Looking for America

(di Julian Carax)
23/02/21

L’affacciarsi di ogni nuova Amministrazione a stelle e strisce sul proscenio internazionale induce a chiedersi come potrebbe evolvere la strategia americana in un futuro di medio – lungo respiro, tenendo conto di diversi elementi: quelli politici ereditati dalla Guerra Fredda, e quelli relativi agli eccessi della promozione forzosa della democrazia 2.0.

Partiamo da un dato: gli USA sono stati il teatro di una tornata elettorale drammatica che ha messo in dubbio la capacità di assicurare la stabilità interna utile a riaffermare un ruolo eminente in ambito internazionale; è dunque indispensabile che il governo riparta dalle politiche economico - sociali, strategiche per riprendere il controllo di un menage tormentato.

(ascolto consigliato: America, Simon & Garfunkel)

Immergiamoci nel realismo. La nuova amministrazione esordisce nel momento in cui si avverte l’assenza di vere menti geopolitiche alla George Kennan; non ci si può non chiedere se gli USA siano ancora in grado di imprimere globalmente una propria strategia, e se non sia prevalente un concreto pragmatismo piuttosto che fumose e comode ideologie.

Le linee d’azione americane in politica estera si sono fondate anche sugli antagonismi di alleati e partner, considerati spesso utili mezzi geopolitici, e hanno rafforzato la convinzione di dover e poter disporre di uno strumento bellico capace di sostenere il destino manifesto di Washington nello stabilire e nel difendere le regole del sistema internazionale.

La benevola egemonia americana, fondata sui principi di primato e di impegno profondo, ed inserita in un contesto planetario considerato anarchico, si basa su strategie che richiedono livelli significativi di capacità militare nonché di politiche conflittuali verso altri egemoni o aspiranti tali, il che porta a dover considerare la propensione all’uso della forza per perseguire gli interessi nazionali dato che, gli stessi moderati, non ritengono che un patchwork internazionale democratico e liberale sia sufficiente a garantire pace & interessi; limitare il raggio d’azione strategico significherebbe adottare un bilanciamento offshore1, che terrebbe in considerazione più prudenti dettami realisti, non isolazionisti ma comunque protezionisti, alieni dal probabilismo di teorie progressiste prive di certificazione concreta2; valga come esempio la condotta politica verso l’Europa, certamente meno conflittuale, ma non per questo arrendevole e comunque sempre con un occhio di riguardo per il partner storico, il Regno Unito, che, non a caso, ha bandito Huawei e 5G dal suo territorio.

(ascolto consigliato: Russians, Sting)

Al centro della strategia americana rimangono fermi gli interessi nazionali, la valutazione dei bisogni interni e del loro impatto sul bilancio, un’analisi delle minacce incombenti, un ensemble di convinzioni su come gira il mondo (sic!); a questo fa seguito il mantenimento del livello di potenza, la difesa del territorio nazionale, la sovranità, la sicurezza dei cittadini, la capacità militare correlata alla potenza economica: in sintesi uno schiacciante overmatch che valuta la difesa di alleati e partner sia come potenziale elemento di rischio sia quale intrinseco ed esclusivo vantaggio strategico da sfruttare, ed in merito al quale non è da escludere una bruciante deterrenza nucleare, argomento ora ostico per la Russia, data l’insostenibilità di una valida corsa agli armamenti.

La proiezione americana necessita di solide basi interne, anche se ora deve proseguire lungo un’orbita meno dispendiosa e più vulnerabile, soprattutto nell’area MENA3: a fronte di un latente orientamento interventista sarà indispensabile considerare sia le evoluzioni in fieri, sia le priorità interne.

Biden, che si è fregiato dell’icona da uomo normale, propende per un multilateralismo strutturale e non congiunturale, che impedirebbe ad altri egemoni (Cina) di stringere relazioni bilaterali data la costante presenza negoziale americana; guarda alla governance europea quale strumento di stabilità globale, alle relazioni economiche con la Nato tornata fulcro della strategia americana; gli europei, con Joseph Robinette, profondo conoscitore della politica estera, dovranno fare di più, visto che il 2% del PIL per le spese della difesa è rimasto sul piatto, e visto che verso la Cina, antagonista emergente che ha valutato positivamente l’elezione di Biden, sarà richiesta una postura strategica e non meramente commerciale che controlli attentamente gli aspetti tecnologici4 e censuri la conclamata negazione dei diritti umani. L’intendimento comunque è chiaro: se il Presidente volesse mutare la politica estera, questo non avverrebbe a detrimento della middle class.

L’uomo di Foggy Bottom designato per gestire la partnership con l’Arabia Saudita, la complessa alleanza con la Turchia, le aspirazioni nucleari di Teheran, la politica Israeliana in Cisgiordania senza ricorrere a restrizioni negli aiuti militari, è il wilsoniano, europeista e sostenitore di Israele Anthony Blinken, fautore del Comprehensive Engagement5 nonché dell’ampio uso del soft power, e primo astro di un firmamento politico che ha visto ricomparire diversi degli altri consiglieri per la sicurezza nazionale di Biden presenti durante il suo mandato vicepresidenziale; un collaboratore ricordato, tra l’altro, per aver consigliato l’allora Senatore Biden sul voto pro invasione dell'Iraq nel 2002, e per avergli suggerito di esprimere la sua opposizione alla costituzione di uno Stato Curdo, fatta salva la critica successiva al ritiro militare ordinato da Trump, foriero delle conseguenti offensive turche. Il Presidente ha inoltre già anticipato una riconfigurazione delle relazioni con l’Arabia Saudita, sia ponendo termine al sostegno prestato nello Yemen con lo stop alla vendita di armi e missili di precisione sia a Riyadh che ad Abu Dhabi quale elemento di discontinuità con il passato, ma senza dare termini di fine conflitto, sia nella valutazione delle conseguenze dell'omicidio del giornalista J. Khashoggi.

Ironia della sorte, furono proprio gli altri consiglieri di Blinken e Biden ad esortare Obama a sostenere la campagna aerea Saudita contro gli Houthi appoggiati dall'Iran, al fine di placare l'indignazione di Riyadh per l'accordo nucleare con Teheran.

(ascolto consigliato: This is not America, P. Metheny e D. Bowie)

In ogni caso, l’ascesa di Biden giunge in un momento segnato da crisi pandemica e problemi interni che richiedono la presenza del governo federale con il ricompattamento della società intorno a regole chiare, e con un ampio consenso politico, che non può darsi per scontato. Un’ipotesi che si può avanzare è quella che vede Biden indotto a guardare alla crisi del 2008 ed alle politiche obamiane, con l’aumento del minimum wage6, con un pacchetto di provvedimenti che avranno un inevitabile impatto sul debito pubblico, e con un interrogativo circa la validità di executive orders che non creino una reazione ostruzionistica repubblicana in ambito parlamentare.

In ogni caso, il Presidente è stato chiaro: il suo primo discorso al Dipartimento di Stato, da cui è curiosamente mancato qualsiasi riferimento all’Iran, ha posto la diplomazia al centro del focus politico. In MO la politica americana ha conservato una continuità strategica seguita da Trump, e che verrà rafforzata da Biden con orientamenti meno impulsivi ed indirizzati ad uno sganciamento dalla regione senza modificare un approccio geopolitico caratterizzato dalla flessibilità evidenziata dagli Accordi di Abramo che, nel rappresentare una sorta di riconoscimento transnazionale di Tel Aviv, forniscono un fattore di trasformazione post americana; mentre negli spazi creati dagli accordi potrebbero trovare inserimento Russia, Cina e le potenze regionali Iran e Turchia, Israele, che non dovrebbe temere particolari contraccolpi e che è interessato a scambi commerciali con Cina ed EAU, manterrebbe intatta la sua facoltà di operare nel teatro mediorientale pur se a fronte di una riedizione del problema palestinese. Gli accordi stessi costringerebbero i partner americani ad assumere inediti oneri difensivi in proprio, permettendo a Washington di dedicarsi all’area indopacifica.

I Paesi del Golfo saranno comunque un problema oggettivo riconducibile all’Iran, nonostante il riavvicinamento tra Riyadh e Doha, dovuto all’evidente fiancheggiamento alle milizie Houthi, ed alla pervasiva moral suasion iraniana in Iraq. In Siria e Libia, Blinken potrebbe adottare una politica più pragmatica, osservando i due scenari come spazi idonei alla lotta al terrorismo e dove monitorare Russia, Cina, Turchia, EAU ed Egitto. Proprio il Cairo teme che Blinken, poco propenso a sostenere spinte autoritarie, pena la perdita di centralità strategica di Suez, possa aprire un dialogo con le opposizioni laiche e religiose, compresi i Fratelli musulmani, cui far seguire una maggiore attenzione al continente africano in generale, mai rientrato nelle priorità di Washington, e pure così rilevante in tema di risorse7, oggetto di contesa con la Cina.

Al di là di questo, in Africa, la contrapposizione trasversale con Mosca e Pechino potrebbe accendersi sulla difesa dei diritti umani e sulle aspirazioni riformiste della società africana, parimenti interessate al climate change in quanto moltiplicatore di conflitti se considerato in chiave di sicurezza alimentare. A questo si aggiunge l’impegno nella lotta all’insorgenza di marca jihadista.

(ascolto consigliato: The Border, America)

Il continente asiatico continuerà ad occupare una posizione centrale, dato che Biden sembra essere il naturale erede del pivot to Asia di Obama; l’attenzione si punterà sulla competizione con una Cina meno flessibile che nel passato, e verso cui si terranno toni meno accesi ma comunque improntati al rigore e che si sono già riflessi nel posticipo sine die del sollevamento dei dazi, sull’accordo nucleare con l’Iran, sul possibile (e difficile) ritiro dall’Afghanistan.

La chiave di lettura multilateralista, nel rinsaldare le tradizionali alleanze regionali con Giappone, Corea del Sud ed India, potrebbe contribuire ad una strategia di contenimento dell’espansione cinese, riproponendosi anche quale interlocutore commerciale; insomma, un compendio strategico che terrà conto dei risultati della politica condotta con la Corea del Nord, oggetto di revisione, e che porterà gli USA ad interpretare la regione asiatica come un unicum esteso dall’Oceano Indiano all’Oceano Pacifico.

Per ciò che concerne l’Iran, potenza lasciata crescere da Obama, l’obiettivo è quello di ricondursi all’interno del JCPOA8, ottenendo tuttavia in cambio una (improbabile) interruzione delle attività di arricchimento dell’uranio da parte di Teheran, interessata al cambiamento dello scenario regionale, alle conseguenze innescate dalle sanzioni economiche comminate, e dagli Accordi di Abramo; il tutto in un quadro generale in cui gli ultra conservatori pasdaran, pronti ad aggiudicarsi la Presidenza della Repubblica Islamica, appaiono poco propensi a fare concessioni, e.g., sulla componente balistica in dotazione.

Con il Cremlino, che ha strategicamente tardato a riconoscere l’elezione di Biden, malgrado i presupposti non appaiano favorevoli, la vis politica americana potrebbe porsi come contraltare alle concezioni più tradizionali di Putin che, con un cambiamento di corso, e valutando se optare per una politica dialogante o meramente aggressiva, potrebbe non sentirsi più costretto all’abbraccio con il Dragone. Il terreno della competizione russo americana, infine, contemplerà il rafforzamento del ruolo USA nella NATO, con un sostegno più incisivo ai governi di Ucraina e Georgia, e con il ritorno delle tensioni riguardanti Donbass, Crimea ed Ossezia del Sud, senza ovviamente dimenticare né le proteste Bielorusse né i contrasti relativi al gasdotto Nord Stream 2, in merito al tentativo di aumentare l’export di gas americano in Europa.

Vale la pena di rammentare come la NATO potrebbe assumere un atteggiamento più rigido, contrastando la Russia negli spazi dove, secondo la dottrina Gerasimov, opera in termini di hybrid warfare. In questo quadro, non si può escludere che all’Italia possa essere conferito un mandato perché coordini azioni alleate secondo paradigmi più concreti, in collaborazione con la Grecia e, soprattutto, in attesa di definire la posizione della Turchia, sempre più spesso in conflitto con gli interessi atlantici.

(ascolto consigliato: Downbound train, Bruce Springsteen)

Tenuto conto che anche in America Latina non dovrebbero esserci cambiamenti di rilievo, con la conferma dell’appoggio al venezuelano Guaidò, in sintesi il teatro delle relazioni internazionali americane, in un contesto coerente, impone scelte variegate e comunque difficili, dove la filosofia del bastone e della carota non sempre trova spazio.

Valutazioni errate a livello ideologico, come quelle avanzate al momento della morte di Soleimani, o dell’imminente incendio del MO a seguito del riconoscimento di Gerusalemme Capitale, hanno contribuito solo ad elevare il livello di entropia politica.

Blinken intende condurre gli USA ad una visione liberal-internazionalista, con elementi di discontinuità che, nell’indispensabile continuità mediorientale e del Pacifico, potrebbero non prevalere. Il Comprehensive Engagement, pur non disconoscendo deterrenza e hard power, riporterà gli USA a riconsiderare il soft power, gli aspetti ideologici e morali, con un inevitabile impatto con una realtà multipolare che rende sempre più difficile conservare la leadership contando sulla forza dell’esempio.

Nei prossimi anni sarà possibile constatare se l’idea wilsoniana, da sempre romanticamente affascinante, avrà la meglio sulla meno poetica ma più confacente realpolitik.

(ascolto consigliato: Una storia americana, Edoardo de Angelis)

1 Strategia in cui una grande potenza utilizza poteri regionali per controllare l'ascesa di egemoni potenzialmente ostili; è in contrasto con l’approccio strategico dominante negli USA, l'egemonia liberale. Il bilanciamento offshore richiede un grande potere per ritirarsi dalle posizioni onshore, concentrando le proprie capacità offshore sulle tre principali regioni geopolitiche: Europa, Golfo Persico e Nordest asiatico.

2 In questo senso, il problema climatico assurgerebbe ad un’importanza maggiore di quella rivestita dall’insorgenza di un problematico egemone regionale

3 Middle East North Africa

4 5G

5 Impegno globale

6 Salario minimo

7 Terre rare

8 Joint Comprehensive Plan of Action

Foto: U.S. DoD / UK MoD / U.S. Army / U.S. Navy / U.S. Air Force