L’instabilità africana e le sue conseguenze geopolitiche

24/01/22

Torniamo a occuparci di Africa, un continente la cui rilevanza politica ed economica è in continua crescita, soprattutto per l'Europa, così geograficamente vicina a quel continente.

L’Africa presenta una grande diversità geografica, demografica ed economica. Composta da 54 Stati che occupano una superficie di più di 30 milioni di kmq (tre volte l’Europa e 20% della superficie complessiva delle terre emerse), oggi conta circa 1,2 miliardi di abitanti, pari a circa il 16% della popolazione mondiale. Alcune stime prevedono che possa arrivare a 2,5 miliardi di abitanti per il 2050 e a 3,5 miliardi per la fine del XXI secolo.

Il continente africano ancora oggi é un’area di accentuata instabilità politica dove le guerre, di qualunque origine e intensità, rappresentano la parte più visibile delle diffuse difficoltà che sta attraversando (leggi articolo “Uno sguardo all’Africa sub-sahariana”). Si tratta di un’estesa e continua instabilità che si protrae ormai da decenni e che affonda le sue radici nel passato, nel quale le lotte contro il colonialismo prima e le dispute correlate alla guerra fredda poi hanno lasciato il posto ad altri fattori di conflittualità: interne, etniche, religiose, economiche, regionali e interstatali.

Uno studio dello United Nations Development Programme (UNDP), intitolato “A Journey through extremism”, già nel 2017 ha messo in risalto come la marginalizzazione e la mancanza di prospettive per molti giovani africani siano alla radice di scelte anti-sistema, proprio lì dove le strutture governative sono più fragili, per esempio nel Sahel. I popoli africani, in particolare i giovani, si sentono infatti soli. Soli di fronte ai meccanismi della politica e dell’economia internazionale, che passa al di sopra delle loro teste, e soli di fronte alle loro élite, che si sono accontentate di ritagliare per sé il ruolo esclusivo di intermediari di affari tra il mondo estero (estrazioni delle materie prime, investimenti diretti esteri, soggetti economici interessati allo sviluppo delle infrastrutture) e i loro territori, ricavandone una ricca rendita investita all’estero.

Sotto il profilo economico, infatti, la crescita africana dal 2,3% (2016) è migliorata al 3,7% nel 2017 fino al 4,1 del 2021, con una piccola flessione al 3,4% nel 2019. Su 54 paesi, 29 hanno registrato una crescita del 3,7% e almeno 10 paesi una crescita del 6%. Pochi paesi hanno conosciuto performance negative. Ciò nonostante, le economie africane presentano ancora gigantesche differenze con le economie occidentali.

Si tratta, quindi, di un continente dalle immense risorse naturali che, tuttavia, non riesce a “decollare” per effetto dell’instabilità causata dalla presenza di criminalità organizzata, terrorismo, traffici illeciti, migrazioni irregolari, corruzione, conflitti armati di varia natura, ecc..., che affondano spesso le loro radici nella povertà, nella mancanza di cultura, nell’emarginazione, nelle gravi sperequazioni economiche e nelle fragilità sociali.

Le guerre e il terrorismo jihadista

A partire dal periodo della decolonizzazione, il continente africano è stato attraversato da numerosi conflitti le cui cause sono state le più varie. Si può dire che la guerra caratterizza la storia dell’Africa contemporanea, tant’è che alcuni osservatori ritengono che questa sia la regione del mondo maggiormente definita dalle lotte armate o da crisi politiche che portano a conflitti armati. Dal 1960 alla fine della guerra fredda, per esempio si sono registrati sul continente ben trenta conflitti importanti (per estensione e gravità).

Le molteplici origini dell’instabilità e della conflittualità che caratterizzano quel martoriato continente sono da ricercare nel passato coloniale ma anche in cause endogene come le rivalità tribali ed etniche, nello sbilanciamento della disponibilità di risorse naturali, nella scarsa alfabetizzazione, nella penetrazione delle idee religiose radicali. Senza contare il ruolo destabilizzante di alcuni attori non africani che, per interesse, impediscono lo sviluppo di politiche ed economie realmente indipendenti ed efficaci, favorendo la corruzione delle classi dirigenti. Ciò rende la posizione del continente africano estremamente vulnerabile nell’ambito del sistema di relazioni internazionali.

Un segno positivo in tal senso, tuttavia, è l’entrata in vigore (30 maggio 2019) dell’accordo che istituisce l’African Continental Free Trade Area (AfCFTA). In base a tale accordo il 1 gennaio 2021 si è costituita l’area di libero scambio più grande del mondo, che coinvolge tutta l’Africa (meno l’Eritrea, che non ha ancora aderito). Un mercato da oltre un miliardo di persone con un potenziale PIL complessivo di 2.500 miliardi di USD. Ciò potrebbe rappresentare una vera e propria svolta di sviluppo per il continente africano, anche se è prevedibile che ancora per anni la povertà potrà costituire un fattore ricorrente nelle crisi africane.

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha sottolineato come “…non c’è sicurezza senza sviluppo, non c’è sviluppo senza sicurezza e non si possono avere sicurezza e sviluppo senza il rispetto dei diritti dell’uomo…”, nel rilevare che, secondo il rapporto 2000 dello United Nations Development Programme (UNDP), nove Paesi su dieci tra quelli alla base della classificazione dell’indice di sviluppo umano hanno conosciuto conflitti violenti negli anni ’90. È, infatti, indubbio che la povertà e le ineguaglianze portano con sé privazioni e precarietà, che causano irrigidimento identitario ed estremizzazione, originando fermenti sociali e conflitti.

In tale ambito, le rivendicazioni di carattere identitario, attraverso i fattori etnico e religioso, rappresentano un potente vettore di violenza e conflittualità. In alcuni casi la percezione di una divisione etnica della popolazione è, purtroppo, stata favorita da talune amministrazioni coloniali, generando un odio interetnico che rappresenta il controverso lascito di quel periodo. Un esempio evidente è l’accesa rivalità tra Hutu e Tutsi, che ha portato al dramma del genocidio del Ruanda nel 1994. Prima dell’occupazione belga, infatti, l’unica differenziazione era di carattere socio-economico. Durante il periodo coloniale furono introdotte distinzioni di carattere etnico, che comportavano anche la possibilità di giungere a un qualche livello di potere. Ciò ha portato a divisioni insanabili e all’odio interetnico che ha portato dapprima a lunghe persecuzioni contro i Tutsi e poi al genocidio.

Questo tipo di conflitti è caratterizzato dalla negazione dell’autorità statale a favore di logiche etniche di tipo comunitario. Rimettendo in discussione i legami con lo Stato, infatti, esse danno luogo a conflitti come quello appena descritto, ma anche del Senegal, del Biafra, della Nigeria. Una questione che si rivela ancor più delicata quando si tratta di popolazioni nomadi, quindi ripartite sul territorio di più Stati, diventando un fenomeno transnazionale, come il caso dei Tuareg in Niger o in Mali.

A proposito di questioni transnazionali, anche in Africa il fenomeno del terrorismo jihadista negli ultimi anni è diventato una minaccia alla sicurezza di primaria importanza. Fino agli anni ’90 dello scorso secolo, infatti, l’attività terroristica in Africa era limitata a particolari aree, in quanto collegata a rivendicazioni nazionalistiche, come in Algeria, Liberia, Sierra Leone o Uganda. Oggi, invece, le organizzazioni terroristiche che operano sul territorio africano si riferiscono prevalentemente all’estremizzazione dell’ideologia religiosa che si richiama a una lettura letterale e intransigente del Corano. In tale ambito, il gruppo terrorista conosciuto come Boko Haram, di matrice salafista e jihadista, formatosi in Nigeria nel 2002 e oggi affiliato ad Al-Qaida, secondo il vice-presidente nigeriano Osinbajo ha causato più di 20.000 morti e circa 9 miliardi di danni alle infrastrutture, comprese case, scuole e ospedali, oltre ad aver costretto circa due milioni di nigeriani a lasciare le proprie case. Ai numerosi gruppi affiliati ad Al-Qaida, che operano nel Sahel e in Libia, Tunisia, Algeria, Mauritania, Ciad, Mali, Camerun, Costa d’Avorio, Kenia e Burkina Faso, si sono aggiunti gruppi dello Stato Islamico, prevalentemente soggetti provenienti dall’area siro-irachena dopo la fine dell’ISIS, che operano in maniera indipendente e spesso in lotta con i gruppi di Al-Qaida.

Una situazione, insomma, estremamente caotica, fluida e diffusa su vasti territori che vede le popolazioni ostaggio delle violenze perpetrate da fanatici assassini, cui anche i reparti militari dei vari Stati faticano a opporsi per la difficoltà nell’identificazione dell’obbiettivo, tremendamente sfuggente e mobile.

La questione dei migranti

L’intensificazione dei flussi migratori attraverso il Mediterraneo che stiamo sperimentando da qualche anno a questa parte vedono principalmente nelle guerre e nel terrorismo jihadista le cause delle migrazioni che attraversano il continente africano.

A questi eventi violenti si aggiungono ulteriori motivazioni, come l’eccezionale vitalità demografica e la fame, piuttosto diffusa soprattutto nei Paesi dove ci sono conflitti armati, che generano un importante flusso migratorio che investe l’Europa, i Paesi della penisola arabica e del Medio Oriente. Per effetto di questa crescita demografica sproporzionata rispetto alle possibilità di sussistenza della popolazione, allo stato attuale gli africani che si affacciano ogni anno al mercato del lavoro sono molti di più dei circa 5 milioni di posti per loro disponibili in Africa. La situazione è tale che, se anche se la crescita demografica complessiva diminuisse drasticamente, non sarebbe sufficiente a permettere di occupare le masse di giovani in cerca di impiego. L'occupazione, di conseguenza, rappresenta un tema cruciale in questo contesto, dato che la mancanza di prospettive economiche genera nei giovani scontento, risentimento e ostilità verso le istituzioni. La conseguente spinta migratoria verso l'Europa trova, inoltre, una motivazione aggiuntiva se consideriamo che in Africa abbiamo un reddito medio pari a 3.000 Euro, mentre è di circa 35.000 Euro nel vecchio continente.

In tale ambito, come si può notare dalla mappa, una delle aree cruciali per il transito dei flussi migratori diretti verso il Mediterraneo è proprio il Sahel, dilaniato dai conflitti e dal terrorismo, che destabilizzano gravemente tutta l’area e la rendono estremamente permeabile al traffico illegale di persone … e di affari illeciti (armi, droga, ecc…). Verso l’Europa negli ultimi tempi si sono aggiunti i flussi migratori provenienti dall’Afghanistan, tornato sotto il giogo talebano, con tutte le sue pesanti implicazioni correlate alla condotta democratica e alle libertà civili.

Nel vecchio continente ciò causa un certo malcontento e ostilità nelle popolazioni, che devono già combattere con gli effetti sanitari ed economici della pandemia, e fornisce argomenti alla politica estremista e populista per attaccare l’approccio di alcuni governi, costringendoli ad arditi equilibrismi, a tutto scapito dell’efficacia dell’azione politica.

Dalla stampa pro-immigrazione, al contrario, vengono continuamente messi in luce gli aspetti pietosi e spettacolari delle mille vicende che compongono il fenomeno, che commuovono e colpiscono il grande pubblico ma che non contribuiscono a chiarire i termini del problema, diventato troppo importante per essere lasciato agli effetti speciali di una propaganda politica di piccolo cabotaggio. Per effetto della permanente campagna elettorale alla quale l’Europa é condannata da politici di vedute ristrette, infatti, gran parte dei dibattiti sull’argomento finiscono per assumere toni radicali, estremizzati dagli immediati interessi di parte, o caratterizzati dal totale disinteresse e dal desiderio di non venire coinvolto dal “problema”.

Eppure è un fenomeno che ha importanti implicazioni nella lotta alla criminalità trans-nazionale, che estende le sue ramificazioni anche in Europa. Queste migliaia e migliaia di disperati provenienti da tutta l’Africa, pronti ad attraversare il Mediterraneo centrale, pagano infatti agli scafisti cifre da capogiro, fornendo alla criminalità fiumi di valuta da investire in attività illecite nei Paesi europei.

Il fenomeno ha poi aspetti geopolitici rilevanti, anche se da parte di alcuni la dimensione del problema non è stata ancora pienamente compresa. Esso interessa tutto il Mediterraneo meridionale, ad eccezione delle coste israeliane, ossia tutte le coste che non appartengono all’Unione Europea, agognato obiettivo e terminale d’arrivo di questi flussi di disperati.

A medio-lungo termine e qualora non si trovi una soluzione efficace e condivisa, il fenomeno migratorio sbilancerà i rapporti demografici, creando tensioni sociali non indifferenti in tutta Europa, anche perché l’introduzione (spesso clandestina) di una moltitudine di soggetti appartenenti a diversi contesti civili, religiosi, sociali che spesso dimostrano di non volere inserirsi nel sistema del Paese che li ospita potrebbe avere effetti potenzialmente esplosivi.

La sicurezza delle rotte marittime

Mentre l’attualità ci porta a concentrare l’attenzione sui flussi migratori provenienti dal continente africano e sulle questioni correlate al terrorismo di matrice religiosa, si rischiano di dimenticare altri effetti dell’instabilità del continente africano, che hanno conseguenze complesse e globali, come la sicurezza degli approvvigionamenti.

Anche per l’Africa il dominio marittimo rappresenta la linfa vitale dell'economia. Una situazione sostanzialmente analoga a quella di ogni altro Paese del mondo, che si trovi sulla costa o che sia senza sbocco sul mare. Il commercio internazionale è, infatti, costantemente alimentato da un incredibile volume di scambi, che si verificano prevalentemente via mare. Non a caso è stata coniata l'espressione "no shipping, no shopping", per sottolineare l'impatto che il commercio marittimo ha sul nostro modo di vivere.

Per quanto riguarda l’Africa, al momento la situazione vede un relativamente ristretto numero di porti commerciali impiegati per il commercio con l’estero, la cui fruibilità è peraltro limitata dal fatto che molti di questi porti non hanno una profondità sufficiente per il transito di grandi navi da trasporto, riducendo di fatto il volume degli scambi.

Oltre alle esigenze dei propri porti, il continente è interessato dalle principali linee di comunicazione marittime tra l’Oriente e l’Europa (prevalentemente) ma anche verso la costa orientale dei Paesi americani.

In tale ambito la pirateria rimane la minaccia principale alla libertà di navigazione. Si tratta di una minaccia variegata, che non prevede ormai più solamente l’abbordaggio del mercantile e la successiva richiesta di riscatto, ma che può includere la possibilità dell’impiego di navi bomba telecomandate, per minacciare l’armatore “da remoto”.

La presa di controllo del mercantile, attraverso la penetrazione del sistema elettronico di sicurezza e di navigazione dell’obiettivo, rappresenta un’ulteriore pericolosa novità, che richiede un attento aggiornamento delle contromisure finora adottate, in modo tale da accrescere la sicurezza informatica dei sistemi di bordo.

A ciò si aggiunge il fatto che molti dei responsabili degli atti di pirateria lungo le rotte africane sono anche impegnati in altre attività criminali sul mare, che si tratti di contrabbando di carbone, traffico di armi, di droga o di altre attività illecite. Queste attività, ancorché spesso di interesse prevalentemente locale, non mancano di influire negativamente sulla sicurezza delle rotte commerciali marittime e, quindi, sulle economie nazionali africane e mondiali.

Qualunque restrizione della libertà di navigazione ha, infatti, un effetto diretto a livello globale, non solo nel breve ma anche nel medio termine. La crisi del Canale di Suez, per esempio, (leggi articolo “L’importanza economica e geopolitica del Canale di Suez”) ha dimostrato quanto le attuali filiere siano dipendenti dalla libera fruibilità delle linee di comunicazione marittime, attraverso le quali viaggia l’80% delle merci mondiali, secondo i dati della International Maritime Organization (IMO). Si tratta di un enorme traffico di merci che percorre quotidianamente queste autostrade liquide.

Per la sua enorme dipendenza dall’approvvigionamento di risorse e materie prime l’Italia è particolarmente esposta a eventuali azioni che interferiscano con la libera accessibilità delle vie di comunicazione marittime. Nel 2018, per esempio, ha viaggiato via mare il 79,3% delle merci italiane esportate nel mondo, percentuale che sale al 95,9 se si considerano solo i Paesi extra Unione Europea (leggi articolo “La tutela degli interessi nazionali sul mare”). Una situazione riscontrabile (con diversa intensità) anche per il resto del mondo e, in particolare, per tutti i Paesi industrializzati che, senza la possibilità di importare le materie prime e di esportare i manufatti via mare, subirebbero un effetto domino che porterebbe le rispettive economie a una grave crisi in brevissimo tempo.

In tale ambito, va sottolineato come l’area del Golfo di Guinea, importante per il traffico petrolifero con i terminali costieri, sia conosciuta come una zona tra le più pericolose al mondo per la navigazione commerciale.

Per dare le dimensioni del fenomeno, secondo l’International Maritime Bureau (IMB) nel 2020 nel solo Golfo di Guinea sono avvenuti assalti a unità mercantili che hanno portato al rapimento di 128 equipaggi, tenuti in ostaggio per garantire il pagamento del riscatto. E ciò si riferisce solamente al 25% degli abbordaggi nell’area. Qui gli assalti sono particolarmente pericolosi perché nell’80% dei casi i pirati sono pesantemente armati e, nel tempo, hanno accresciuto le proprie capacità di portare attacchi anche piuttosto lontano dalla costa. Gli abbordaggi, infatti, ora avvengono mediamente oltre le 60 miglia nautiche dalla costa, ma non sono mancati casi di attacchi anche a 200 miglia di distanza.

Come misura di prevenzione, l’IMB ha suggerito ai mercantili di rimanere, quando possibile, ad almeno 250 miglia dalla costa. Ciò comporta, per venire in Europa, una rotta sensibilmente più lunga e un aumento dei tempi di transito, con conseguenti ripercussioni sui costi.

La delicatezza della questione è tale che alcuni Paesi hanno avviato operazioni navali congiunte per garantire la libertà di navigazione anche lungo le coste africane.

Oltre alle già note operazioni nel Mar Rosso, Corno d’Africa, Africa sud-orientale/Madagascar, oggi le navi militari operano in attività di contrasto alla pirateria e alla criminalità armata anche nel Golfo di Guinea. Tuttavia, si tratta di un’attività di pattugliamento particolarmente difficile, vista la vastità dell’area di operazioni e l’intensità del traffico mercantile che la attraversa. Ciò nonostante non sono mancati successi significativi, come l’intervento di Nave “Martinengo” che, nel novembre 2020, ha sventato due assalti ai danni della nave cisterna di Singapore “Torm Alexandra” e del mercantile liberiano “Zhen Hua7”.

Conclusioni

Dalla decolonizzazione in poi gli africani non hanno saputo - o potuto - trovare la strada verso una “volontà generale” in grado di mettere insieme popoli e culture arbitrariamente messi insieme dai confini tracciati al congresso di Berlino sotto la regia di Bismarck. Da parte dei diversi soggetti collettivi della società africana c’è quindi stata una reazione di ripiego verso le uniche forme sociali che non hanno mai tradito gli individui, ossia le forme sociali dell’appartenenza etnica, da cui la gestione oculata e quasi ossessiva delle leadership africane dell’appartenenza etnica in funzione della conquista e del mantenimento del potere.

Ma l’Africa non potrà mai aspirare a un più rilevante ruolo internazionale fino a quando non avrà trovato maggiori equilibri interni, che passano attraverso un maggiore sviluppo economico e politico, attraverso la stabilizzazione delle istituzioni, la diffusione della democrazia, l’abbattimento della corruzione, lo sviluppo armonioso e inclusivo delle popolazioni. Si tratta di premesse indispensabili affinché possano essere elaborate soluzioni condivise e diffuse alle piaghe che affliggono il continente come fame, analfabetismo, malattie, che offrono terreno fertile al malaffare, allo scontento, alle migrazioni, alla violenza.

In tale ambito, la crescente pressione migratoria proveniente dall’Africa, dettata dalla disperazione, dall’assenza di prospettive, dal sottosviluppo, dall’anarchia sociale, dalle guerre e dagli scenari di crescente violenza correlati all’avanzare dell’estremismo religioso derivante da una lettura fanatica e radicale del Corano, potrebbero innescare in Europa dinamiche destabilizzanti, che andrebbero a sommarsi all’insoddisfazione per la crescente disomogeneità sociale, frutto delle varie crisi economiche degli ultimi quindici anni. Un problema che non va sottovalutato, ma affrontato con serietà, competenza e apertura mentale, lasciando da parte interessi di piccolo cabotaggio e prendendo finalmente atto che l’impoverimento del continente africano è anche favorito da certe spregiudicate politiche neo-colonialiste, cui ancora oggi non sono estranei numerosi centri di potere dei paesi industrializzati, sia occidentali che orientali. Per realizzare i loro intenti, infatti, questi si avvalgono di consorterie locali ristrette e corrotte, che poi sono quelle che formalmente detengono il potere in numerosi paesi africani, con metodi quasi sempre predatori, dittatoriali o autocratici.

Andrebbero poi evitati comportamenti incoerenti, tipo quelli che l’Europa ha attuato negli ultimi anni, con i quali per esempio si è preferito versare alla Turchia ben 6 miliardi di Euro per “controllare” le migrazioni attraverso la penisola anatolica e dirette verso i Balcani e l’Europa, mentre il piano europeo di sviluppo per tutta l'Africa non ha superato i 4,5 miliardi di Euro. Peraltro molti osservatori hanno avanzato dubbi su come Ankara possa aver realmente speso quei fondi, suggerendo che potrebbero essere serviti per rafforzare lo strumento e l’industria militare turca (e rendere più instabile l’area mediterranea) piuttosto che essere utilizzati per gli scopi prefissati.

Negli ultimi tempi l’Italia ha intensificato il suo dialogo tradizionale verso il continente africano, cercando di contemperare da un lato la necessità di trovare risposte a fenomeni “emergenziali”, e dall’altro l’opportunità di una visione più approfondita e lungimirante della situazione delle varie aree, tenendo conto sia bilateralmente, sia nel quadro dell’Unione Europea, delle cause profonde dell’instabilità, delle minacce e degli esodi di massa a cui assistiamo. L’azione del nostro paese punta a un dialogo e a una cooperazione con l’Africa che siano multidimensionali e inclusivi, articolati su più piani: politico, economico, sociale e culturale, in modo da mirare a uno sviluppo umano di cui i paesi africani siano i primi, responsabili protagonisti.

Sarà importante proseguire con continuità e costanza (forse il nostro maggiore handicap), avendo bene in mente il ruolo che realisticamente potremo svolgere non solo nella prevenzione e risoluzione dei conflitti, ma nel più ampio processo di integrazione e stabilizzazione africana. Sarà anche importante comprendere che nessun attore, da solo, potrà essere in grado di stabilizzare (anche se solo per i propri interessi) un’area tanto vasta e complessa. Il ruolo della comunità internazionale, quindi, rimane rilevante per incoraggiare gli africani a esercitare una responsabilità cooperativa, abbandonando le logiche competitive o addirittura conflittuali che li hanno finora guidati.

Fra tutte le sfide, la prima e più complessa da risolvere è tuttavia quella politico-economica. Non vi può essere lotta alla povertà, alla disoccupazione e alla diseguaglianza sociale senza un accettabile, democratico e diffuso benessere economico. Una sfida che comporta anche la difesa di elementi fondamentali quali la libertà e la sicurezza delle linee di navigazione marittime che interessano il continente africano. Anche la sicurezza dei commerci marittimi ha, infatti, significative ripercussioni geopolitiche ed economiche, le cui ricadute non sono limitate alle sole economie dei paesi africani, ma interessano tutti i paesi industrializzati del mondo.

Per i paesi africani essere in grado di garantire il regolare afflusso delle merci e la partenza delle materie prime significa, infatti, arricchirsi e poter migliorare sensibilmente le condizioni di vita delle proprie popolazioni. Per i paesi industrializzati, la sicurezza dei traffici marittimi che viaggiano attorno all’Africa equivale a creare nuove opportunità per stabilire in quel continente migliori relazioni e promuovere iniziative economiche in grado di produrre benessere sia in Patria che in quelle aree, a dispetto dell’ampiezza e profondità dei problemi che affliggono il continente africano.

Ma per far questo, parallelamente alle iniziative diplomatiche ed economiche nazionali ed europee, andranno garantite le indispensabili risorse per garantire una sufficiente operatività dello strumento aeronavale anche nelle operazioni cosiddette “Fuori Area”, in linea con gli interessi nazionali e con il livello di ambizione determinato dalla nostra politica. In tale contesto, l’Italia dovrebbe avere la capacità di agire anche unilateralmente a salvaguardia dei propri interessi, al contempo esortando gli altri attori internazionali alla ricerca di soluzioni multilaterali.

In un mondo ideale, quello che occorrerebbe sarebbe di poter contare su una maggiore coerenza delle politiche di sostegno all’Africa e su una più accentuata stabilità delle risorse assegnate alla Difesa.

Saranno i nostri politici in grado di affrontare una simile sfida?

Renato Scarfi (CESMAR)

Foto: Armée française / Open Arms / web / International Maritime Bureau / Irish Defense Forces

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