Qatar, c’è altro oltre il football

(di Enrico Magnani)
28/11/22

Mentre il campionato del mondo di football è in corso in Qatar, molte voci si sono levate contro il ricchissimo emirato per diverse ragioni: dalla ripresa oscura assegnazione della competizione (avvenuta nel 2010), alla violazione dei diritti dei lavoratori stranieri coinvolti nei cantieri per il campionato, alle limitazioni dei diritti civili e personali per finire all’indiscriminato abbattimento di cani. E questo senza le patetiche giustificazioni della FIFA e il sostegno ottenuto dal Summit della Lega Araba di Algeri agli inizi di Novembre (entrambi obbligati, e in quanto tali, totalmente ipocriti).

Tuttavia, queste accuse, già di per sé gravi (e conosciute da tempo), non illustrano completamente l’ambigua politica dell’emirato. Da anni Doha ha iniziato una politica di visibilità e penetrazione a livello internazionale, focalizzato ad assicurarsi la benevolenza e l’attenzione della comunità internazionale, corroborato da enormi risorse finanziarie, acquisti spropositati di armamenti di ogni tipo e di elevata sofisticazione (e costo…), partecipazione a operazioni militari internazionali, come il rovesciamento del regime di Gheddafi (notizie stampa citarono l’irruzione di forze speciali qatariote nel grande complesso di Bab al-Azizia a Tripoli).

Si potrebbe osservare che le scelte del Qatar e la sua frenetica ricerca di visibilità sia una risposta obbligata a un insieme di debolezze che lo renderebbero appetibile: vicini ingombranti e animati da smanie egemoniche, territorio piccolo, scarsa popolazione e carente identità nazionale, risorse energetiche importanti (il Qatar è il quinto produttore mondiale di gas naturale dopo USA, Russia, Cina e Iran, con 177 milioni di m3, a dati del 2021, questo mentre la produzione petrolifera si è ridotta a 1,8 milioni di barili al giorno con tendenza a ulteriori riduzioni).

Specialmente la disponibilità di gas naturale ha permesso alla comunità internazionale, soprattutto agli stati che ne sono acquirenti, di far passare sotto silenzio le zone oscure della governance dell’emirato. Come sempre "pecunia non olet" e le prediche sui diritti umani si indirizzano solo verso alcuni (e mai altri).

Nella sua multiforme attività diplomatica, il Qatar, ha ospitato i colloqui e gli accordi (foto) tra l’amministrazione Trump e i talebani afghani (che hanno portato alla vergognosa fuga da Kabul), ma allo stesso tempo continua a ospitare le sessioni di dialogo dei negoziati in Chad, per la regione dei Grandi Laghi e il Sud Sudan, patrocinati dall’ONU.

Al contempo ha iniziato una sempre più forte contrapposizione alle mire egemoniche dell’Arabia Saudita e dei suoi stati satelliti (UAE, Kuwait, Bahrein) all’interno del GCC (Gulf Cooperation Council), ma anche della Lega Araba e della OIC (Organizzazione per la Conferenza Islamica).

La partecipazione del Qatar alla coalizione guidata da Riyadh per fronteggiare le vittoriose forze yemenite di obbedienza sciita ha aumentato la divaricazione tra Doha e l’Arabia Saudita, cosa che faceva il paio con la rivalità tra queste due nazioni nel padrinaggio delle diverse milizie siriane antigovernative nella guerra civile che devasta il paese del levante dal 2011 e che ha visto il progressivo avvicinamento del Qatar alla Turchia e all’Iran.

Nel 2017 questa polarizzazione ha raggiunto gli estremi ha spinto quattro paesi arabi – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto – a rompere le relazioni diplomatiche con il Qatar, dopo che nell’estate di quell’anno, anche a fronte di gravi perdite umane subite, si ritira dalla coalizione impegnata nella guerra in Yemen. Queste nazioni hanno accusato il Qatar di sostenere vari gruppi terroristici e settari volti a destabilizzare la regione, tra cui il gruppo dei Fratelli Musulmani, Daesh (ISIS) e Al-Qaeda, promuovendo costantemente i piani di questi gruppi attraverso i suoi media, sostenere le attività dei gruppi terroristici sostenuti dall'Iran nel governatorato di Qatif, in Arabia Saudita, e Bahrain, finanziandoli e ospitandoli e utilizzando il canale satellitare Al Jazeera come megafono dei loro messaggi. Lo stesso anno, i quattro paesi arabi hanno inserito 59 individui e 12 organizzazioni con sede o finanziate dal Qatar in una lista di terroristi. I quattro paesi hanno anche espulso i cittadini qatarioti e chiuso tutti i loro confini al Qatar, bandito le trasmissioni del canale televisivo (di proprietà statale) Al Jazeera. I sauditi hanno accusato il Qatar di "abbracciare vari gruppi terroristici e settari volti a destabilizzare la regione, tra cui il gruppo dei Fratelli Musulmani, Daesh (ISIS) e Al-Qaeda..." e tale era l’animosità che Riyadh era arrivata ad ipotizzare la costruzione di un canale artificiale per trasformare l’emirato da penisola a isola.

La cooperazione con la Turchia è stata importantissima per il Qatar, che ha visto in Ankara una assicurazione contro possibili blitz militari sauditi.

Per fare fronte al minaccioso isolamento, il Qatar ha consolidato i suoi legami con la Turchia, per lungo tempo protettrice dei Fratelli Musulmani e in rapporti burrascosi, anche se per ragioni differenti, sia con Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti.

Nell’ottobre 2015 è stata attivata la Forza Combinata Qatar-Turchia, acquartierata presso la base militare di Tariq bin Ziyad fuori Doha, inizialmente con circa 300 militari turchi, poi incrementati a 2.000 e poi a 5.000; a questi si sono aggiunte visite e esercitazioni di reparti aerei (e un flusso ininterrotto di aiuti alimentari quando iniziò l’embargo e la chiusura dello spazio aereo) e in quel caso si parlò di un asse Ankara-Teheran-Doha. Questa situazione si è trascinata sino all’inizio del 2021, con la riapertura dei confini terrestri con l’Arabia Saudita e quelli aerei e marittimi con le altre nazioni del GCC (con l’esclusione dell’Oman, che non si era piegato alle pressioni saudite e non ha mai interrotto le relazioni con Doha).

Accanto alle assicurazioni fornite dal volubile Erdogan, l’altra maggiore garanzia di sicurezza alla sua integrità, il Qatar l’ha trovata negli USA. Gli USA vi mantengono importanti assetti aerei e, sino al 2020, anche una presenza militare terrestre (poi trasferita in Giordania).

Come questo si accordi con il sostegno finanziario che il Qatar da tempo dà ad Hamas e altri gruppi radicali palestinesi, di cui molti leader sono ospitati nella piccola penisola, resta poco chiaro, anche alla luce del fatto che nel luglio 2021, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha avviato un'indagine sul presunto sostegno del Qatar al Corpo dei Pasdaran, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (definiti da Washington nel 2019 come movimento terrorista).

Dopo più di tre anni di durissimo embargo (politico, logistico ed economico), il Qatar ha ripreso le relazioni con i paesi del GCC e l’Egitto. L’occasione formale della riconciliazione è stato il vertice in Kuwait dell’organizzazione regionale del gennaio 2021 che, sebbene facente parte del gruppo di paesi ostili al Qatar, si era speso come intermediario tra le due parti (e non come millantato dalla stampa marocchina, "da Rabat").

Anche l’Iran, considerato il vero oggetto della guerra diplomatica contro Doha, si è congratulato, noblesse oblige, sottolineando la “capacità del popolo qatariota di resistere alle pressioni esterne”.

Effettivamente, il Qatar è sgusciato dall’embargo senza rispondere, e ancor meno, rinunciare, alle accuse lanciate dai Paesi della coalizione: il sostegno al “terrorismo islamista” (in particolar modo ai Fratelli Musulmani, messi al bando da tutti e quattro i Paesi coinvolti) e i rapporti ambigui nei confronti con l’Iran.

È un fatto consolidato che il Qatar abbia sostenuto il radicalismo islamico anche e ben prima dell’esplodere della crisi diplomatica e, a parte il Bahrein (di fatto occupato dal 2011 da truppe saudite e degli EAU sotto l’usbergo di fittizia forza di pace inviata dal GCC per sostenere il governo dello emiro, che pure ha una popolazione quasi totalmente araba, ma di rito sciita) il Qatar era il paese più prossimo all’Iran.

Il crollo dei prezzi del petrolio del 2020 e l’esplosione di quelli del gas a seguito della aggressione russa all’Ucraina, hanno da una parte indebolito i paesi petroliferi del Golfo e allo stesso tempo rafforzato il Qatar (che ha brevemente abbandonato l’OPEC, accusandolo di essere uno strumento della politica egemonica saudita), che ha visto allungarsi la lista dei potenziali acquirenti, ancor meno che prima disposti a sollevare questioni che infastidiscano Doha. Si vuole evitare a tutti i costi un nuovo rinsaldamento dell’asse con Teheran, con pesanti conseguenze politiche e energetiche di grande portata.

Analogamente al timore di un nuovo asse con l’Iran, i paesi del Golfo non vogliono lasciare alla Turchia e alla erratica guida di Erdogan un'occasione per riaffacciarsi nelle regione mettendo Doha troppo sotto pressione, memori che anche grazie agli aiuti militari e alimentari di Ankara, il Qatar ha resistito al loro embargo, che nei loro piani avrebbe dovuto piegare l’emirato ribelle.

In sostanza il Qatar è rientrato nel GCC senza cedere su nessuno dei punti mossi dai Paesi della coalizione (e dei retrostanti timori dei clienti del gas naturale, che hanno dovuto ingoiare il rospo) e ha ampliato ulteriormente il suo spazio di manovra.

In vista della Coppa del Mondo, il Qatar ha compiuto enormi sforzi per abbellire la propria immagine nell'opinione pubblica mondiale e silenziare le accuse di lunga data nel dare rifugio ai terroristi e incoraggiare il terrorismo e l'estremismo. A causa della Coppa del Mondo di Doha, il Qatar ha giocato bene con l'Occidente come parte del suo sforzo per fare pensare che stia contribuendo alla sicurezza e alla stabilità in Medio Oriente mentre ospita e protegge gruppi pericolosi propri per la sicurezza dell’Occidente stesso.

In realtà il Qatar non è considerato un amico né da parte dell’Occidente né da parte dei suoi medesimi ‘alleati’ arabi. In effetti, il sostegno da parte del Qatar alla jihad globale rimane fonte di preoccupazione per molti che vedono come Doha, uno scomodo ma necessario partner: ha usato le sue infinite risorse inondando di doni, sponsorizzazioni di ogni tipo, contributi finanziari a Università e gruppi di riflessione, investendo in influenti gruppi editoriali e prestigiose società.

Finché il Qatar continuerà a finanziare e ospitare la leadership di Hamas, e finché continuerà a utilizzare Al-Jazeera per incoraggiare la jihad e l'estremismo, l'unico vero gioco che l'emirato sta giocando, a parte la Coppa del Mondo (dove la sua selezione nazionale è stata ovviamente eliminata dopo solo due partite, mostrando la strumentalità della sua offerta di ospitare il girone), è quello di una partita pericolosa.

Foto: FIFA / U.S. Department of State / presidency of the republic of Turkey / IRNA

rheinmetal defence