mesi estivi, alla luce del fatto che, secondo quanto riferito dal Cairo, la proposta etiope non contempla chiare istruzioni operative ed esclude qualsiasi meccanismo legale per la risoluzione delle controversie, il Ministero delle risorse idriche sudanese ha rincarato la dose affermando che l’ultima posizione etiope potrebbe preludere ad un nuovo blocco dei negoziati. L’Etiopia, in ovvia controtendenza, ha invece espresso uno scontato ottimismo per il futuro dei colloqui, senza fugare i dubbi circa il fatto che l’Etiopia stessa, che ha a sua volta precedentemente disertato le sedi negoziali e che non si vuole vincolare ad un accordo che garantisca volumi idrici fissi, possa procedere unilateralmente con il completamento dei lavori. L’exit strategy che si manifesta all’Egitto, è innanzi tutto quella di un’assistenza esterna che crei una possibilità di normalizzare i rapporti con Israele, all’avanguardia nei settori della gestione dell’acqua, e da tempo impegnato ad utilizzare la risorsa idrica per rinsaldare i rapporti con la Giordania.

In un momento particolarmente fluido come l’attuale, il conflitto diplomatico sul Nilo attesta un fallimento della proiezione di potere egiziana, tanto che se anche si raggiungesse un accordo definitivo su riempimento e funzionamento della GERD, il Cairo sarebbe comunque in forte impasse dato che, peraltro, pur avendo dichiarato la volontà di stabilire una base militare in Somaliland, non sembrano esistere opzioni militari valide, nonostante le spese belliche affrontate negli ultimi anni e nonostante diversificazione ed ampliamento delle relazioni estere7.

1 Siria, Iraq, Libia, Gaza, Yemen

2 Arabia Saudita, Iran, Turchia

3 Arabia Saudita ed EAU

4 USA; Russia, Cina, Europa

5 Oltre la GERD, sta realizzando un complesso di tre dighe e quattro centrali idroelettriche lungo il fiume Gibe, affluente dell’Omo, nel sud del paese. Ad una di queste dighe, Gilgel Gibe III, è collegato anche il Kuraz Sugar Development Project, che prevede una piantagione di 100.000 ettari di canna da zucchero e tre fabbriche per la raffinazione. 

6 Numerosi negli anni i tentativi, rivelatisi fallimentari, includendo anche gli altri attori statali, dalle Helsinki Rules del 1996, alla Nile Basin Initiative (NBI) nel 1999, al Cooperative Framework Agreement (CFA) di Entebbe nel 2010, fino al Comitato Trilaterale del 2013.

7 Oltre USA ed Europa, ha stretto accordi economici e securitari con Arabia Saudita ed EAU; ha rafforzato le sue relazioni con Repubblica popolare cinese e Russia, ampliando la partnership con il vicino Israele

Foto: Jacey Fortin / web