Notizie ed internet: un anticipo di guerra

(di Gino Lanzara)
09/04/20

I dati riguardanti l’evoluzione della pandemia affluiscono incessanti; non intendendo invadere campi per i quali si rischia di dare prospettive inesatte, proviamo a proporre una lettura alternativa allo scopo di indurre ad altre riflessioni basandoci, beninteso, su quanto è accessibile e reperibile, e cercando di coniugare alle riflessioni gli elementi oggettivi rilevanti, estrapolati dalla massa del white noise.

Le notizie correlate all’andamento della situazione sono molte, e la possibilità che la loro mole confonda, più che chiarire, è palpabile. Una massa apparentemente incongrua di informazioni porta all’unico risultato di non avere un quadro chiaro, specie quando gli attori interessati rivestono ruoli egemonici, e gli interessi in gioco sono molteplici e rilevanti.

Un primo aspetto da valutare riguarda lo sviluppo della società dell’informazione, che ha condotto ad una modifica del panorama conflittuale. Secondo una recente teoria, “non sarà chi ha la bomba più grossa a prevalere, ma chi racconterà la storia migliore”, dando così spazio al concetto di information dominance, ovvero l’individuazione dei punti deboli del concorrente, con una raccolta di informazioni verificabili tese ad alimentare polemiche collegate a fatti oggettivi.

La diffusione della rete ha portato a concretizzare una forma di attacco che ricade sotto l’aspetto di guerra cognitiva o, se preferite, di infowar multidimensionale; come reagire? Con un’intelligence che, grazie a Humint e Techint1, contrasti gli attacchi.

A questo tipo di attività si associano tre elementi che, già stigmatizzati a suo tempo da Clausewitz, hanno un notevole peso: nomos, ethos, pathos che, innescati dall’informazione che segue la stessa ratio dell’uso della forza, concorrono ad influenzare ogni attività sociale; in fondo, la comunicazione, è sempre stata strumento politico fondamentale sia in guerra che in pace, un invito ad accettare più miti consigli, o una minaccia a subire un’ulteriore offesa, visto che le guerre si combattono per conseguire obiettivi politici o economici, e non per giungere a distruzioni fini a sé stesse: se volete, è il successo del più economico soft power, su un costoso hard power, il trionfo della flessibilità dei social network nelle primavere arabe sugli apparati di sicurezza, la mobilità degli elettorati in spazi virtuali che hanno eroso la democrazia rappresentativa, lenta e prevedibile, secondo un paradigma più dinamico che mira ad indirizzare gli sforzi cognitivi verso debolezze governative e la delegittimazione istituzionale; in sintesi, un uso degli aspetti psicologici delle comunicazioni.

Ma cosa sarebbero i media al tempo del corona virus senza il fattore cyber? Non c’è dubbio che la raccolta di informazioni rifletta una forma di potere capace di attaccare le fondamenta avversarie, sia tatticamente che strategicamente, cosa che conduce a valutare i mezzi informatici alla stregua di armi capaci di efficaci attacchi anonimi; prova ne sia che quasi la metà dei tweet postati tra l’11 e il 23 marzo con l’hashtag #forzaCinaeItalia è riconducibile ad account automatizzati, come anche oltre un terzo di quelli con l’hashtag #grazieCina, come evidenziato dall’analisi effettuata dal Lab R&D di Alkemy.

Infine la propaganda, sempre valido strumento di politica estera a lungo sottovalutato malgrado sia stata spesso utilizzata dalla Russia per destabilizzare ed influenzare la politica occidentale avvalendosi di media tradizionali, internet, con addetti volti ad utilizzare le tecniche più aggiornate di guerra psicologica, studiate in campo politico-militare, e che hanno portato ora a travisare il tragitto degli aerei russi verso l’Italia, per i quali era stata immotivatamente incolpata la Polonia, o a rilanciare come recenti affermazioni del 2015 di Putin. Tutte abilità comunicative per le quali c’è da annotare lo scontro in atto tra una nota testata italiana con il Ministero della Difesa Russo, un osso ben più duro dei soliti, che non può certo essere attaccato senza dimostrare di possedere informazioni certe e comprovate.

Ovviamente, l’uso della propaganda non è esclusiva russa, anche perché si è potuto constatare come Pechino abbia fatto tesoro nel tempo, sia dell’esperienza del Cremlino, sia della teoria asimmetrica del testo “Guerra senza Limiti”2; prova ne siano i migliaia di account twitter falsi o rubati, scoperti da ProPublica, e che sono serviti alla propaganda cinese per sostenere il regime prima attaccando i manifestanti a Hong Kong, poi sostenendolo nella disinformazione sulla pandemia, account legati alla società OneSight Technology di Pechino, che annovera come clienti Alibaba e Huawei, interessate alla rete 5G.

Tutti questi elementi operano su di un elemento principe: l’informazione. Ai dati della guerra cognitiva si accompagnano quelli non verificabili ed alterati della disinformazione, finalizzata alla manipolazione, cui dovrebbe auspicabilmente accompagnarsi l’attività di controdisinformazione, a cura dei servizi di intelligence.

Guerra cognitiva, elementi psicologici, propaganda, informazione e disinformazione, tutti aspetti di un’infodemia che sta interessando l’occidente, e che ha portato gli USA ad individuare in Russia, Cina ed Iran le fonti di campagne volte a diffondere il terrore per il virus. Mentre venivano propagate notizie infondate sull’Esercitazione NATO Defender Europe 2020, Mike Pompeo sollecitava la Cina ad assumersi le proprie responsabilità, anche alla luce della disinformazione che ha avuto come oggetto l’Italia, Paese interessato alla Via della Seta.

Malgrado quanto asserito da fonti ufficiali del Dragone, quanti italiani conoscono l’inno nazionale cinese da cantare sui balconi? Propendiamo per l’analisi del Soufan Center di NY, che vede un’infodemia contraddistinta da “una combinazione di disinformazione, attacchi informatici e una carenza di leadership politica” che “amplifica la minaccia rappresentata dalla diffusione” del coronavirus, e che addirittura diffonde false mappe sul contagio o su terapie inesistenti, senza contare l’occultamento dei dati medici, le notizie su infezioni intenzionalmente diffuse da minoranze etniche o politiche, o le manipolazioni compiute in laboratorio.

Ma chi diffonde la disinformazione? Che esistano motivazioni strategiche nell’ambito delle competizioni geopolitiche è evidente; cognitivamente la Cina, attenta a bilanciare obiettivi strategico-economici e risorse disponibili per evitare lotte per la sopravvivenza, è accusata di manipolare le informazioni in modo da rappresentare la sua lotta contro l’epidemia come un successo; gli USA non sono stati sempre apertamente chiari e, mentre gli Ayatollah li accusavano di aver tentato di mostrare l’incapacità iraniana di contenere il virus, affermavano l’esistenza di tentativi russi atti ad identificare il corona virus quale arma biologica americana.

I riferimenti USA al “Virus cinese” spostando il focus sulla tutela della sicurezza nazionale, costituiscono la risposta alla propaganda del Pcc di cancellare l’immagine del Paese dove il virus è nato, è stato ignorato e poi censurato.

La campagna disinformativa cinese è dunque consistita in un’inversione narrativa, per cui il virus è stato debellato grazie alla guerra di popolo, cui è seguita l’esportazione del sistema Wuhan con l’invio di aiuti ai Paesi più colpiti, Italia in testa con un’operazione di marketing rinominata Health Silk Road, ed infine l’accusa rivolta ad altri Paesi di essere stati i veri responsabili della diffusione del virus, in primis Italia ed USA.

A livello non statuale si evidenziano attività disinformative, come quelle poste in essere da gruppi anti establishment, ovvero elementi di criminalità organizzata, complottisti, gruppi anarchici, che trovano terreno fertile in un’opinione pubblica che, sensibilizzata dal punto di vista del pathos, è portata a credere anche ad aspetti privi di fondamento scientifico, come accaduto in Egitto o in Turchia, dove le autorità hanno propagandato tesi grottesche sul sistema immunitario della popolazione.

Cosa rimarrà della geopolitica di pochi mesi fa? Poco. Per la Cina, sull’onda del gradimento della massa delle ultime contro narrazioni, il corona virus potrebbe costituire l’occasione per intervenire direttamente e non più dalle quinte, su una revisione dell’ordine liberale tradizionale nato durante la II Guerra Mondiale a Washington, leader dell’allora nuovo sistema, una sorta di test che ha evidenziato la fragilità del sistema liberista ed il defilamento americano dalla leadership internazionale.

Che gli egemoni non siano mai graditi è accertato, ma che informazione e controinformazione possano oscurare la natura burocratica e totalitaria della governance di un regime che ha introdotto un nuovo strumento digitale per tarare la fedeltà del popolo, l’applicazione per smartphone xuexi qiangguo, dovrebbe indurre a qualche valutazione in più, viste le reticenze sulla pandemia e sull’impossibilità di esprimere qualsiasi forma di dissenso sia su Hong Kong che sul Tibet.

Qualche considerazione di chiusura; l’Italia si è trovata ad interpretare il ruolo dell’utile palcoscenico per troppi egemoni, in un momento di crisi profonda che ha obbligato i servizi di sicurezza a porre l’accento sulla necessità di tutelare i principali asset nazionali, beni vulnerabili quanto e più degli altri ai conflitti cognitivi, secondo un modello che, tuttavia, nella previsione di un confronto bipolare USA – Cina, non individua con chiarezza la possibile posizione del nostro Paese, un Paese che al momento non sembra peraltro pienamente partecipe delle realtà internazionali che stanno evolvendosi e che, come nel caso dell’Isis, comprovano approfondite conoscenze cognitive e propagandistiche.

1 Human Intelligence - Technical Intelligence

2 Qiao Liang e Wang Xiangsui

Foto: Ministry of National Defense of the People's Republic of China / Twitter