Sudan, transizioni di sangue

(di Julian Carax)
18/09/20

Il Sudan si presta a tecniche narrative che, come in un film, iniziando con quelli che si immaginano essere gli ultimi fotogrammi a colori, riportano tutto ad una slow motion color seppia; un osservatore, partito nel ‘60 circa ed approdato a Khartoum prima ed a Juba poi, nell’agosto di questo sventuratissimo anno, sarebbe sicuramente disorientato dalla constatazione che non esiste più un solo Sudan, e che la folla che lo circonda sta festeggiando il termine di un ulteriore conflitto durato ben 17 anni.

Due i fili conduttori della nostra storia: il primo è il sangue, di vincitori e vinti; il secondo è un termine di moda: transizione.

La storia sudanese, fin dalla metà dell’800, incarna aspetti regionali tipici; dopo l’apertura del canale di Suez, l’Europa volge la sua attenzione all’area, peraltro già oggetto dell’occupazione egiziana; il generale Gordon, inviato dalla Gran Bretagna, sarà condannato nel 1885 da una politica ondivaga che lo consegnerà nelle mani della rivolta jihadista di Muhammad Ahmad, che tuttavia l’autoproclamazione a Mahdi1 non salverà da morte ingloriosa per malattia dopo 6 mesi dalla presa di Khartoum, e dopo aver avuto tuttavia il tempo di dare un’anticipazione di stato islamico.

Morto Gordon e riconquistato il controllo del Sudan, Londra lasciò che il Paese si sviluppasse diversamente a seconda dell’area: il Nord, economicamente progredito, orientato verso l’Egitto e dominato da un’oligarchia arabo-islamica; il Sud, teatro dell’opera missionaria cristiana, vincolato alle tradizioni.

Contemporaneità: la Repubblica, rifiutato il Commonwealth, aderisce alla Lega Araba con continui e violenti moti nelle regioni meridionali, desiderose di una maggiore autonomia. Dal 1958 il ritmo della politica sudanese è scandito dall’alternanza di regimi militari e deboli tentativi democratizzanti, durante i quali si cerca di giungere ad una soluzione per la questione meridionale, grazie alla concessione di speciali autonomie; sullo sfondo, la costante crisi economica ed il pencolamento nelle relazioni internazionali, con repentini allontanamenti ed avvicinamenti agli egemoni artefici della Guerra Fredda, ed ai loro affiliati.

Nel 1989 ennesimo cambio di rotta, determinato dal colpo di stato del generale al-Bashīr (foto - 2009), vicino al Fronte islamico nazionale ed al suo leader at-Turabi. Il Sudan diviene il punto di riferimento islamista mondiale; il governo estende la sharia, annulla gli accordi presi con le regioni meridionali, volge le spalle all’Egitto, appoggia l’Iraq nella prima Guerra del Golfo del 1991, dà ricetto ad Osama bin Laden: il Sudan è isolato.

Tra il ‘95 ed il ‘99 ennesime giravolte di una politica schizofrenica: prima l’alleanza con l’Iran degli Ayatollah, poi l’allontanamento di at-Thurabi, infine il riavvicinamento ad Egitto ed USA, impegnati nella lotta al terrorismo; quasi inevitabile il colpo di coda in politica interna, con la firma di accordi con cui il governo garantisce un’improbabile autonomia sessennale al Sud, anticipatrice di un referendum per l’autodeterminazione.

Nel 2003 il Darfur è teatro della guerra fra milizie filogovernative arabe e popolazioni musulmane che causa almeno 300.000 morti ed oltre 2 milioni di profughi. Intervengono due nuovi attori: l’ONU, che stabilisce l’invio di una missione di pace, e la Corte Penale Internazionale dell’Aja, che spicca un mandato di cattura a carico di Bashir per crimini di guerra riconducibili alla strategia contro-insurrezionale attuata con la mobilitazione di milizie arabe Janjaweed2.

La guerra tra il governo centrale ed il Sudan People's Liberation Army, braccio armato del Sudan People's Liberation Movement, combattuta dal 1983 fino all'inizio del nuovo secolo, ha di fatto nazionalizzato le motivazioni del conflitto, accantonando le rivendicazioni secessioniste divampate nuovamente nel 2005, in coincidenza con la morte di John Garang, leader dell’SPLM. Se da un lato la querelle istituzionale ha trovato nel 2011 una soluzione con la divisione in due entità statuali, le persistenti tensioni hanno continuato a destabilizzare il meridione, anche in considerazione degli effetti determinati dalle primavere arabe sul MENA; mentre nel Darfur già imperversava la nuova ribellione legata a fattori etnici, limitato sviluppo e competizione per l’accesso alle risorse naturali, dal 2011 il governo tentava di disarmare le milizie nel Kordofan e nella regione del Nilo Azzurro. Mentre nello stesso anno un referendum sancisce l’autodeterminazione del Sud Sudan, al Bashir, al potere da oltre 25 anni, viene riconfermato presidente del Nord con un plebiscito bulgaro.

La realtà, su cui pesa la perdita delle zone petrolifere del sud e che impone una politica finanziaria di rigore, presenta il suo conto: una giunta militare, nel 2019, destituisce Bashir, e si impegna alla creazione di un Consiglio civile e militare di transizione che avrà il compito di traghettare il Paese verso un nuovo futuro. L’economista Abdalla Hamdok, volto semi nuovo della politica sudanese ed africana, assurge alla carica di primo ministro di un governo di transizione e, nell’agosto 2020, giunge ad un accordo, firmato a Giuba3 con il Fronte rivoluzionario del Sudan, e mediato dal presidente del Sud Sudan, Salva Kiir.

Il Comprehensive peace Agreement, basato sul principio del power sharing e non condiviso da tutti i soggetti politici coinvolti, garantisce la concessione di un’ampia autonomia amministrativa e di gestione del 40% della ricchezza prodotta alle province del Darfur, del Kordofan e del Nilo Azzurro; detta la regolamentazione delle proprietà terriere tribali; dispone l’integrazione delle forze ribelli nell’esercito regolare e la riforma della governance istituzionale; stabilisce l’istituzione di una Commissione nazionale per la libertà religiosa che assicuri la tutela dei diritti delle comunità cristiane del sud, unitamente ad una revisione della base giuridica islamica a fronte di una precisa richiesta di esaltazione del principio di laicità. L’accordo, diventando la possibile chiave di volta atta a permettere al governo di transizione di assicurare un’indispensabile stabilità politica interna, anche alla luce dell’evoluzione delle relazioni internazionali, mette per il momento fine ad un conflitto durato 17 anni, ma senza poter dare un colpo di spugna definitivo ai profondi problemi di base visto che, tra l’altro, è stato preceduto da due patti, uno firmato in Nigeria nel 2006 e un altro firmato in Qatar nel 2010, puntualmente disattesi.

La faglia che di fatto ancora divide il settentrione musulmano dal meridione in buona parte cristiano è generata da diversi fattori: al nord l’élite arabo-musulmana ha sempre esercitato sia il potere politico che economico alimentando progetti di islamizzazione istituzionale che hanno determinato l’opposizione delle comunità meridionali, più arretrate, e sistematicamente represse da Khartoum. Ma le dinamiche d’area comunque si sviluppano, ed il Sudan deve rapportarsi con situazioni destinate fatalmente a condizionare il quadro generale. Il Corno d’Africa continua ad essere una regione instabile e dove si palesano contrasti dovuti anche all’attivismo di diversi Paesi Mediorientali, come gli EAU e l’Arabia Saudita, che hanno reso il Sudan post al-Bashir il perno di una penetrazione geopolitica, influenzata dai rapporti con Egitto ed Etiopia, coinvolti nelle vicende interessanti la Diga GERD4, opera per la quale sembra di fatto impossibile giungere ad un accordo circa lo sfruttamento delle risorse idriche, che si presenta come ricco di pesantissime ricadute strategiche.

I negoziati, avvenuti in presenza degli USA e sostenuti dalla consulenza tecnica della Banca Mondiale, stante l’intransigenza etiope, hanno determinato un pericoloso nulla di fatto che vede il Cairo alle prese con il rischio di forti carenze idriche, e Khartoum, tentata dalle favorevoli proposte economiche di Addis Abeba in termini di forniture elettriche, ma cosciente della necessità di mantenere buoni rapporti con un vicino potente e con cui le relazioni non sono sempre state agevoli.

Anche Israele, meta di molti sudanesi in cerca di lavoro, può trovare interesse in Khartoum; seguendo il principio della strategia dei tre cerchi concentrici, che definisce geograficamente l’area entro cui tentare di normalizzare le relazioni con Paesi arabi in passato qualificati come ostili, vanno valutati i contatti intercorsi ad un anno dal colpo di stato che ha deposto Bashir, e che consentirebbero di raggiungere una prima intesa circa l’utilizzo dello spazio aereo sudanese da parte delle linee aeree civili israeliane, per poter poi ipotizzare, con tutte le dovute cautele viste anche le contrastanti prese di posizione di diversi maggiorenti sudanesi, il concretizzarsi di un accordo di pace entro il 2021, atto a rivedere quanto proposto 53 anni fa dal Sudan, circa il mancato riconoscimento di Tel Aviv.

La linea sudanese è chiara, e consiste nel ricercare la sponda israeliana perché agevoli la rimozione del Paese dalla lista americana degli Stati che sostengono il terrorismo; avvicinarsi ad Israele, però, può portare ad inconvenienti sia per le FA, una volta fondamento della posizione anti ebraica, sia al nuovo esecutivo, che potrebbe essere percepito come non così sintonico con FA spesso viste come libere di prendere iniziative non coordinate.

Possibili conseguenze

Il mantenimento del Sudan nell’elenco degli Stati canaglia, rende il Paese tecnicamente inammissibile alla cancellazione sia del debito sia ad un possibile finanziamento da parte del FMI; inoltre, aprire ad Israele indurrebbe il Cairo a temere un’espansione della sfera di influenza ebraica, e porterebbe a dover considerare gli USA come destinatari dei risarcimenti previsti per le vittime dell’attentato alla USS Cole del 2000; si tratta tuttavia di realpolitik cui, anche un governo di transizione dovrà necessariamente soggiacere, pena la sua stessa sopravvivenza.

Difficoltà economiche, rapidissime evoluzioni delle relazioni internazionali, portano ad inquadrare l’accordo di pace dell’agosto scorso come la tessera di un mosaico molto più ampio, in cui non è detto che la politica della transizione consenta di giungere, quanto meno in tempi brevi, ad una effettiva conclusione.

1 Il guidato da Allah

2 Diavoli a cavallo; preferiscono tuttavia essere chiamati mujahidin

3 Capitale del Sud Sudan

4 Grand Ethiopian Renaissance Dam

Foto: web / VOA